L’ultima volta che le Forze di Difesa Israeliane diedero il via ad un raid paragonabile per violenza a quello scatenato in questi giorni nella Striscia di Gaza correva l’anno 1967. Quarantuno anni dopo il palcoscenico è lo stesso, ma l’antagonista è cambiato. Nella “guerra dei sei giorni” si trattava dell’esercito egiziano, al tempo il più numeroso e meglio armato del mondo arabo, mentre l’operazione “Piombo fuso” è rivolta contro le milizie di Hamas, che compensano un ben più modesto equipaggiamento con una dedizione totale alla propria causa, sintesi tra patriottismo palestinese e fervore religioso. Sin dal 27 dicembre le parti in causa hanno tentato di addossare all’avversario la responsabilità di aver favorito il precipitare degli eventi. Probabilmente sarebbe più corretto parlare di un concorso di colpe per cui tanto l’attuale governo israeliano, quanto il gruppo dirigente di Hamastan, in base a considerazioni che parzialmente esulano dalla mera risoluzione del conflitto israelo-palestinese, hanno preferito forzare la mano fino a giungere alla tragedia attuale. Partendo da presupposti radicalmente diversi, due volontà antitetiche hanno trovato un minimo comun denominatore nella necessità di combattere una guerra i cui costi maggiori si stanno scaricando lungo la “linea di minor resistenza”, che trova al suo gradino più basso la popolazione civile palestinese.

Un conflitto utile a tutti / Natalizia, Gabriele. - In: FEDERALISMI.IT. - ISSN 1826-3534. - Anno VII - N. 1(2009), pp. 1-9.

Un conflitto utile a tutti

NATALIZIA, GABRIELE
2009

Abstract

L’ultima volta che le Forze di Difesa Israeliane diedero il via ad un raid paragonabile per violenza a quello scatenato in questi giorni nella Striscia di Gaza correva l’anno 1967. Quarantuno anni dopo il palcoscenico è lo stesso, ma l’antagonista è cambiato. Nella “guerra dei sei giorni” si trattava dell’esercito egiziano, al tempo il più numeroso e meglio armato del mondo arabo, mentre l’operazione “Piombo fuso” è rivolta contro le milizie di Hamas, che compensano un ben più modesto equipaggiamento con una dedizione totale alla propria causa, sintesi tra patriottismo palestinese e fervore religioso. Sin dal 27 dicembre le parti in causa hanno tentato di addossare all’avversario la responsabilità di aver favorito il precipitare degli eventi. Probabilmente sarebbe più corretto parlare di un concorso di colpe per cui tanto l’attuale governo israeliano, quanto il gruppo dirigente di Hamastan, in base a considerazioni che parzialmente esulano dalla mera risoluzione del conflitto israelo-palestinese, hanno preferito forzare la mano fino a giungere alla tragedia attuale. Partendo da presupposti radicalmente diversi, due volontà antitetiche hanno trovato un minimo comun denominatore nella necessità di combattere una guerra i cui costi maggiori si stanno scaricando lungo la “linea di minor resistenza”, che trova al suo gradino più basso la popolazione civile palestinese.
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