L'articolo si inserisce nel dibattito filosofico italiano sulla pandemia da Covid-19, che aveva visto contrapporsi le posizioni di Agamben (critico verso lo "stato di eccezione" e il mito del contagio), le repliche di Nancy ed Esposito, e riflessioni collaterali di Harari, Zagrebelsky, Butler e Illetterati sul rapporto tra vita e potere politico (biopolitica). Tommasi propone di ripartire da un testo meno noto di Agamben: l'introduzione al saggio di Levinas Alcune considerazioni sulla filosofia dell'hitlerismo. Qui emerge il concetto del soggetto "inchiodato" (rivé) al proprio corpo — un'idea che il nazismo radicalizza (riducendo l'uomo al puro dato biologico della razza) ma che, secondo Agamben, appartiene già alla condizione umana autentica, come mostra lo stesso Levinas. Da qui Agamben trae la sua risposta teorica: pensare il soggetto come pura potenza indeterminata, sottratta a ogni compito e identità. Il punto critico dell'autore è proprio questo: tale "potenza pura" rischia di far regredire il soggetto a una libertà astratta e individualistica, molto simile alla "ragione serena" dell'uomo liberale descritta criticamente da Levinas — ed è forse questo limite teorico a impedire ad Agamben di leggere correttamente la pandemia. Tommasi ribalta la prospettiva: il virus, portando la morte e la malattia, ci "inchioda" di nuovo ai nostri corpi mortali e alla storia, rivelando che l'essere umano è strutturalmente (non accidentalmente) fragile e "malato" — ogni esistenza è già da sempre esposta alla finitudine. Da ciò deriva che lo spazio di libertà residuo non può essere quello della pura potenzialità astratta, ma quello della cura: "curarsi di" è un gesto insieme necessario e sempre possibile, riflessivo ma anche rivolto all'altro. Conclusione: limitare la libertà individuale per proteggere la vita fragile non è un passo verso il totalitarismo, ma il recupero di un'idea di bene comune che supera l'individualismo astratto — condizione necessaria anche per affrontare altre emergenze epocali (ambiente, migrazioni, povertà). La "comunità che viene", fondata su corpi malati e non su libertà pure, dovrà assumere la forma di una casa di cura o di un "ospedale da campo".
Curarsi di. Una libertà inchiodata al corpo e alla storia / Tommasi, F.V.. - (2020).
Curarsi di. Una libertà inchiodata al corpo e alla storia
Francesco Valerio Tommasi
2020
Abstract
L'articolo si inserisce nel dibattito filosofico italiano sulla pandemia da Covid-19, che aveva visto contrapporsi le posizioni di Agamben (critico verso lo "stato di eccezione" e il mito del contagio), le repliche di Nancy ed Esposito, e riflessioni collaterali di Harari, Zagrebelsky, Butler e Illetterati sul rapporto tra vita e potere politico (biopolitica). Tommasi propone di ripartire da un testo meno noto di Agamben: l'introduzione al saggio di Levinas Alcune considerazioni sulla filosofia dell'hitlerismo. Qui emerge il concetto del soggetto "inchiodato" (rivé) al proprio corpo — un'idea che il nazismo radicalizza (riducendo l'uomo al puro dato biologico della razza) ma che, secondo Agamben, appartiene già alla condizione umana autentica, come mostra lo stesso Levinas. Da qui Agamben trae la sua risposta teorica: pensare il soggetto come pura potenza indeterminata, sottratta a ogni compito e identità. Il punto critico dell'autore è proprio questo: tale "potenza pura" rischia di far regredire il soggetto a una libertà astratta e individualistica, molto simile alla "ragione serena" dell'uomo liberale descritta criticamente da Levinas — ed è forse questo limite teorico a impedire ad Agamben di leggere correttamente la pandemia. Tommasi ribalta la prospettiva: il virus, portando la morte e la malattia, ci "inchioda" di nuovo ai nostri corpi mortali e alla storia, rivelando che l'essere umano è strutturalmente (non accidentalmente) fragile e "malato" — ogni esistenza è già da sempre esposta alla finitudine. Da ciò deriva che lo spazio di libertà residuo non può essere quello della pura potenzialità astratta, ma quello della cura: "curarsi di" è un gesto insieme necessario e sempre possibile, riflessivo ma anche rivolto all'altro. Conclusione: limitare la libertà individuale per proteggere la vita fragile non è un passo verso il totalitarismo, ma il recupero di un'idea di bene comune che supera l'individualismo astratto — condizione necessaria anche per affrontare altre emergenze epocali (ambiente, migrazioni, povertà). La "comunità che viene", fondata su corpi malati e non su libertà pure, dovrà assumere la forma di una casa di cura o di un "ospedale da campo".I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.


