Piero Barucci, sulla cui opera e' appena uscita una monografia della Electa curata da Ruggero Lenci, e' stato il protagonista di una lunga stagione dell’architettura italiana, iniziata con il conseguimento della laurea nel luglio del 1946 e completata con la chiusura dello studio nel 2003, dopo oltre cinquanta anni di attività e una quantità impressionante di progetti, soprattutto nel campo dell’edilizia residenziale pubblica. Tra le sue realizzazioni vi sono interventi per il primo (1949-1956) e secondo settennio (1956-1963) del piano Ina Casa. Le numerose opere romane con un quartiere per 412 alloggi a Spinaceto (1966), edifici di edilizia sperimentale al Tiburtino sud (1971), il quartiere Torrevecchia (1978), comparti abitativi a Tor Bella Monaca (1980) e il quartiere Quartaccio (1984). E poi numerosi piani di edilizia residenziale e servizi a Napoli, a seguito del terremoto del 1980. Il lavoro per il quale Barucci e' più famoso, e' il più controverso. Si tratta del quartiere romano Laurentino 38. E’, infatti, additato da molti come uno dei mostri edilizi realizzati nella capitale a partire dagli anni settanta insieme con il Corviale di Mario Fiorentino e Vigne Nuove di Lucio Passarelli. E fa parte di un girone più ampio di dannati che include il quartiere Zen di Vittorio Gregotti a Palermo. A rendere celebre il Laurentino ha contribuito la vicenda dei ponti, cioè le attrezzature destinate a servizi che avrebbero dovuto caratterizzare il nuovo quartiere. L’idea che portò alla loro invenzione era costruire un lungo anello stradale punteggiato da una decina di corposi nuclei residenziali ciascuno dei quali, a sua volta, si poneva a cavallo di questo anello stradale grazie a un ponte destinato ai servizi. Ogni ponte serviva quindi il nucleo residenziale di sua competenza, ma tutti insieme, posti in sequenza lungo la strada, vertebravano lo spazio pubblico del quartiere. I ponti non funzionarono mai. Furono subito occupati e trasformati in abitazioni precarie, diventando oltretutto, a causa delle provenienze sociali degli occupanti, luoghi degradati e pericolosi. E il fulcro funzionale e simbolico del quartiere che avrebbe dovuto attrarre gli abitanti inducendoli alla socialità, divenne proprio il luogo che li repelleva. La storia, come succede per tutte le vicende in cui sono coinvolti soggetti pubblici, si trascinò penosamente per anni, finchè non si decise di intervenire nel più semplice e quindi nel peggiore dei modi. Abbattendo alcuni ponti e snaturando il quartiere, che adesso ha perso le caratteristiche originarie ma non ha acquistato quelle di un insediamento alternativo credibile. La vicenda del Laurentino rappresenta una ferita ancora aperta all’interno della cultura architettonica nazionale. Lo testimoniano anche i testi a corredo del libro, firmati da Ruggero Lenci, Leonardo Benevolo, Alessandra Muntuoni, Giorgio Muratore e Franco Purini. Mette in luce, infatti, la distanza che esiste tra la teoria e la pratica, tra ciò che agli occhi degli architetti appare come progressista e ciò che effettivamente si dimostra come tale. A volte occorrono anni perché un edificio o un quartiere innovativo possa essere capito dai propri abitanti e si sviluppino le forme di gestione degli spazi previste dai loro ideatori. Così e' successo, per esempio, all’Unità di abitazione di Le Corbusier di Marsiglia che ha cominciato a funzionare solo dal momento in cui si e' trasformata in un condominio rigidamente organizzato oppure al quartiere Olimpico a Roma che dopo anni di penoso degrado, e' tra i più appetibili della capitale, grazie anche alla realizzazione del vicino auditorium disegnato da Renzo Piano. Ma molte volte, il tempo non basta. Mi sembra difficile che il Corviale, lo Zen o Vigne Nuove possano essere mai redenti da un uso virtuoso. Sarà questa la sorte del Laurentino e di altri progetti di edilizia residenziale pubblica disegnati da Barucci? Non saprei francamente rispondere. A guardarli adesso, molti piani disegnati tra gli anni settanta e ottanta sembrano datati e legati a una stagione in cui la necessità economica e l’ideologia non sempre contribuirono a realizzare una città nella quale avremmo piacere a vivere. Tuttavia, come mostrano le pagine del libro, corposo e ricchissimo di informazioni,i complessi di Barucci si caratterizzano per una cura, un’intelligenza tecnologica e un’attenzione progettuale che non si può liquidare sbrigativamente. Prova ne sia che in altri progetti, dove l’ansia dei costi e dei tempi, e soprattutto la pressione dell’ideologia, non erano così incalzanti, Barucci ha realizzato opere più memorabili. Penso per esempio al centro direzionale di Piazzale Caravaggio a Roma (1962), che, come ha notato giustamente Alessandra Muntoni, e' ancora oggi una delle poche, grandi e dignitose opere di architettura contemporanea della Capitale. Ruggero Lenci, Piero Barucci Architetto, Electa, Milano 2009. Pagg.392. Testi di: Piero Barucci, Leonardo Benevolo, Alessandra Muntoni, Giorgio Muratore, Franco Purini
Pietro Barucci Architetto Autore: Ruggero Lenci Recensione di Luigi Prestinenza Puglisi In: Edilizia e Territorio, 18-23 gennaio 2010, p. 8 / L. P., Puglisi; Lenci, Ruggero; .,. - In: EDILIZIA E TERRITORIO. - ISSN 1590-6078. - STAMPA. - 18-23 gennaio 2010:(2010), pp. 8-8.
