Il presente lavoro si basa sullo studio etnografico di cinque famiglie marocchine. Una parte dell'etnografia si è svolta in Marocco, a Rabat, da febbraio ad aprile 2006, ed ha coinvolto tre famiglie; l'altra parte in Italia, a Roma, a partire dall'ottobre 2005, ed ha visto la partecipazione di due famiglie immigrate, entrambe provenienti da Casablanca. La ricerca si è mossa essenzialmente su due fronti costituiti da: 1. la storia della famiglia, compresa quella della coppia e dei singoli. L'interesse era rivolto soprattutto verso una certa tipologia di famiglie: con doppia carriera e doppio reddito. Lo scopo della scelta era dettato dal voler comprendere dall'interno una realtà sociale rilevante anche se ancora minoritaria, quella in cui la donna marocchina lavora fuori casa e partecipa anche economicamente alla gestione della famiglia. 2. la casa familiare; con attenzione alla strutturazione dei spazi, alle pratiche che vi si inscrivono, e al modo in cui la famiglia li decora, li personalizza, vi espone oggetti per costruire rappresentazioni di se stessa e della propria identità. Il raccordo Marocco-Italia è stato utilizzato solo parzialmente in modo comparativo, ovvero per temi specifici, ad esempio in rapporto all'analisi della casa famigliare. La ricerca, e la sua macro-impostazione, è nata all'interno di un più ampio studio sulla vita quotidiana di famiglie italiane di classe media (Pontecorvo 2006) di cui ho fatto parte come membro del gruppo Icelf (Italian Center for the Study on the Everyday Life of Families). Il progetto indagava il modo in cui, famiglie in cui entrambi i genitori erano impegnati in occupazioni esterne alla propria abitazione, gestissero le esigenze lavorative, domestiche e di accudimento dei figli. La tesi è strutturata in una prima parte teorica, all'interno della quale il primo paragrafo -di carattere introduttivo- mette in evidenza come nelle scienze sociali in Marocco studiare la famiglia abbia spesso coinciso con occuparsi della condizione femminile (cfr. Belarbi 1993, 1988; Bourquia 1996; Dialmy 1998; Mernissi 1988). A questa segue una seconda sezione di rassegna teorica che ripercorre, per nuclei tematici, alcuni dei principali contributi dell'antropologia femminista. L'antropologia, infatti, più di altre discipline ha contribuito alla ridefinizione della categoria "donna" riflettendo sul suo ruolo sia come studiosa, sia come "oggetto di studio" (cfr. Rosaldo, Lamphere 1974; Rubin 1975; Ortner 1974; 1996; Scott 1986; Abu-Lughod 1991; Butler 2004; Lewin 2006). Il secondo capitolo è di carattere metodologico e -oltre a contenere una descrizione dei principali strumenti utilizzati (tra cui assumono un ruolo centrale le interviste/storie di vita, ma anche il diario di campo e le videoregistrazioni)- analizza la ricerca situandola all'interno della prospettiva riflessiva (Rabinow 1977; Marcus 1994; Padiglione 1996). Pertanto vengono descritte le vicissitudini della costruzione del campo, le modalità attraverso cui si sono conosciute le famiglie partecipanti, i posizionamenti reciprocamente assunti e le difficoltà incontrate nella composizione del corpus dei dati. Il terzo e quarto capitolo sono dedicati alle analisi. Esse sono di tipo qualitativo, di livello micro-analtico, e basate sull'interpretazione di estratti di interazioni -trascritte secondo le convenzioni usate nell'Analisi della Conversazione- tratti prevalentemente dalle interviste e dal diario di campo (in modo più limitato dalle videoregistrazioni e dai videotour). L'analisi è suddivisa in due parti: nella prima (terzo capitolo) vengono presentate delle linee di ricerca per l'interpretazione del rapporto fra il femminile e il maschile in famiglia; nella seconda (quarto capitolo) si prendono in considerazione gli spazi domestici e gli oggetti in essi custoditi. Per quanto riguarda la