The transformation and reuse of abandoned public real estate – whether isolated buildings, wider complexes, or large urban districts – has become an increasingly important topic in contemporary architectural debate over the past forty years. It reflects a new approach to reality, one that considers the careful use of ever more limited resources available and, moreover, recognises the value of memories from a recent productive past of ordinary life, of toil and labour. At the same time, it offers an extraordinary opportunity to rethink the city, conceived not just as urbs, as a built form, but above all as civitas, as a community of people with their relationships, their aspirations, their political, religious, or spiritual ideals, or simply their humanity. In this regard, such a huge building heritage, scattered across the cities which experienced industrialisation – in Italy, in Europe, and worldwide – nestled in their urban fabrics, often represents untapped potential. In Aristotelian terms, it is a potentiality, a potential reality, a formless, inanimate matter awaiting a rewriting, a reinterpretation, a re-signification. Through such a transformation, it can be turned into an actuality, into a form having life and meaning, rejoining the ongoing flow of the world and once again being part of the endless and inevitable changing of space and time. Based on these reflections, the result of a long-term theoretical and design research, this essay critically analyses a selection of case studies in order to reconsider the disciplinary boundaries of adaptive reuse in contemporary architecture. On the one hand, it highlights the social potential of reuse aimed at the production and transmission of knowledge; on the other hand, it identifies a poetics of the ordinary as a possible interpretation of the theme that, by rejecting the culture of waste, can open up for unexpected future perspectives.
La trasformazione e il riuso del patrimonio immobiliare pubblico dismesso e in stato di abbandono – nella forma di edifici isolati, aggregati edilizi o vasti comparti territoriali – è un tema che, negli ultimi trent’anni, ha assunto un peso via via più rilevante nel dibattito architettonico contemporaneo: sia in quanto espressione di un nuovo approccio alla realtà, attento all’impiego delle sempre più limitate risorse disponibili e consapevole del valore della memoria di un passato produttivo non lontano, di vita ordinaria, di fatica, di lavoro; sia in quanto straordinaria opportunità per ripensare la città, intesa non solo e non tanto come urbs, come forma costruita, quanto soprattutto come civitas, come comunità di persone, con le loro relazioni, le loro aspirazioni, i loro ideali politici, religiosi, spirituali o, più semplicemente, la loro umanità. Da questo punto di vista, tale enorme patrimonio edilizio, disseminato nei tessuti ormai consolidati di tutte le città – in Italia, in Europa e nel mondo – che abbiano attraversato processi di industrializzazione, rappresenta spesso una potenzialità inespressa, una realtà in “potenza” – ricordando Aristotele – una materia informe, inanimata, in attesa di una riscrittura, di una reinterpretazione, di una risignificazione che la trasformi nuovamente in “atto”, in una forma dotata di vita e di senso, decretandone la necessaria reimmissione nel “divenire” del mondo, nel mutamento continuo e inevitabile nello spazio e nel tempo. Rispetto a questo quadro teorico, la prospettiva critica proposta muove da una duplice convinzione: da un lato, che lo spazio pubblico possa essere uno strumento privilegiato per favorire lo scambio sociale e la trasmissione di valori collettivi e condivisi, dall’altro, che il progetto architettonico possa essere il catalizzatore di una visione comunitaria “che non è ancora”, di cui si scorgono i germi e le tracce, sebbene flebili. Alcune recenti riconversioni di edifici o complessi ex industriali in spazi per la formazione e la didattica prefigurano scenari di sicuro interesse per il futuro della città; da incentivare, coltivare e sviluppare. La LocHal Library a Tilburg, realizzata nel 2019 in un ex deposito locomotive delle ferrovie nazionali olandesi, o la Nantes Saint-Nazaire Higher School of Fine Arts del 2017, esito della trasformazione di parte dei capannoni della fonderia Alstom sull’Ile de Nantes, sono rari esempi di interventi di valorizzazione e rigenerazione di un patrimonio edilizio legato a realtà produttive non più attive, realizzati attraverso l’innesto di funzioni educative, finalizzate alla produzione e alla trasmissione della conoscenza. Originali interpreti dei nuovi modelli di apprendimento, tali esempi testimoniano le potenzialità latenti di un patrimonio ex produttivo dismesso sempre più consistente e ingombrante, annidato nelle maglie delle nostre città, di quegli “spazi in attesa” dei quali emerge una dimensione finora inaspettata e poco esplorata: l’essere, cioè, un campo di sperimentazione progettuale particolarmente adatto e stimolante per insinuare nelle nuove generazioni della società tecnocratica contemporanea, dominata dall’individualismo e dagli pseudo valori dell’efficienza, della produttività e della competitività, valori culturali e sensibilità artistica, ma anche – indirettamente – principi di solidarietà, condivisione e partecipazione sociale. A partire da alcuni casi-studio, la riflessione vuole evidenziare gli aspetti di unicità di questi “santuari dell’età della macchina”, che si offrono come scenari per autentiche sfide progettuali, individuando nel carattere informale, nella capacità evocativa di cavità spesso smisurate permeate dalla struttura, nei tratti identitari, nei segni impressi e stratificati di vite vissute, di attività perdute, e nell’atmosfera di sospensione temporale che li contraddistingue i punti di forza sui quali fondare la loro volontà di “essere [nuovamente] qualcosa” e dai quali far scaturire forme, modi e strategie della trasformazione di “ciò che è” in “ciò che non è ancora”.
Fabbriche di conoscenza per costruire una nuova civitas / Cutroni, F., Percoco, M.. - In: IN BO. - ISSN 2036-1602. - 17:21(2026), pp. 66-79. [10.60923/issn.2036-1602/v17-n21-2026]
Fabbriche di conoscenza per costruire una nuova civitas
Fabio, Cutroni;Maura, Percoco
2026
Abstract
The transformation and reuse of abandoned public real estate – whether isolated buildings, wider complexes, or large urban districts – has become an increasingly important topic in contemporary architectural debate over the past forty years. It reflects a new approach to reality, one that considers the careful use of ever more limited resources available and, moreover, recognises the value of memories from a recent productive past of ordinary life, of toil and labour. At the same time, it offers an extraordinary opportunity to rethink the city, conceived not just as urbs, as a built form, but above all as civitas, as a community of people with their relationships, their aspirations, their political, religious, or spiritual ideals, or simply their humanity. In this regard, such a huge building heritage, scattered across the cities which experienced industrialisation – in Italy, in Europe, and worldwide – nestled in their urban fabrics, often represents untapped potential. In Aristotelian terms, it is a potentiality, a potential reality, a formless, inanimate matter awaiting a rewriting, a reinterpretation, a re-signification. Through such a transformation, it can be turned into an actuality, into a form having life and meaning, rejoining the ongoing flow of the world and once again being part of the endless and inevitable changing of space and time. Based on these reflections, the result of a long-term theoretical and design research, this essay critically analyses a selection of case studies in order to reconsider the disciplinary boundaries of adaptive reuse in contemporary architecture. On the one hand, it highlights the social potential of reuse aimed at the production and transmission of knowledge; on the other hand, it identifies a poetics of the ordinary as a possible interpretation of the theme that, by rejecting the culture of waste, can open up for unexpected future perspectives.| File | Dimensione | Formato | |
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