Irifiuti derivanti da attività di costruzione e demolizione (C&D) prodotti in Italia si aggirano attorno alle 40 milioni di tonnellate annue, un quantitativo enorme stimato per difetto, data la difficoltà a rintracciare i tortuosi percorsi di calcinacci e similari, spesso fatti sparire illegalmente da quella zona oscura del settore edilizio dove lavoro nero, illegalità e disprezzo per l’ambiente sembrano la norma. Nonostante lo smaltimento controllato e il recupero di qualità degli C&D abbia un peso rilevante nella tutela delle risorse e sia un obiettivo prioritario in ambito comunitario, oggi la pratica corrente è quella della demolizione a perdere, scelta per la rapidità di esecuzione e l’economicità. Nel settore edilizio il concetto di “chiudere il cerchio” è – salvo sporadiche sperimentazioni – al di là da venire. Vuoi per il lungo orizzonte temporale delle costruzioni (che però si accorcia progressivamente, seguendo un trend di tipo giapponese dove gli edifici hanno una vita utile media di 30 anni), vuoi per la proverbiale lentezza del settore nel recepire le innovazioni, l’obiettivo della valorizzazione degli scarti mediante il loro riuso (reimpiego di componenti tal quali o dopo limitate operazioni di adattamento) o riciclo (come materie prime-seconde dopo processi di selezione e lavorazione), è ancora lontano. Quando il materiale di demolizione non è usato come riempimento nello stesso cantiere di provenienza, il conferimento in discarica è la regola. L’eccezione è rappresentata dai materiali ferrosi, il cui riciclo è economicamente conveniente, e dai componenti di pregio come i coppi vecchi e le travi di castagno, gioia degli amanti del rustico, o le ormai introvabili maioliche dipinte a mano, vendute a pezzo a peso d’oro. Ma spesso neanche i materiali antichi si salvano dalla discarica: intere pavimentazioni di piccoli centri storici, in lastroni di pietra levigati dal tempo, al momento della necessaria esecuzione dei cavedi per il rifacimento degli impianti fanno questa triste fine. La crescente emergenza ambientale obbliga però anche in questo campo a compiere scelte gestionali diverse da quelle fin qui perseguite, al fine di inserire le attività edificatorie in un ciclo sostenibile non solo per quel che riguarda la loro vita utile – in primis con la riduzione delle necessità energetiche – ma anche per quel che riguarda la loro ristrutturazione/dismissione. Ciò al fine di limitare il conferimento di materiali in discarica, di ridurre l’estrazione dalle cave, di avviare alle filiere controllate del riciclo la più alta quantità di materiali diversi presenti nei C&D, di riusare tutti i componenti che consentono tale opzione. Per far ciò è necessario operare anche in questo settore una rivoluzione copernicana basata su scelte strategiche a 360°, che compensino i maggiori costi di manodopera legati alla demolizione selettiva e al trattamento dei materiali. Tra queste: l’imposizione di tasse o agevolazioni mirate, che sono il più efficace strumento per innescare circoli virtuosi; la diffusione della demolizione selettiva; l’adozione su larga scala di tecnologie – già oggi disponibili – per la separazione e il trattamento dei materiali edili di risulta da avviare al riciclo; la semplificazione delle complesse norme che regolano questo settore (un corpo normativo nazionale e regionale sovraccarico di leggi, decreti, regolamenti, delibere); la creazione di un mercato in grado di assorbire tali prodotti. In questo quadro è di fondamentale importanza porre l’attenzione alla futura dismissione degli edifici già in fase progettuale, infatti è proprio nel momento della loro concezione che è possibile massimizzare le potenzialità di recupero/riciclo, così come avviene per la loro gestione e manutenzione, in un’ottica di sostenibilità ambientale che comprenda tutte le fasi del ciclo di vita, dunque anche la dismissione. Si tratta di adottare i principi del Design for recycling/ Design for deconstruction, cioè impiegare materiali che possano essere riusati/ riciclati, rendere possibile la loro separazione e facilitarne la rimozione. Numerosi in tutta Europa i programmi di sperimentazione sulla reversibilità in edilizia, come l’Ifd (industrial flexible and demountable building), programma olandese finalizzato all’incentivazione di edifici industriali decostruibili. Se la considerazione della fine della vita utile è auspicabile per qualsiasi attività edificatoria, lo è in misura maggiore per quel che riguarda architetture, allestimenti, piccole strutture che hanno durate limitate: l’attenzione alla dismissione dovrebbe essere inversamente proporzionale alla durata delle costruzioni. È evidente che tali operazioni risultano facilitate nell’architettura “leggera” – con elementi standardizzati assemblati a secco mediante connessioni reversibili – piuttosto che nei cantieri “umidi”, dove si costruisce con tecniche e materiali tradizionali. Nel primo caso è preponderante il riuso di componenti e semilavorati nella loro forma originale, dopo adeguati controlli di qualità prestazionale ed eventuali operazioni di ripristino. Nel secondo il riciclo dei materiali previo trattamento, ferma restando la pratica di prelevare tutti i componenti funzionalmente validi. Dismettere recuperando è un processo necessario quanto complesso, che dipende da fattori tecnici, normativi, economici: la qualità e l’affidabilità dei materiali di risulta; la facilità del loro prelievo (in assenza della quale ogni operazione diventa talmente onerosa da risultare improponibile); la presenza di un mercato parallelo, di un indotto specializzato, di una rete capillare di impianti per la valorizzazione e la commercializzazione del materiali riciclato, che deve necessariamente risultare competitivo in termini economici rispetto a quello vergine. Questo, oggi, il passaggio più critico dell’intero sistema. Da non sottovalutare, inoltre, le resistenze culturali che possono limitare l’uso di materiali riciclati che invece, se di qualità certificata, possono per determinati impieghi – sottofondi stradali, drenaggi, aggregati per elementi non strutturali – essere una valida alternativa a quelli vergini. Nei Paesi nordeuropei la pratica del recupero degli scarti C&D è a uno stadio molto più avanzato che in Italia. Anche nel nostro Paese però, vi sono studi, ricerche, sperimentazioni rodate. Tra queste la tecnologia Rose, insignita già nel 1990 del premio nazionale per il riciclo dei materiali da parte dell’Enea per il trattamento di rifiuti speciali inerti (www.pescale. it). Si tratta di impianti fissi di trattamento automatizzati, con rese molto elevate. Ogni 1.000 kg di macerie in ingresso, attraverso un ciclo di lavorazione controllato in tutte le sue fasi, si ottengono mediamente: 2 kg di materiale leggero non idoneo al riutilizzo da smaltire in discarica di categoria 1; 1 kg di legno suscettibile di riutilizzo; 7 kg di materiale inerte non idoneo da smaltire in discarica di categoria 2 tipo A; 5 kg di materiale ferroso da avviare al riutilizzo; 985 kg di inerti granulometricamente stabilizzati. Il 50% circa dei rifiuti prodotti annualmente in Europa proviene dal settore edilizio, l’inquinamento in fase di produzione e dismissione dei materiali è altissimo, così come il consumo di risorse non rinnovabili. Il cammino per arginare questa tendenza è sicuramente arduo, ma non intraprenderlo è suicida.