relazione femminile/maschile, si è voluto ricostruire il modo in cui tale tematica si sia costituita, sul campo, come oggetto di ricerca da cui non poter prescindere; una sorta di "dovere morale" nei confronti di chi ha partecipato al progetto e che, più o meno esplicitamente, mi ha chiesto di discutere della condizione della donna nel lavoro che stavo svolgendo. Tuttavia, la scelta di valorizzare il punto di vista altrui, ha significato per me cadere in una sorta di "trappola", di difficile gestione teorica e analitica. Quelle proposte sono, quindi, delle possibili traiettorie interpretative che evidenziano come la questione femminile fosse molto presente nei discorsi (accademici, politici, ma anche privati) che si facevano in Marocco durante la mia esperienza di campo. Il modo in cui il ruolo della donna veniva valorizzato, su un piano politico e nazionale, sottolineandone i cambiamenti in positivo in relazione agli altri paesi del Maghreb (es. Algeria), dava l'idea di un Marocco "in corsa", ma soprattutto di un paese che puntava sul miglioramento della condizione femminile all'interno della propria società per un suo "sviluppo moderno" (cfr. Isaa El Hamir, diario di campo). Anche i membri delle famiglie partecipanti hanno costruito -nelle interazioni spontanee quotidiane così come in sede di intervista- specifiche rappresentazioni del ruolo della donna. Tali rappresentazioni sono state oggetto di analisi. Tra queste, in particolare, emerge la volontà di attribuire le giuste responsabilità di fronte a quella che viene riconosciuta come un' "irregolarità" (cfr. intervista Rachid Mnoha) nel modo di trattare la donna nel proprio paese. Viene operata una distinzione fra aspetti "culturali" e "religiosi", gli uni prescrittivi e tacciati di arretratezza, gli altri liberali e valorizzanti. Così facendo, i membri delle famiglie offrono un'interpretazione che sembra sovvertire radicalmente un certo equivoco occidentale, segnalato dai miei interlocutori, che attribuisce responsabilità negative alla religione. Tuttavia tale interpretazione non è priva di contraddizioni, così come altre parti dell'analisi hanno cercato di evidenziare. Quanto la categoria "donna" costituisca un campo controverso -e non solo sul piano delle rappresentazioni esplicite- lo dimostra l'analisi delle interazioni tratte dall'intervista collettiva (fatta ai membri della coppia insieme) e dai dati discorsivi della coppia (videoregistrazioni). Utilizzando l'agency come categoria analitica (cfr. Ortner 1996; Donzelli, Fasulo 2007; Duranti 2007), si è cercato di indagare in che modo l'agentività venga auto ed etero-attribuita all'interno dei discorsi. Attraverso un focus particolare su una delle famiglie, si è potuto osservare come la donna supporti, nell'interazione, l'agency "pubblica" che il marito si auto-attribuisce. Tipologia di agency che quest'ultimo costruisce narrativamente anche nel corso dell'intervista individuale, e che identifica nel ruolo di "porta-parola". Il terzo capitolo si conclude con l'analisi delle storie di fondazione della coppia (maschili e femminili in rapporto), utilizzando ancora l'agency come categoria d'indagine. Le storie, che raccontano l'incontro della coppia e il matrimonio, diventano il contesto ideale per trovare un agentività femminile piena. Rito di passaggio centrale nella società marocchina, regolato da prescrizioni di vario genere, il matrimonio tuttavia sembra lasciare ampi margini negoziali. Nelle narrazioni emergono agentività femminili di vario tipo (madre, moglie, figlia, sorella): sono le protagoniste principali, decidono delle sorti altrui, creano ostacoli e nello stesso tempo operano mediazioni. A sua volta, il maschile mostra un'agency indebolita; è dominato dal femminile. Nelle storie di fondazione analizzate vi è un aspetto ricorrente: all'interno della categoria "donna" vengono create e mantenute separazioni che portano alla formulazione di una gerarchia interna. Nei racconti maschili, pur se con imbarazzo, il femminile viene distinto: ci sono donne "per il piacere" e donne "da sposare"; in quelli femminili la differenza è fra donne "divorziate" e "sposate". In entrambi i casi si mette in atto una discriminazione costruita sull'appartenere o meno al circuito familiare: nel primo caso in una dimensione di possibilità, di proiezione verso; nel secondo di realtà dei fatti. Quanto detto conferma una certa ambiguità nella definizione del ruolo femminile nel contesto marocchino: da un lato gli viene riconosciuta agentività sociale, affermata su basi culturali, soprattutto per ciò che concerne la famiglia; dall'altro lato viene indebolito, nella sua possibilità d'azione, da radicati processi di esclusione e di inclusione. Tra di essi quelli che riguardano il circuito famigliare sembrano essere i più incisivi. Con il quarto capitolo l'analisi di sposta dal rapporto tra maschile e femminile, alla casa marocchina e ai suoi oggetti. L'ipotesi iniziale vedeva lo spazio familiare come luogo in cui la famiglia costruisce una rappresentazione di sé, ad uso proprio e di un potenziale pubblico esterno. Attraverso la descrizione del mio accesso progressivo agli spazi domestici delle famiglie in Marocco, l'analisi compiuta riflette su una condivisa assenza di personalizzazione degli ambienti, di una certa "omogeneità" che non distingue indizi riconoscibili della singola biografia familiare. Tale omogeneità viene interpretata attraverso i costrutti teorici di "memoria culturale" e "memoria comunicativa" di Assmann (1992), e pertanto essa sembra essere l'effetto di una rappresentazione identitaria della famiglia fondata sul “mettere in scena” una memoria culturale collettiva, di cui riproduce le formalizzazioni e i simbolismi. Le interviste e la partecipazione alla quotidianità familiare hanno infine permesso di individuare l'esistenza di spazi elettivi in cui i membri della famiglia contengono memorie, oggetti d'affezione più direttamente legati alle proprie storie di vita. Questi luoghi della "memoria comunicativa", sono i grandi armadi della coppia custoditi nelle camere da letto. Essi diventano scrigni personali, chiusi a chiave, composti da parti distinte per i due membri della coppia. Le tipologie di oggetti contenuti al loro interno (doni, "reliquiari famigliari", abiti della festa, valigie del corredo, collezioni di memorie scolastiche), parlano di biografie (famigliari ed individuali), ma nello stesso tempo raccontano anche di uno specifico modo di "conservare la memoria" da parte del singolo che ha l'effetto di re-inscrivere le storie entro un Ethos condiviso, e suggerisce all'individuo quali siano le tappe della propria vita da valorizzare. Dunque la “memoria culturale” ritorna anche in quello spazio del ricordo apparentemente meno formalizzato; essa si fa pervasiva. In una certa misura torna, anche in questo capitolo, la centralità del ruolo femminile. Sono soprattutto le donne, infatti, ad occuparsi di quelle pratiche della memoria che eleggono gli armadi dei protagonisti d'eccezione, rivestendo un ruolo specifico nella gestione delle memorie famigliari. L'ultima parte dell'analisi è infine dedicata alle case delle due famiglie marocchine immigrate a Roma. A differenza delle case visitate in Marocco, esse diventano veri e propri "paesaggi del ricordo" (Assmann 1992) in cui gli oggetti e gli spazi della casa sono veicolo privilegiato di memorie familiari -in cui si riconosce un certo "intento espositivo"- ma anche occasione di socializzazione per i figli alla propria cultura di appartenenza (un ruolo privilegiato, in questo senso, è affidato al salotto "tradizionale" marocchino).

Etnografie di famiglie marocchine / Giorgi, Sabina. - STAMPA. - (2008).

