The case of Darfur before the International Criminal Court has many interesting features, not last to be the first concrete opportunity to verify which are the legal problems that the relationship between the Court and the UN Security Council designed by the Rome Statute could present. Related to this issue there is one even wider which is in relation with the link between the repression of the most serious international crimes by the Court and the resolution of conflicts in the context of which those crimes were perpetrated. This relationship, generally expressed in the motto “no peace without justice”, is radically disputed both in principle and because of the Court questionable and one-sided early practices. The latter is likely to be perceived in many parts of the world, and especially in Africa, as an instrument not of justice but neo-colonial actually only intended to punish those crimes consumed in the wars “between poor” and not those committed in the context of “asymmetric warfare”. After a brief description of the crisis that devastated this region of Sudan, the issues mentioned will be analyzed in parallel with consideration of the various phases that have marked the evolution of the Darfur case before the International Criminal Court (the referral of the situation by the Security Council, the arrest warrants issued by the Court against the Sudanese President; the African Union request for a deferral; the non-execution of the arrest warrants) in order to demonstrate the complexity of relations between the Court and the Security Council in their dynamic dimension. In particular, the study made clear the difficulty of containing the dialectic between peace and international criminal justice as part of the legal mechanisms set up by the Rome Statute. Such relations are dangerous not only because they are marked by the attempt of one institution to use the powers of the other and vice versa instrumentally, but also because the resulting short circuit enables international actors involved to implement strategies intended to extend this dialectic to avoid the achievement of a positive synthesis. The picture described is of particular concern to the International Criminal Court. For a young and already challenged judicial institution, asserting its own independence in pursuit of the statutory goal to end impunity for perpetrators of international crimes is the first priority. As a result, relations with the Security Council are by their nature insidious and the case of Darfur it is a paradigmatic example of that. This does not mean that the Court should operate in complete isolation from the Security Council, but that the necessary coordination with the latter complies with the respective functions and, especially, that each one of the two entities will assume its responsibilities without asking the other to substitute them.

Il caso del Darfur davanti alla Corte penale internazionale presenta molti motivi di interesse, non ultimo quello di essere la prima occasione concreta per verificare quali problemi giuridici presentino i rapporti tra Corte e Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite disegnati dallo Statuto di Roma. Collegata a questa tematica ve n’è una ancora più ampia relativa al legame esistente tra repressione dei più gravi crimini internazionali da parte della Corte e soluzione dei conflitti nel cui contesto detti crimini sono stati perpetrati. Detta relazione, espressa generalmente nel motto “non c’è pace senza giustizia”, è oggetto di contestazioni radicali sia in linea di principio, sia in ragione della discutibile prassi iniziale e a senso unico della Corte. Quest’ultima, infatti, rischia di essere percepita, in tante parti del mondo e soprattutto in Africa, come uno strumento non di giustizia, ma neocoloniale di fatto finalizzato a reprimere esclusivamente i crimini consumati nelle guerre “tra poveri” e non quelli commessi nel contesto delle “guerre asimmetriche”. Dopo una sintetica descrizione della crisi che ha sconvolto questa regione del Sudan, le tematiche indicate saranno analizzate in parallelo all’esame delle diverse fasi che hanno contrassegnato l’evoluzione del caso del Darfur davanti alla Corte penale internazionale (il referral della situazione da parte del Consiglio di sicurezza; i mandati d’arresto emessi dalla Corte contro il Presidente sudanese; la richiesta di un deferral da parte dell’Unione africana; la mancata esecuzione dei mandati d’arresto) al fine di dimostrare la complessità delle relazioni tra quest’ultima e il Consiglio di sicurezza nella loro dimensione dinamica. In particolare, dallo studio effettuato emerge la difficoltà di contenere la dialettica tra pace e giustizia penale internazionale nell’ambito dei meccanismi giuridici predisposti dallo Statuto di Roma. Si tratta di relazioni pericolose non soltanto perché contrassegnate dal tentativo dell’una istituzione di utilizzare strumentalmente i poteri dell’altra e viceversa, ma anche perché il conseguente corto circuito consente agli attori internazionali interessati di attuare strategie dirette ad approfondire detta dialettica per evitare che essa realizzi una sintesi positiva. Il quadro descritto è particolarmente preoccupante per la Corte penale internazionale. Per una giovane e già contestata istituzione avente natura giurisdizionale, l’affermazione della propria indipendenza nel perseguimento dell’obiettivo statutario di porre fine all’impunità per chi perpetra crimini internazionali costituisce la priorità assoluta. I rapporti con il Consiglio di sicurezza sono di conseguenza per loro natura insidiosi e il caso del Darfur ne è un esempio paradigmatico. Ciò non significa che la Corte debba operare in completo isolamento rispetto al Consiglio di sicurezza, ma che il necessario coordinamento con quest’ultimo avvenga nel rispetto delle rispettive funzioni e che, soprattutto, ognuna delle due entità si assuma le proprie responsabilità senza chiedere all’altra di surrogare ad esse.

Il caso paradigmatico del Sudan, crocevia tra pace e giustizia all'alba del XXI secolo / Cadin, Raffaele. - In: FEDERALISMI.IT. - ISSN 1826-3534. - ELETTRONICO. - 3/2011:(2011), pp. 1-18.

