Questa ricerca ha come oggetto d’indagine la dimensione spaziale dei campi di concentramento, più nello specifico di quelli che il regime nazista costruì e utilizzò in Germania e in Europa tra il 1933 e il 1945 per la detenzione e l’uccisione di milioni di individui. È indubbio come toponimi quali Auschwitz, Buchenwald e Mauthausen, come pochi altri nella storia umana probabilmente, abbiano acquisito una valenza simbolica in virtù dell’orrore lì consumatosi tale da trascendere la loro dimensione geografica, radicandosi poi stabilmente nella memoria collettiva di tutti noi. Così la percezione condivisa del loro utilizzo, criminoso e aberrante, si è progressivamente sovrapposta fino a fondersi completamente con la loro dimensione materica. Questa stratificazione semantica sembra poter concorrere a un’apparente impossibilità nell’operare una distinzione tra il luogo fisico e gli eventi che ne hanno determinato la notorietà storica, per cui, quella che si è precedentemente citata come dimensione “geografica” o “spaziale”, risulta ormai subordinata al significato storico che il sito ha assunto per la collettività. Possiamo non sapere dove si trovi Buchenwald, come sia fatto o quanto sia grande, è tuttavia impossibile che il solo pronunciare del suo nome non susciti in noi quel sentimento di sdegno e orrore che da ottant’anni ne accompagna la memoria. Esiste perciò un limite oltre il quale la sola “architettura” non basta più per descrivere ciò che l’uomo costruisce? E se i lager non sono architettura allora cosa sono? Semplicemente “qualcos’altro”? Ci riguarda come architetti o più semplicemente come esseri umani? È davvero possibile pensare a Sachsenhausen, Buchenwald o addirittura Auschwitz come parte del medesimo campo del sapere che ha prodotto Villa Adriana, il Convento di Santa Maria de La Tourette o la casa sulla Cascata? Ma non solo, quello stesso campo del sapere che ha scandito ogni tappa dell’evoluzione umana, che si è progressivamente plasmato attorno al proprio autore, ai suoi bisogni, alle sue speranze e alle sue misure, definendo i suoi luoghi dell’abitare, di cura, dell’apprendimento, di preghiera, di ritrovo e così via. Ciò che ne possiamo dedurre è forse più semplicemente un generico “principio utilitaristico”, cosicché questi luoghi esistono nel modo in cui sono stati realizzati poiché rispondono alle sole esigenze dedotte dal loro infimo scopo?
KL. Forme, figure e significati dell'architettura nei campi di concentramento / Ugolini, M.. - (2026 Jun 10).
KL. Forme, figure e significati dell'architettura nei campi di concentramento
UGOLINI, MARCO
10/06/2026
Abstract
Questa ricerca ha come oggetto d’indagine la dimensione spaziale dei campi di concentramento, più nello specifico di quelli che il regime nazista costruì e utilizzò in Germania e in Europa tra il 1933 e il 1945 per la detenzione e l’uccisione di milioni di individui. È indubbio come toponimi quali Auschwitz, Buchenwald e Mauthausen, come pochi altri nella storia umana probabilmente, abbiano acquisito una valenza simbolica in virtù dell’orrore lì consumatosi tale da trascendere la loro dimensione geografica, radicandosi poi stabilmente nella memoria collettiva di tutti noi. Così la percezione condivisa del loro utilizzo, criminoso e aberrante, si è progressivamente sovrapposta fino a fondersi completamente con la loro dimensione materica. Questa stratificazione semantica sembra poter concorrere a un’apparente impossibilità nell’operare una distinzione tra il luogo fisico e gli eventi che ne hanno determinato la notorietà storica, per cui, quella che si è precedentemente citata come dimensione “geografica” o “spaziale”, risulta ormai subordinata al significato storico che il sito ha assunto per la collettività. Possiamo non sapere dove si trovi Buchenwald, come sia fatto o quanto sia grande, è tuttavia impossibile che il solo pronunciare del suo nome non susciti in noi quel sentimento di sdegno e orrore che da ottant’anni ne accompagna la memoria. Esiste perciò un limite oltre il quale la sola “architettura” non basta più per descrivere ciò che l’uomo costruisce? E se i lager non sono architettura allora cosa sono? Semplicemente “qualcos’altro”? Ci riguarda come architetti o più semplicemente come esseri umani? È davvero possibile pensare a Sachsenhausen, Buchenwald o addirittura Auschwitz come parte del medesimo campo del sapere che ha prodotto Villa Adriana, il Convento di Santa Maria de La Tourette o la casa sulla Cascata? Ma non solo, quello stesso campo del sapere che ha scandito ogni tappa dell’evoluzione umana, che si è progressivamente plasmato attorno al proprio autore, ai suoi bisogni, alle sue speranze e alle sue misure, definendo i suoi luoghi dell’abitare, di cura, dell’apprendimento, di preghiera, di ritrovo e così via. Ciò che ne possiamo dedurre è forse più semplicemente un generico “principio utilitaristico”, cosicché questi luoghi esistono nel modo in cui sono stati realizzati poiché rispondono alle sole esigenze dedotte dal loro infimo scopo?| File | Dimensione | Formato | |
|---|---|---|---|
|
Tesi_dottorato_Ugolini.pdf
accesso aperto
Note: tesi completa
Tipologia:
Tesi di dottorato
Licenza:
Creative commons
Dimensione
1.02 GB
Formato
Adobe PDF
|
1.02 GB | Adobe PDF |
I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.


