La ricerca svolta è orientata a comprendere se sia possibile distinguere nell’attività di Luigi Vanvitelli, protagonista del panorama architettonico della seconda metà del Settecento, un atteggiamento rivolto al “restauro”, inteso come modalità operativa distinta dall’atto di formazione dell’opera, consapevolmente definita ed espressa. Vanvitelli progetta e realizza circa cinquanta interventi su edifici esistenti, fra i quali figurano ville, palazzi, chiese, santuari, monasteri e conventi nello Stato Pontificio, nel Granducato di Toscana, nel Regno di Napoli e nel Ducato di Milano. Fra queste operazioni sono comprese operazioni di aggiornamento, realizzate attraverso l'uso di elementi decorativi - come nell'opera giovanile di Palazzo Albani a Urbino -, di ammodernamento, compiute mediante la modificazione o l'inserimento di importanti elementi di architettonici - come nel caso della trasformazione dei due prospetti principali, del vestibolo e dello scalone di Palazzo Calabritto a Napoli – e di completamento - come nella realizzazione delle facciate di San Vito a Recanati e dell'Annunziata di Airola, e nella redazione dei progetti per le facciate di San Giovanni in Laterano a Roma e del Duomo di Milano - . Attraverso la comparazione degli interventi realizzati con le descrizioni riportate nella documentazione autografa viene precisato il significato dell’attività di ‘restauro’ - cui vengono affiancate le parole «assicurare», «risarcire», «rimediare», «accomodare», «manierare» - che individua azioni regolate su elementi esistenti; in antitesi, mediante il lemma ‘rinnovare’ - cui sono abbinate le locuzioni «fare di novo», «edificare» e «fabbricare» - sono descritte operazioni in cui la relazione con la preesistenza è fortemente limitata. Il termine ‘restauro’ è puntualmente associato agli interventi svolti nel Palazzo Reale a Napoli e nella chiese di S. Agostino e S. Maria degli Angeli a Roma, mentre, fra le altre espressioni, ricorre il lemma ‘rinnovare’ nelle descrizioni delle operazioni condotte sulla Santa Casa di Loreto, nel complesso di S. Agostino a Roma - per il convento, la libreria e la sagrestia - e per le chiese napoletane di S. Luigi di Palazzo e della SS. Annunziata. Sulla base di queste considerazioni, l’approfondimento si concentra sugli interventi condotti sulle fabbriche religiose in area romana, in particolare sulla basilica e sulla casa generalizia agostiniana, sulla certosa e su una serie di realizzazioni per cappelle ed altari. L'intervento sul complesso agostiniano appare teso alla soluzione degli annosi problemi strutturali ed, insieme, al conferimento di una definizione formale unitaria dell’insieme delle fabbriche; in questo ambito, le operazioni condotte sulla cosiddetta Sagrestia Nuova, cui l’architetto conferisce una nuova definizione, sono distinte da quelle condotte sull’organismo religioso che vengono designate con il termine «restaurazione». Nel secondo caso di studio, S. Maria degli Angeli alle Terme, per cui Vanvitelli è incaricato dai Certosini di realizzare un intervento volto all’adornamento della basilica, respinta la prima proposta progettuale, l’architetto limita le operazioni ad azioni di superficie ed all’inserimento delle otto colonne che rafforzano lo sviluppo longitudinale, distintivo degli organismi certosini, e definisce l’intervento condotto di «restaurazione». Le considerazioni articolate sui casi presentati vengono messe in relazione con altri progetti che non ricadono nella definizione di ‘restauro’, fra cui la Cappella delle Reliquie in Santa Cecilia in Trastevere, la Cappella di Sant'Anna e San Francesco in Sant'Andrea delle Fratte, la Cappella Sampajo in Sant'Antonio dei Portoghesi, la Cappella del Beato Calasanzio in San Pantaleo. Infine, attraverso l’esame dei documenti relativi al dibattito circa la modalità di intervento sulla SS. Annunziata di Napoli viene confermato l’atteggiamento vanvitelliano nei confronti della preesistenza e specificata la diversificazione dell’approccio in relazione alle diverse condizioni: quanto sussiste può essere integrato con quanto si rende necessario alla funzione architettonica, mentre ciò che è andato quasi integralmente distrutto, essendosi costituitosi mediante un complesso processo, in un ampio lasso di tempo, non può essere riproposto simultaneamente nel presente e quindi compreso nell’intervento di ‘restaurazione’. Dal percorso delineato emerge che nell’attività vanvitelliana la nozione di ‘restauro’ è direttamente associata ad azioni in cui le nuove attribuzioni formali sono basate su elementi esistenti; ciò nondimeno anche negli episodi legati al ‘rinnovamento’, cui corrispondono operazioni orientate a conferire una nuova definizione e in cui il riferimento alla preesistenza appare ridotto al minimo, l’architetto si dimostra prudente e rispettoso di ciò che esiste ed in questo senso la modalità operativa può essere annoverata entro il cosiddetto “riattamento” che ‘accomoda’ ma non trasforma.

Luigi Vanvitelli 'restauratore' / Tetti, Barbara. - (2012 Jun 12).

