Nonostante sia difficile ricondurre le architetture del sacro a una forma o a una tipologia universale, questi luoghi sembrano tuttavia condividere un tratto ricorrente, riconducibile alla dimensione ipogea dello spazio. Tale ricorrenza, attestata in epoche e culture antiche e spesso connessa a pratiche rituali, si materializza nello scavo, attraverso cui l’uomo cerca una forma di ricongiungimento con la dimensione del divino. Il sacro si manifesta così nello spazio, non tanto come espressione formalmente codificata, quanto come esperienza che si stratifica nel tempo e si radica nel rapporto ancestrale tra il corpo e la terra. La dimensione ipogea non si esaurisce in una soluzione di ordine spaziale, ma si configura come un dispositivo capace di rendere percepibile quella soglia sottile tra l’umano e l’altro-da-sé, richiamando quella condizione di ierofania descritta da Mircea Eliade. Il progetto per il Museo della cultura indiana di Paola Iacucci, concepito nel paesaggio della valle dell’Hudson, costituisce un esempio significativo di come la dimensione sacrale possa emergere attraverso specifici caratteri di natura universale, che in questo caso si esplicitano nella ricerca della luce, dal basso verso l’alto, mediante lo scavo, che diviene il gesto originario attraverso cui l’architettura si radica nella terra. Il termine “carattere” è qui inteso secondo l’accezione di Étienne- Louis Boullée, come «quell’effetto che risulta dall’oggetto e che provoca in noi una determinata impressione». Iacucci rielabora il modello delle kiva dei Pueblo, spazi sotterranei o semi-sotterranei destinati a pratiche rituali e collettive, nei quali la dimensione del sacro è vissuta come esperienza continua, in relazione spaziale e temporale con la vita quotidiana. Tale principio si traduce nel progetto in una sequenza ininterrotta di luoghi ipogei e aerei; il vuoto diventa il campo entro cui la luce diventa come solida e si fa strada nello spazio cavo che prende forma, rendendo possibile un’esperienza in cui la dimensione del sacro emerge come continuità tra terra e cielo. Il Museo è l’esempio di come, nei procedimenti di invenzione di Paola Iacucci, il vuoto, ottenuto attraverso la manipolazione di un pieno mediante la sottrazione di materia, come se fosse plastilina tra le mani, costituisca al contempo uno strumento operativo e un dispositivo conoscitivo dell’architettura e dei suoi caratteri.

Luce e spazio cavo. La costruzione del sacro nell’opera di Paola Iacucci / Guida, F.A.. - (2026), pp. 92-93. (Sacrvm Loci. Architetture e paesaggi del sacro tra permanenza e mutamento Bari ).

Luce e spazio cavo. La costruzione del sacro nell’opera di Paola Iacucci

francesca Angela guida
2026

Abstract

Nonostante sia difficile ricondurre le architetture del sacro a una forma o a una tipologia universale, questi luoghi sembrano tuttavia condividere un tratto ricorrente, riconducibile alla dimensione ipogea dello spazio. Tale ricorrenza, attestata in epoche e culture antiche e spesso connessa a pratiche rituali, si materializza nello scavo, attraverso cui l’uomo cerca una forma di ricongiungimento con la dimensione del divino. Il sacro si manifesta così nello spazio, non tanto come espressione formalmente codificata, quanto come esperienza che si stratifica nel tempo e si radica nel rapporto ancestrale tra il corpo e la terra. La dimensione ipogea non si esaurisce in una soluzione di ordine spaziale, ma si configura come un dispositivo capace di rendere percepibile quella soglia sottile tra l’umano e l’altro-da-sé, richiamando quella condizione di ierofania descritta da Mircea Eliade. Il progetto per il Museo della cultura indiana di Paola Iacucci, concepito nel paesaggio della valle dell’Hudson, costituisce un esempio significativo di come la dimensione sacrale possa emergere attraverso specifici caratteri di natura universale, che in questo caso si esplicitano nella ricerca della luce, dal basso verso l’alto, mediante lo scavo, che diviene il gesto originario attraverso cui l’architettura si radica nella terra. Il termine “carattere” è qui inteso secondo l’accezione di Étienne- Louis Boullée, come «quell’effetto che risulta dall’oggetto e che provoca in noi una determinata impressione». Iacucci rielabora il modello delle kiva dei Pueblo, spazi sotterranei o semi-sotterranei destinati a pratiche rituali e collettive, nei quali la dimensione del sacro è vissuta come esperienza continua, in relazione spaziale e temporale con la vita quotidiana. Tale principio si traduce nel progetto in una sequenza ininterrotta di luoghi ipogei e aerei; il vuoto diventa il campo entro cui la luce diventa come solida e si fa strada nello spazio cavo che prende forma, rendendo possibile un’esperienza in cui la dimensione del sacro emerge come continuità tra terra e cielo. Il Museo è l’esempio di come, nei procedimenti di invenzione di Paola Iacucci, il vuoto, ottenuto attraverso la manipolazione di un pieno mediante la sottrazione di materia, come se fosse plastilina tra le mani, costituisca al contempo uno strumento operativo e un dispositivo conoscitivo dell’architettura e dei suoi caratteri.
2026
Sacrvm Loci. Architetture e paesaggi del sacro tra permanenza e mutamento
04 Pubblicazione in atti di convegno::04d Abstract in atti di convegno
Luce e spazio cavo. La costruzione del sacro nell’opera di Paola Iacucci / Guida, F.A.. - (2026), pp. 92-93. (Sacrvm Loci. Architetture e paesaggi del sacro tra permanenza e mutamento Bari ).
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