Etnografie di famiglie marocchine

GIORGI, SABINA
2008

Abstract

Il presente lavoro si basa sullo studio etnografico di cinque famiglie marocchine. Una parte dell'etnografia si è svolta in Marocco, a Rabat, da febbraio ad aprile 2006, ed ha coinvolto tre famiglie; l'altra parte in Italia, a Roma, a partire dall'ottobre 2005, ed ha visto la partecipazione di due famiglie immigrate, entrambe provenienti da Casablanca. La ricerca si è mossa essenzialmente su due fronti costituiti da: 1. la storia della famiglia, compresa quella della coppia e dei singoli. L'interesse era rivolto soprattutto verso una certa tipologia di famiglie: con doppia carriera e doppio reddito. Lo scopo della scelta era dettato dal voler comprendere dall'interno una realtà sociale rilevante anche se ancora minoritaria, quella in cui la donna marocchina lavora fuori casa e partecipa anche economicamente alla gestione della famiglia. 2. la casa familiare; con attenzione alla strutturazione dei spazi, alle pratiche che vi si inscrivono, e al modo in cui la famiglia li decora, li personalizza, vi espone oggetti per costruire rappresentazioni di se stessa e della propria identità. Il raccordo Marocco-Italia è stato utilizzato solo parzialmente in modo comparativo, ovvero per temi specifici, ad esempio in rapporto all'analisi della casa famigliare. La ricerca, e la sua macro-impostazione, è nata all'interno di un più ampio studio sulla vita quotidiana di famiglie italiane di classe media (Pontecorvo 2006) di cui ho fatto parte come membro del gruppo Icelf (Italian Center for the Study on the Everyday Life of Families). Il progetto indagava il modo in cui, famiglie in cui entrambi i genitori erano impegnati in occupazioni esterne alla propria abitazione, gestissero le esigenze lavorative, domestiche e di accudimento dei figli. La tesi è strutturata in una prima parte teorica, all'interno della quale il primo paragrafo -di carattere introduttivo- mette in evidenza come nelle scienze sociali in Marocco studiare la famiglia abbia spesso coinciso con occuparsi della condizione femminile (cfr. Belarbi 1993, 1988; Bourquia 1996; Dialmy 1998; Mernissi 1988). A questa segue una seconda sezione di rassegna teorica che ripercorre, per nuclei tematici, alcuni dei principali contributi dell'antropologia femminista. L'antropologia, infatti, più di altre discipline ha contribuito alla ridefinizione della categoria "donna" riflettendo sul suo ruolo sia come studiosa, sia come "oggetto di studio" (cfr. Rosaldo, Lamphere 1974; Rubin 1975; Ortner 1974; 1996; Scott 1986; Abu-Lughod 1991; Butler 2004; Lewin 2006). Il secondo capitolo è di carattere metodologico e -oltre a contenere una descrizione dei principali strumenti utilizzati (tra cui assumono un ruolo centrale le interviste/storie di vita, ma anche il diario di campo e le videoregistrazioni)- analizza la ricerca situandola all'interno della prospettiva riflessiva (Rabinow 1977; Marcus 1994; Padiglione 1996). Pertanto vengono descritte le vicissitudini della costruzione del campo, le modalità attraverso cui si sono conosciute le famiglie partecipanti, i posizionamenti reciprocamente assunti e le difficoltà incontrate nella composizione del corpus dei dati. Il terzo e quarto capitolo sono dedicati alle analisi. Esse sono di tipo qualitativo, di livello micro-analtico, e basate sull'interpretazione di estratti di interazioni -trascritte secondo le convenzioni usate nell'Analisi della Conversazione- tratti prevalentemente dalle interviste e dal diario di campo (in modo più limitato dalle videoregistrazioni e dai videotour). L'analisi è suddivisa in due parti: nella prima (terzo capitolo) vengono presentate delle linee di ricerca per l'interpretazione del rapporto fra il femminile e il maschile in famiglia; nella seconda (quarto capitolo) si prendono in considerazione gli spazi domestici e gli