La sfida:’decostruire’ al posto di demolire / Cecchini, Cecilia. - In: EDILIZIA E TERRITORIO. - ISSN 1590-6078. - STAMPA. - 26:(2007), pp. 11-11.

La sfida:’decostruire’ al posto di demolire

CECCHINI, Cecilia
2007

Abstract

Irifiuti derivanti da attività di costruzione e demolizione (C&D) prodotti in Italia si aggirano attorno alle 40 milioni di tonnellate annue, un quantitativo enorme stimato per difetto, data la difficoltà a rintracciare i tortuosi percorsi di calcinacci e similari, spesso fatti sparire illegalmente da quella zona oscura del settore edilizio dove lavoro nero, illegalità e disprezzo per l’ambiente sembrano la norma. Nonostante lo smaltimento controllato e il recupero di qualità degli C&D abbia un peso rilevante nella tutela delle risorse e sia un obiettivo prioritario in ambito comunitario, oggi la pratica corrente è quella della demolizione a perdere, scelta per la rapidità di esecuzione e l’economicità. Nel settore edilizio il concetto di “chiudere il cerchio” è – salvo sporadiche sperimentazioni – al di là da venire. Vuoi per il lungo orizzonte temporale delle costruzioni (che però si accorcia progressivamente, seguendo un trend di tipo giapponese dove gli edifici hanno una vita utile media di 30 anni), vuoi per la proverbiale lentezza del settore nel recepire le innovazioni, l’obiettivo della valorizzazione degli scarti mediante il loro riuso (reimpiego di componenti tal quali o dopo limitate operazioni di adattamento) o riciclo (come materie prime-seconde dopo processi di selezione e lavorazione), è ancora lontano. Quando il materiale di demolizione non è usato come riempimento nello stesso cantiere di provenienza, il conferimento in discarica è la regola. L’eccezione è rappresentata dai materiali ferrosi, il cui riciclo è economicamente conveniente, e dai componenti di pregio come i coppi vecchi e le travi di castagno, gioia degli amanti del rustico, o le ormai introvabili maioliche dipinte a mano, vendute a pezzo a peso d’oro. Ma spesso neanche i materiali antichi si salvano dalla discarica: intere pavimentazioni di piccoli centri storici, in lastroni di pietra levigati dal tempo, al momento della necessaria esecuzione dei cavedi per il rifacimento degli impianti fanno questa triste fine. La crescente emergenza ambientale obbliga però anche in questo campo a compiere scelte gestionali diverse da quelle fin qui perseguite, al fine di inserire le attività edificatorie in un ciclo sostenibile non solo per quel che riguarda la loro vita utile – in primis con la riduzione delle necessità energetiche – ma anche per quel che riguarda la loro ristrutturazione/dismissione. Ciò al fine di limitare il conferimento di materiali in discarica, di ridurre l’estrazione dalle cave, di avviare alle filiere controllate del riciclo la più alta quantità di materiali diversi presenti nei C&D, di riusare tutti i componenti che consentono tale opzione. Per far ciò è necessario operare anche in questo settore una rivoluzione copernicana basata su scelte strategiche a 360°, che compensino i maggiori costi di manodopera legati alla demolizione selettiva e al trattamento dei materiali. Tra queste: l’imposizione di tasse o agevolazioni mirate, che sono il più efficace strumento per innescare circoli virtuosi; la diffusione della demolizione selettiva; l’adozione su larga scala di tecnologie – già oggi disponibili – per la separazione e il trattamento dei materiali edili di risulta da avviare al riciclo; la semplificazione delle complesse norme che regolano questo settore (un corpo normativo nazionale e regionale sovraccarico di leggi, decreti, regolamenti, delibere); la creazione di un mercato in grado di assorbire tali prodotti. In questo quadro è di fondamentale importanza porre l’attenzione alla futura dismissione degli edifici già in fase progettuale, infatti è proprio nel momento della loro concezione che è possibile massimizzare le potenzialità di recupero/riciclo, così come avviene per la loro