L’affermazione a Roma, negli ultimi decenni del XVI secolo, del gusto per le policromie marmoree nella decorazione degli spazi sacri è stata oggetto di una ricerca incentrata sulla comprensione storico-artistica del fenomeno, sulle questioni relative alle tecniche di lavorazione e assemblaggio dei materiali impiegati e, infine, sulle problematiche inerenti la conservazione e il restauro delle stesse finiture. Dopo un preliminare inquadramento storiografico – che occupa il primo capitolo –, teso ad evidenziare apporti fondamentali e valutazioni critiche preminenti riguardo a tale manifestazione artistica nella più recente letteratura, lo studio si è concentrato, nella prima parte del secondo capitolo, nel tentativo di far emergere specificità tematiche connotative del fenomeno nel quadro dell’architettura del secondo Cinquecento; premettendo a ciò un necessario excursus sull’impiego delle tarsie marmoree nell’architettura antica, nel Medioevo e nel Quattrocento. In tal modo, si è tentato di precisare, indagando anche sulle figure coinvolte (architetti, committenti e maestranze), il dispiegarsi di questa elaborazione artistica che grande influsso ebbe non solo nella Roma papale, ma anche in grandi centri quali Firenze e Napoli. A tal proposito, ripercorrendo i grandi cantieri decorativi nelle fabbriche papali e le “piccole” realizzazioni di cappelle gentilizie nelle chiese romane, si è potuto dibattere intono alle motivazioni che spinsero verso un cambiamento così radicale di gusto, avvenuto nel panorama artistico cinquecentesco, individuando anticipazioni e rapporti di scambio fra i centri promotori di questo mutamento. Il terzo capitolo accoglie invece al suo interno la disamina analitica del linguaggio, ottenuta anche e soprattutto grazie all’impiego di schede di lettura (riportate in appendice, assieme a un abaco delle figure impiegate) dei circa trenta episodi prescelti. Tali schede, organizzate in due parti, a carattere filologico la prima e più strettamente illustrativa (con restituzioni grafiche di dettaglio) la seconda, hanno offerto la possibilità di concentrare l’attenzione sulle relazioni intercorrenti fra lo spazio architettonico nel suo complesso e le relative decorazioni policrome impiegate: ovvero come e con quali peculiarità il marmo-colore utilizzato, scandendo le superfici architettoniche (verticali e orizzontali), ha riformulato figurativamente lo spazio. Sono stati così presi in esame i marmi utilizzati (in riferimento alla loro qualità cromatica, nonché alla loro provenienza e lavorazione), le procedure di realizzazione delle superfici colorate, la scelta delle figure geometriche e/o naturalistiche (in rapporto al risultato conseguito sul piano percettivo) e la relazione fra superficie policroma marmorea e ulteriori elementi decorativi, come stucchi, dorature e pitture. Nel quarto capitolo, entrando più nel merito della questione tecnico-esecutiva di tali rivestimenti, si è puntata l’attenzione – grazie all’apporto di un approfondimento archivistico-documentale – sugli aspetti legati all’esecuzione materiale degli apparati decorativi. Sono stati così precisati ruoli e competenze delle varie figure coinvolte (anche in riferimento alla loro diverse provenienze); si sono affrontate le dinamiche del cantiere e l’organizzazione interna alle botteghe artigiane; ci si è soffermati sugli strumenti e i metodi di lavorazione. Nel quinto e ultimo capitolo è stata esaminata la questione relativa alla conservazione e al restauro delle superfici policrome, individuando nel loro stato attuale forme e fenomeni di degrado riscontrabili con maggiore frequenza e precisando modalità e tecniche di restauro utilizzate nel passato su tali rivestimenti. Infine si sono descritte e puntualizzate le diverse tipologie d’intervento prevedibili (dall’intervento di riproposizione con marmi antichi o di cava moderni, all’utilizzo di tecniche di finto marmo o marmi artificiali), individuandone potenzialità e aspetti problematici.

I marmi policromi nell’architettura sacra del tardo cinquecento romano storia, conservazione e restauro / Licciardello, Andrea. - (2010 Dec 06).