Il caso paradigmatico del Sudan, crocevia tra pace e giustizia all'alba del XXI secolo

CADIN, Raffaele
2011

Abstract

Il caso del Darfur davanti alla Corte penale internazionale presenta molti motivi di interesse, non ultimo quello di essere la prima occasione concreta per verificare quali problemi giuridici presentino i rapporti tra Corte e Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite disegnati dallo Statuto di Roma. Collegata a questa tematica ve n’è una ancora più ampia relativa al legame esistente tra repressione dei più gravi crimini internazionali da parte della Corte e soluzione dei conflitti nel cui contesto detti crimini sono stati perpetrati. Detta relazione, espressa generalmente nel motto “non c’è pace senza giustizia”, è oggetto di contestazioni radicali sia in linea di principio, sia in ragione della discutibile prassi iniziale e a senso unico della Corte. Quest’ultima, infatti, rischia di essere percepita, in tante parti del mondo e soprattutto in Africa, come uno strumento non di giustizia, ma neocoloniale di fatto finalizzato a reprimere esclusivamente i crimini consumati nelle guerre “tra poveri” e non quelli commessi nel contesto delle “guerre asimmetriche”. Dopo una sintetica descrizione della crisi che ha sconvolto questa regione del Sudan, le tematiche indicate saranno analizzate in parallelo all’esame delle diverse fasi che hanno contrassegnato l’evoluzione del caso del Darfur davanti alla Corte penale internazionale (il referral della situazione da parte del Consiglio di sicurezza; i mandati d’arresto emessi dalla Corte contro il Presidente sudanese; la richiesta di un deferral da parte dell’Unione africana; la mancata esecuzione dei mandati d’arresto) al fine di dimostrare la complessità delle relazioni tra quest’ultima e il Consiglio di sicurezza nella loro dimensione dinamica. In particolare, dallo studio effettuato emerge la difficoltà di contenere la dialettica tra pace e giustizia penale internazionale nell’ambito dei meccanismi giuridici predisposti dallo Statuto di Roma. Si tratta di relazioni pericolose non soltanto perché contrassegnate dal tentativo dell’una istituzione di utilizzare strumentalmente i poteri dell’altra e viceversa, ma anche perché il conseguente corto circuito consente agli attori internazionali interessati di attuare strategie dirette ad approfondire detta dialettica per evitare che essa realizzi una sintesi positiva. Il quadro descritto è particolarmente preoccupante per la Corte penale internazionale. Per una giovane e già contestata istituzione avente natura giurisdizionale, l’affermazione della propria indipendenza nel perseguimento dell’obiettivo statutario di porre fine all’impunità per chi perpetra crimini internazionali costituisce la priorità assoluta. I rapporti con il Consiglio di sicurezza sono di conseguenza per loro natura insidiosi e il caso del Darfur ne è un esempio paradigmatico. Ciò non significa che la Corte debba operare in completo isolamento rispetto al Consiglio di sicurezza, ma che il necessario coordinamento con quest’ultimo avvenga nel rispetto delle rispettive funzioni e che, soprattutto, ognuna delle due entità si assuma le proprie responsabilità senza chiedere all’altra di surrogare ad esse.
The case of Darfur before the International Criminal Court has many interesting features, not last to be the first concrete opportunity to verify which are the legal problems that the relationship between the Court and the UN Security Council designed by the Rome Statute could present. Related to this issue there is one even wider which is in relation with the link between the repression of the most serious international crimes by the Court and the resolution of conflicts in the context of which those crimes were perpetrated. This relationship, generally expressed in the motto “no peace without justice”, is radically disputed both in principle and because of the Court questionable and one-sided early practices. The latter is likely to be perceived in many parts of the world, and especially in Africa, as an instrument not of justice but neo-colonial actually only intended to punish those crimes consumed in the wars “between poor” and not those committed in the context of “asymmetric warfare”. After a brief description of the crisis that devastated this region of Sudan, the issues mentioned will be analyzed in parallel with consideration of the various phases that have marked the evolution of the Darfur case before the International Criminal Court (the referral of the situation by the Security Council, the arrest warrants issued by the Court against the Sudanese President; the African Union request for a deferral; the non-execution of the arrest warrants) in order to demonstrate the complexity of relations between the Court and the Security Council in their dynamic dimension. In particular, the study made clear the difficulty of containing the dialectic between peace and international criminal justice as part of the legal mechanisms set up by the Rome Statute. Such relations are dangerous not only because they are marked by the attempt of one institution to use the powers of the other and vice versa instrumentally, but also because the resulting short circuit enables international actors involved to implement strategies intended to extend this dialectic to avoid the achievement of a positive synthesis. The picture described is of particular concern to the International Criminal Court. For a young and already challenged judicial institution, asserting its own independence in pursuit of the statutory goal to end impunity for perpetrators of international crimes is the first priority. As a result, relations with the Security Council are by their nature insidious and the case of Darfur it is a paradigmatic example of that. This does not mean that the Court should operate in complete isolation from the Security Council, but that the necessary coordination with the latter complies with the respective functions and, especially, that each one of the two entities will assume its responsibilities without asking the other to substitute them.
Corte penale internazionale; Consiglio di sicurezza; crisi del Darfur
01 Pubblicazione su rivista::01a Articolo in rivista
Il caso paradigmatico del Sudan, crocevia tra pace e giustizia all'alba del XXI secolo / Cadin, Raffaele. - In: FEDERALISMI.IT. - ISSN 1826-3534. - ELETTRONICO. - 3/2011:(2011), pp. 1-18.
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