gestione e manutenzione, in un’ottica di sostenibilità ambientale che comprenda tutte le fasi del ciclo di vita, dunque anche la dismissione. Si tratta di adottare i principi del Design for recycling/ Design for deconstruction, cioè impiegare materiali che possano essere riusati/ riciclati, rendere possibile la loro separazione e facilitarne la rimozione. Numerosi in tutta Europa i programmi di sperimentazione sulla reversibilità in edilizia, come l’Ifd (industrial flexible and demountable building), programma olandese finalizzato all’incentivazione di edifici industriali decostruibili. Se la considerazione della fine della vita utile è auspicabile per qualsiasi attività edificatoria, lo è in misura maggiore per quel che riguarda architetture, allestimenti, piccole strutture che hanno durate limitate: l’attenzione alla dismissione dovrebbe essere inversamente proporzionale alla durata delle costruzioni. È evidente che tali operazioni risultano facilitate nell’architettura “leggera” – con elementi standardizzati assemblati a secco mediante connessioni reversibili – piuttosto che nei cantieri “umidi”, dove si costruisce con tecniche e materiali tradizionali. Nel primo caso è preponderante il riuso di componenti e semilavorati nella loro forma originale, dopo adeguati controlli di qualità prestazionale ed eventuali operazioni di ripristino. Nel secondo il riciclo dei materiali previo trattamento, ferma restando la pratica di prelevare tutti i componenti funzionalmente validi. Dismettere recuperando è un processo necessario quanto complesso, che dipende da fattori tecnici, normativi, economici: la qualità e l’affidabilità dei materiali di risulta; la facilità del loro prelievo (in assenza della quale ogni operazione diventa talmente onerosa da risultare improponibile); la presenza di un mercato parallelo, di un indotto specializzato, di una rete capillare di impianti per la valorizzazione e la commercializzazione del materiali riciclato, che deve necessariamente risultare competitivo in termini economici rispetto a quello vergine. Questo, oggi, il passaggio più critico dell’intero sistema. Da non sottovalutare, inoltre, le resistenze culturali che possono limitare l’uso di materiali riciclati che invece, se di qualità certificata, possono per determinati impieghi – sottofondi stradali, drenaggi, aggregati per elementi non strutturali – essere una valida alternativa a quelli vergini. Nei Paesi nordeuropei la pratica del recupero degli scarti C&D è a uno stadio molto più avanzato che in Italia. Anche nel nostro Paese però, vi sono studi, ricerche, sperimentazioni rodate. Tra queste la tecnologia Rose, insignita già nel 1990 del premio nazionale per il riciclo dei materiali da parte dell’Enea per il trattamento di rifiuti speciali inerti (www.pescale. it). Si tratta di impianti fissi di trattamento automatizzati, con rese molto elevate. Ogni 1.000 kg di macerie in ingresso, attraverso un ciclo di lavorazione controllato in tutte le sue fasi, si ottengono mediamente: 2 kg di materiale leggero non idoneo al riutilizzo da smaltire in discarica di categoria 1; 1 kg di legno suscettibile di riutilizzo; 7 kg di materiale inerte non idoneo da smaltire in discarica di categoria 2 tipo A; 5 kg di materiale ferroso da avviare al riutilizzo; 985 kg di inerti granulometricamente stabilizzati. Il 50% circa dei rifiuti prodotti annualmente in Europa proviene dal settore edilizio, l’inquinamento in fase di produzione e dismissione dei materiali è altissimo, così come il consumo di risorse non rinnovabili. Il cammino per arginare questa tendenza è sicuramente arduo, ma non intraprenderlo è suicida.
2007
Decostruzione; riciclo e riuso dei materiali; dismissione controllata
01 Pubblicazione su rivista::01a Articolo in rivista
La sfida:’decostruire’ al posto di demolire / Cecchini, Cecilia. - In: EDILIZIA E TERRITORIO. - ISSN 1590-6078. - STAMPA. - 26:(2007), pp. 11-11.
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