Pietro Barucci Architetto Autore: Ruggero Lenci Recensione di Luigi Prestinenza Puglisi In: Edilizia e Territorio, 18-23 gennaio 2010, p. 8
LENCI, Ruggero;
2010
Abstract
Piero Barucci, sulla cui opera e' appena uscita una monografia della Electa curata da Ruggero Lenci, e' stato il protagonista di una lunga stagione dell’architettura italiana, iniziata con il conseguimento della laurea nel luglio del 1946 e completata con la chiusura dello studio nel 2003, dopo oltre cinquanta anni di attività e una quantità impressionante di progetti, soprattutto nel campo dell’edilizia residenziale pubblica. Tra le sue realizzazioni vi sono interventi per il primo (1949-1956) e secondo settennio (1956-1963) del piano Ina Casa. Le numerose opere romane con un quartiere per 412 alloggi a Spinaceto (1966), edifici di edilizia sperimentale al Tiburtino sud (1971), il quartiere Torrevecchia (1978), comparti abitativi a Tor Bella Monaca (1980) e il quartiere Quartaccio (1984). E poi numerosi piani di edilizia residenziale e servizi a Napoli, a seguito del terremoto del 1980. Il lavoro per il quale Barucci e' più famoso, e' il più controverso. Si tratta del quartiere romano Laurentino 38. E’, infatti, additato da molti come uno dei mostri edilizi realizzati nella capitale a partire dagli anni settanta insieme con il Corviale di Mario Fiorentino e Vigne Nuove di Lucio Passarelli. E fa parte di un girone più ampio di dannati che include il quartiere Zen di Vittorio Gregotti a Palermo. A rendere celebre il Laurentino ha contribuito la vicenda dei ponti, cioè le attrezzature destinate a servizi che avrebbero dovuto caratterizzare il nuovo quartiere. L’idea che portò alla loro invenzione era costruire un lungo anello stradale punteggiato da una decina di corposi nuclei residenziali ciascuno dei quali, a sua volta, si poneva a cavallo di questo anello stradale grazie a un ponte destinato ai servizi. Ogni ponte serviva quindi il nucleo residenziale di sua competenza, ma tutti insieme, posti in sequenza lungo la strada, vertebravano lo spazio pubblico del quartiere. I ponti non funzionarono mai. Furono subito occupati e trasformati in abitazioni precarie, diventando oltretutto, a causa delle provenienze sociali degli occupanti, luoghi degradati e pericolosi. E il fulcro funzionale e simbolico del quartiere che avrebbe dovuto attrarre gli abitanti inducendoli alla socialità, divenne proprio il luogo che li repelleva. La storia, come succede per tutte le vicende in cui sono coinvolti soggetti pubblici, si trascinò penosamente per anni, finchè non si decise di intervenire nel più semplice e quindi nel peggiore dei modi. Abbattendo alcuni ponti e snaturando il quartiere, che adesso ha perso le caratteristiche originarie ma non ha acquistato quelle di un insediamento alternativo credibile. La vicenda del Laurentino rappresenta una ferita ancora aperta all’interno della cultura architettonica nazionale. Lo testimoniano anche i testi a corredo del libro, firmati da Ruggero Lenci, Leonardo Benevolo, Alessandra Muntuoni, Giorgio Muratore e Franco Purini. Mette in luce, infatti, la distanza che esiste tra la teoria e la pratica, tra ciò che agli occhi degli architetti appare come progressista e ciò che effettivamente si dimostra come tale. A volte occorrono anni perché un edificio o un quartiere innovativo possa essere capito dai propri abitanti e si sviluppino le forme di gestione degli spazi previste dai loro ideatori. Così e' successo, per esempio, all’Unità di abitazione di Le Corbusier di Marsiglia che ha cominciato a funzionare solo dal momento in cui si e' trasformata in un condominio rigidamente organizzato oppure al quartiere Olimpico a Roma che dopo anni di penoso degrado, e' tra i più appetibili della capitale, grazie anche alla realizzazione del vicino auditorium disegnato da Renzo Piano. Ma molte volte, il tempo non basta. Mi sembra difficile che il Corviale, lo Zen o Vigne Nuove possano essere mai redenti da un uso virtuoso. Sarà questa la sorte del Laurentino e di altri progetti di edilizia residenziale pubblica disegnati da Barucci? Non saprei francamente rispondere. A guardarli adesso, molti piani disegnati tra gli anni settanta e ottanta sembrano datati e legati a una stagione in cui la necessità economica e l’ideologia non sempre contribuirono a realizzare una città nella quale avremmo piacere a vivere. Tuttavia, come mostrano le pagine del libro, corposo e ricchissimo di informazioni,i complessi di Barucci si caratterizzano per una cura, un’intelligenza tecnologica e un’attenzione progettuale che non si può liquidare sbrigativamente. Prova ne sia che in altri progetti, dove l’ansia dei costi e dei tempi, e soprattutto la pressione dell’ideologia, non erano così incalzanti, Barucci ha realizzato opere più memorabili. Penso per esempio al centro direzionale di Piazzale Caravaggio a Roma (1962), che, come ha notato giustamente Alessandra Muntoni, e' ancora oggi una delle poche, grandi e dignitose opere di architettura contemporanea della Capitale. Ruggero Lenci, Piero Barucci Architetto, Electa, Milano 2009. Pagg.392. Testi di: Piero Barucci, Leonardo Benevolo, Alessandra Muntoni, Giorgio Muratore, Franco PuriniI documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.