I marmi policromi nell’architettura sacra del tardo cinquecento romano storia, conservazione e restauro

LICCIARDELLO, ANDREA
06/12/2010

Abstract

L’affermazione a Roma, negli ultimi decenni del XVI secolo, del gusto per le policromie marmoree nella decorazione degli spazi sacri è stata oggetto di una ricerca incentrata sulla comprensione storico-artistica del fenomeno, sulle questioni relative alle tecniche di lavorazione e assemblaggio dei materiali impiegati e, infine, sulle problematiche inerenti la conservazione e il restauro delle stesse finiture. Dopo un preliminare inquadramento storiografico – che occupa il primo capitolo –, teso ad evidenziare apporti fondamentali e valutazioni critiche preminenti riguardo a tale manifestazione artistica nella più recente letteratura, lo studio si è concentrato, nella prima parte del secondo capitolo, nel tentativo di far emergere specificità tematiche connotative del fenomeno nel quadro dell’architettura del secondo Cinquecento; premettendo a ciò un necessario excursus sull’impiego delle tarsie marmoree nell’architettura antica, nel Medioevo e nel Quattrocento. In tal modo, si è tentato di precisare, indagando anche sulle figure coinvolte (architetti, committenti e maestranze), il dispiegarsi di questa elaborazione artistica che grande influsso ebbe non solo nella Roma papale, ma anche in grandi centri quali Firenze e Napoli. A tal proposito, ripercorrendo i grandi cantieri decorativi nelle fabbriche papali e le “piccole” realizzazioni di cappelle gentilizie nelle chiese romane, si è potuto dibattere intono alle motivazioni che spinsero verso un cambiamento così radicale di gusto, avvenuto nel panorama artistico cinquecentesco, individuando anticipazioni e rapporti di scambio fra i centri promotori di questo mutamento. Il terzo capitolo accoglie invece al suo interno la disamina analitica del linguaggio, ottenuta anche e soprattutto grazie all’impiego di schede di lettura (riportate in appendice, assieme a un abaco delle figure impiegate) dei circa trenta episodi prescelti. Tali schede, organizzate in due parti, a carattere filologico la prima e più strettamente illustrativa (con restituzioni grafiche di dettaglio) la seconda, hanno offerto la possibilità di concentrare l’attenzione sulle relazioni intercorrenti fra lo spazio architettonico nel suo complesso e le relative decorazioni policrome impiegate: ovvero come e con quali peculiarità il marmo-colore utilizzato, scandendo le superfici architettoniche (verticali e orizzontali), ha riformulato figurativamente lo spazio. Sono stati così presi in esame i marmi utilizzati (in riferimento alla loro qualità cromatica, nonché alla loro provenienza e lavorazione), le procedure di realizzazione delle superfici colorate, la scelta delle figure geometriche e/o naturalistiche (in rapporto al risultato conseguito sul piano percettivo) e la relazione fra superficie policroma marmorea e ulteriori elementi decorativi, come stucchi, dorature e pitture. Nel quarto capitolo, entrando più nel merito della questione tecnico-esecutiva di tali rivestimenti, si è puntata l’attenzione – grazie all’apporto di un approfondimento archivistico-documentale – sugli aspetti legati all’esecuzione materiale degli apparati decorativi. Sono stati così precisati ruoli e competenze delle varie figure coinvolte (anche in riferimento alla loro diverse provenienze); si sono affrontate le dinamiche del cantiere e l’organizzazione interna alle botteghe artigiane; ci si è soffermati sugli strumenti e i metodi di lavorazione. Nel quinto e ultimo capitolo è stata esaminata la questione relativa alla conservazione e al restauro delle superfici policrome, individuando nel loro stato attuale forme e fenomeni di degrado riscontrabili con maggiore frequenza e precisando modalità e tecniche di restauro utilizzate nel passato su tali rivestimenti. Infine si sono descritte e puntualizzate le diverse tipologie d’intervento prevedibili (dall’intervento di riproposizione con marmi antichi o di cava moderni, all’utilizzo di tecniche di finto marmo o marmi artificiali), individuandone potenzialità e aspetti problematici.
6-dic-2010
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