Luigi Vanvitelli 'restauratore'

TETTI, BARBARA
12/06/2012

Abstract

La ricerca svolta è orientata a comprendere se sia possibile distinguere nell’attività di Luigi Vanvitelli, protagonista del panorama architettonico della seconda metà del Settecento, un atteggiamento rivolto al “restauro”, inteso come modalità operativa distinta dall’atto di formazione dell’opera, consapevolmente definita ed espressa. Vanvitelli progetta e realizza circa cinquanta interventi su edifici esistenti, fra i quali figurano ville, palazzi, chiese, santuari, monasteri e conventi nello Stato Pontificio, nel Granducato di Toscana, nel Regno di Napoli e nel Ducato di Milano. Fra queste operazioni sono comprese operazioni di aggiornamento, realizzate attraverso l'uso di elementi decorativi - come nell'opera giovanile di Palazzo Albani a Urbino -, di ammodernamento, compiute mediante la modificazione o l'inserimento di importanti elementi di architettonici - come nel caso della trasformazione dei due prospetti principali, del vestibolo e dello scalone di Palazzo Calabritto a Napoli – e di completamento - come nella realizzazione delle facciate di San Vito a Recanati e dell'Annunziata di Airola, e nella redazione dei progetti per le facciate di San Giovanni in Laterano a Roma e del Duomo di Milano - . Attraverso la comparazione degli interventi realizzati con le descrizioni riportate nella documentazione autografa viene precisato il significato dell’attività di ‘restauro’ - cui vengono affiancate le parole «assicurare», «risarcire», «rimediare», «accomodare», «manierare» - che individua azioni regolate su elementi esistenti; in antitesi, mediante il lemma ‘rinnovare’ - cui sono abbinate le locuzioni «fare di novo», «edificare» e «fabbricare» - sono descritte operazioni in cui la relazione con la preesistenza è fortemente limitata. Il termine ‘restauro’ è puntualmente associato agli interventi svolti nel Palazzo Reale a Napoli e nella chiese di S. Agostino e S. Maria degli Angeli a Roma, mentre, fra le altre espressioni, ricorre il lemma ‘rinnovare’ nelle descrizioni delle operazioni condotte sulla Santa Casa di Loreto, nel complesso di S. Agostino a Roma - per il convento, la libreria e la sagrestia - e per le chiese napoletane di S. Luigi di Palazzo e della SS. Annunziata. Sulla base di queste considerazioni, l’approfondimento si concentra sugli interventi condotti sulle fabbriche religiose in area romana, in particolare sulla basilica e sulla casa generalizia agostiniana, sulla certosa e su una serie di realizzazioni per cappelle ed altari. L'intervento sul complesso agostiniano appare teso alla soluzione degli annosi problemi strutturali ed, insieme, al conferimento di una definizione formale unitaria dell’insieme delle fabbriche; in questo ambito, le operazioni condotte sulla cosiddetta Sagrestia Nuova, cui l’architetto conferisce una nuova definizione, sono distinte da quelle condotte sull’organismo religioso che vengono designate con il termine «restaurazione». Nel secondo caso di studio, S. Maria degli Angeli alle Terme, per cui Vanvitelli è incaricato dai Certosini di realizzare un intervento volto all’adornamento della basilica, respinta la prima proposta progettuale, l’architetto limita le operazioni ad azioni di superficie ed all’inserimento delle otto colonne che rafforzano lo sviluppo longitudinale, distintivo degli organismi certosini, e definisce l’intervento condotto di «restaurazione». Le considerazioni articolate sui casi presentati vengono messe in relazione con altri progetti che non ricadono nella definizione di ‘restauro’, fra cui la Cappella delle Reliquie in Santa Cecilia in Trastevere, la Cappella di Sant'Anna e San Francesco in Sant'Andrea delle Fratte, la Cappella Sampajo in Sant'Antonio dei Portoghesi, la Cappella del Beato Calasanzio in San Pantaleo. Infine, attraverso l’esame dei documenti relativi al dibattito circa la modalità di intervento sulla SS. Annunziata di Napoli viene confermato l’atteggiamento vanvitelliano nei confronti della preesistenza e specificata la diversificazione dell’approccio in relazione alle diverse condizioni: quanto sussiste può essere integrato con quanto si rende necessario alla funzione architettonica, mentre ciò che è andato quasi integralmente distrutto, essendosi costituitosi mediante un complesso processo, in un ampio lasso di tempo, non può essere riproposto simultaneamente nel presente e quindi compreso nell’intervento di ‘restaurazione’. Dal percorso delineato emerge che nell’attività vanvitelliana la nozione di ‘restauro’ è direttamente associata ad azioni in cui le nuove attribuzioni formali sono basate su elementi esistenti; ciò nondimeno anche negli episodi legati al ‘rinnovamento’, cui corrispondono operazioni orientate a conferire una nuova definizione e in cui il riferimento alla preesistenza appare ridotto al minimo, l’architetto si dimostra prudente e rispettoso di ciò che esiste ed in questo senso la modalità operativa può essere annoverata entro il cosiddetto “riattamento” che ‘accomoda’ ma non trasforma.
12-giu-2012
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Note: TESTO TESI_LUIGI VANVITELLI RESTAURATORE_BARBARA TETTI_2009-2012
Tipologia: Tesi di dottorato
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