oggetti in essi custoditi. Per quanto riguarda la relazione femminile/maschile, si è voluto ricostruire il modo in cui tale tematica si sia costituita, sul campo, come oggetto di ricerca da cui non poter prescindere; una sorta di "dovere morale" nei confronti di chi ha partecipato al progetto e che, più o meno esplicitamente, mi ha chiesto di discutere della condizione della donna nel lavoro che stavo svolgendo. Tuttavia, la scelta di valorizzare il punto di vista altrui, ha significato per me cadere in una sorta di "trappola", di difficile gestione teorica e analitica. Quelle proposte sono, quindi, delle possibili traiettorie interpretative che evidenziano come la questione femminile fosse molto presente nei discorsi (accademici, politici, ma anche privati) che si facevano in Marocco durante la mia esperienza di campo. Il modo in cui il ruolo della donna veniva valorizzato, su un piano politico e nazionale, sottolineandone i cambiamenti in positivo in relazione agli altri paesi del Maghreb (es. Algeria), dava l'idea di un Marocco "in corsa", ma soprattutto di un paese che puntava sul miglioramento della condizione femminile all'interno della propria società per un suo "sviluppo moderno" (cfr. Isaa El Hamir, diario di campo). Anche i membri delle famiglie partecipanti hanno costruito -nelle interazioni spontanee quotidiane così come in sede di intervista- specifiche rappresentazioni del ruolo della donna. Tali rappresentazioni sono state oggetto di analisi. Tra queste, in particolare, emerge la volontà di attribuire le giuste responsabilità di fronte a quella che viene riconosciuta come un' "irregolarità" (cfr. intervista Rachid Mnoha) nel modo di trattare la donna nel proprio paese. Viene operata una distinzione fra aspetti "culturali" e "religiosi", gli uni prescrittivi e tacciati di arretratezza, gli altri liberali e valorizzanti. Così facendo, i membri delle famiglie offrono un'interpretazione che sembra sovvertire radicalmente un certo equivoco occidentale, segnalato dai miei interlocutori, che attribuisce responsabilità negative alla religione. Tuttavia tale interpretazione non è priva di contraddizioni, così come altre parti dell'analisi hanno cercato di evidenziare. Quanto la categoria "donna" costituisca un campo controverso -e non solo sul piano delle rappresentazioni esplicite- lo dimostra l'analisi delle interazioni tratte dall'intervista collettiva (fatta ai membri della coppia insieme) e dai dati discorsivi della coppia (videoregistrazioni). Utilizzando l'agency come categoria analitica (cfr. Ortner 1996; Donzelli, Fasulo 2007; Duranti 2007), si è cercato di indagare in che modo l'agentività venga auto ed etero-attribuita all'interno dei discorsi. Attraverso un focus particolare su una delle famiglie, si è potuto osservare come la donna supporti, nell'interazione, l'agency "pubblica" che il marito si auto-attribuisce. Tipologia di agency che quest'ultimo costruisce narrativamente anche nel corso dell'intervista individuale, e che identifica nel ruolo di "porta-parola". Il terzo capitolo si conclude con l'analisi delle storie di fondazione della coppia (maschili e femminili in rapporto), utilizzando ancora l'agency come categoria d'indagine. Le storie, che raccontano l'incontro della coppia e il matrimonio, diventano il contesto ideale per trovare un agentività femminile piena. Rito di passaggio centrale nella società marocchina, regolato da prescrizioni di vario genere, il matrimonio tuttavia sembra lasciare ampi margini negoziali. Nelle narrazioni emergono agentività femminili di vario tipo (madre, moglie, figlia, sorella): sono le protagoniste principali, decidono delle sorti altrui, creano ostacoli e nello stesso tempo operano mediazioni. A sua volta, il maschile mostra un'agency indebolita; è dominato dal femminile. Nelle storie di fondazione analizzate vi è un aspetto ricorrente: all'interno della categoria "donna" vengono create e mantenute separazioni che portano alla formulazione di una gerarchia interna. Nei racconti maschili, pur se con imbarazzo, il femminile viene distinto: ci sono donne "per il piacere" e donne "da sposare"; in quelli femminili la differenza è fra donne "divorziate" e "sposate". In entrambi i casi si mette in atto una discriminazione costruita sull'appartenere o meno al circuito familiare: nel primo caso in una dimensione di possibilità, di proiezione verso; nel secondo di realtà dei fatti. Quanto detto conferma una certa ambiguità nella definizione del ruolo femminile nel contesto marocchino: da un lato gli viene riconosciuta agentività sociale, affermata su basi culturali, soprattutto per ciò che concerne la famiglia; dall'altro lato viene indebolito, nella sua possibilità d'azione, da radicati processi di esclusione e di inclusione. Tra di essi quelli che riguardano il circuito famigliare sembrano essere i più incisivi. Con il quarto capitolo l'analisi di sposta dal rapporto tra maschile e femminile, alla casa marocchina e ai suoi oggetti. L'ipotesi iniziale vedeva lo spazio familiare come luogo in cui la famiglia costruisce una rappresentazione di sé, ad uso proprio e di un potenziale pubblico esterno. Attraverso la descrizione del mio accesso progressivo agli spazi domestici delle famiglie in Marocco, l'analisi compiuta riflette su una condivisa assenza di personalizzazione degli ambienti, di una certa "omogeneità" che non distingue indizi riconoscibili della singola biografia familiare. Tale omogeneità viene interpretata attraverso i costrutti teorici di "memoria culturale" e "memoria comunicativa" di Assmann (1992), e pertanto essa sembra essere l'effetto di una rappresentazione identitaria della famiglia fondata sul “mettere in scena” una memoria culturale collettiva, di cui riproduce le formalizzazioni e i simbolismi. Le interviste e la partecipazione alla quotidianità familiare hanno infine permesso di individuare l'esistenza di spazi elettivi in cui i membri della famiglia contengono memorie, oggetti d'affezione più direttamente legati alle proprie storie di vita. Questi luoghi della "memoria comunicativa", sono i grandi armadi della coppia custoditi nelle camere da letto. Essi diventano scrigni personali, chiusi a chiave, composti da parti distinte per i due membri della coppia. Le tipologie di oggetti contenuti al loro interno (doni, "reliquiari famigliari", abiti della festa, valigie del corredo, collezioni di memorie scolastiche), parlano di biografie (famigliari ed individuali), ma nello stesso tempo raccontano anche di uno specifico modo di "conservare la memoria" da parte del singolo che ha l'effetto di re-inscrivere le storie entro un Ethos condiviso, e suggerisce all'individuo quali siano le tappe della propria vita da valorizzare. Dunque la “memoria culturale” ritorna anche in quello spazio del ricordo apparentemente meno formalizzato; essa si fa pervasiva. In una certa misura torna, anche in questo capitolo, la centralità del ruolo femminile. Sono soprattutto le donne, infatti, ad occuparsi di quelle pratiche della memoria che eleggono gli armadi dei protagonisti d'eccezione, rivestendo un ruolo specifico nella gestione delle memorie famigliari. L'ultima parte dell'analisi è infine dedicata alle case delle due famiglie marocchine immigrate a Roma. A differenza delle case visitate in Marocco, esse diventano veri e propri "paesaggi del ricordo" (Assmann 1992) in cui gli oggetti e gli spazi della casa sono veicolo privilegiato di memorie familiari -in cui si riconosce un certo "intento espositivo"- ma anche occasione di socializzazione per i figli alla propria cultura di appartenenza (un ruolo privilegiato, in questo senso, è affidato al salotto "tradizionale" marocchino).
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