La ricerca esplora il momento di transizione dalla conclusione della violenza (conflict settlement) ai processi di riconciliazione. Anche se l’abbandono definitivo della violenza distingue il conflict settlement (Kelman, 2008) dalle tregue transitorie precedenti, in questa fase ogni parte continua a cercare di accreditarsi come “vera vittima”, negando gli aspetti aggressivi della propria violenza (Bar-Tal, 2002). Al contrario, solo un’attribuzione chiara delle responsabilità dell’aggressione innesca i moventi psico-sociali alla base del processo di riconciliazione: riconquistare un’accettabilità morale per i perpetratori, superare la propria impotenza per le vittime (Nadler, 2008). Poiché la riconciliazione dura più di una generazione, è necessario inoltre riflettere su come le responsabilità dei perpetratori e l’impotenza delle vittime siano narrate alle generazioni successive (Leone e Mastrovito, 2010; Leone e Sarrica, 2013). 120 studenti universitari (età media 22 anni) hanno risposto a un questionario sulle loro rappresentazioni sociali del periodo, sulle conoscenze fattuali rispetto a episodi specifici, sulle fonti delle narrazioni ricevute, sulle emozioni e sulle libere associazioni da loro collegate al termine Anni di piombo. Considerati nel loro complesso, i dati suggeriscono che al conflict settlement della violenza degli Anni di piombo siano succedute dinamiche di dimenticanza sociale e di confusione nella trasmissione intergenerazionale, piuttosto che processi riconciliativi veri e propri. Emergono un’evidente confusione nelle conoscenze fattuali sul periodo, una netta prevalenza del ricordo delle Brigate Rosse rispetto a tutti gli altri attori della violenza, una mancata narrazione familiare, il ruolo prevalente della documentaristica televisiva e della scuola nella fragile trasmissione intergenerazionale del ricordo degli Anni di piombo, resa ancora più difficile dalle molte ambiguità che ancora oggi segnano la conoscenza della violenza di quel periodo.

Cosa resta degli anni di piombo. Un’esplorazione delle rappresentazioni sociali e delle conoscenze fattuali di un gruppo di giovani adulti italiani.

LEONE, GIOVANNA;SARRICA, Mauro
2013

Abstract

La ricerca esplora il momento di transizione dalla conclusione della violenza (conflict settlement) ai processi di riconciliazione. Anche se l’abbandono definitivo della violenza distingue il conflict settlement (Kelman, 2008) dalle tregue transitorie precedenti, in questa fase ogni parte continua a cercare di accreditarsi come “vera vittima”, negando gli aspetti aggressivi della propria violenza (Bar-Tal, 2002). Al contrario, solo un’attribuzione chiara delle responsabilità dell’aggressione innesca i moventi psico-sociali alla base del processo di riconciliazione: riconquistare un’accettabilità morale per i perpetratori, superare la propria impotenza per le vittime (Nadler, 2008). Poiché la riconciliazione dura più di una generazione, è necessario inoltre riflettere su come le responsabilità dei perpetratori e l’impotenza delle vittime siano narrate alle generazioni successive (Leone e Mastrovito, 2010; Leone e Sarrica, 2013). 120 studenti universitari (età media 22 anni) hanno risposto a un questionario sulle loro rappresentazioni sociali del periodo, sulle conoscenze fattuali rispetto a episodi specifici, sulle fonti delle narrazioni ricevute, sulle emozioni e sulle libere associazioni da loro collegate al termine Anni di piombo. Considerati nel loro complesso, i dati suggeriscono che al conflict settlement della violenza degli Anni di piombo siano succedute dinamiche di dimenticanza sociale e di confusione nella trasmissione intergenerazionale, piuttosto che processi riconciliativi veri e propri. Emergono un’evidente confusione nelle conoscenze fattuali sul periodo, una netta prevalenza del ricordo delle Brigate Rosse rispetto a tutti gli altri attori della violenza, una mancata narrazione familiare, il ruolo prevalente della documentaristica televisiva e della scuola nella fragile trasmissione intergenerazionale del ricordo degli Anni di piombo, resa ancora più difficile dalle molte ambiguità che ancora oggi segnano la conoscenza della violenza di quel periodo.
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