La produzione architettonica italiana del primo Novecento, in particolare tra le due guerre, si presenta come un campo di sperimentazione vivace e multiforme, spesso attraversato da tensioni tra modernità e classicismo, tra razionalismo e ritorno all’ordine. In questo contesto, la figura di Tomaso Buzzi diventa quella di un autore di raffinate architetture borghesi e decorative, Buzzi rimane a lungo marginalizzato dalla critica, forse proprio a causa della sua eccentricità e della sua estraneità ai modelli dominanti (Cassani et al., 2000, pp. 67–76). Lontana da ogni finalità funzionale, la Scarzuola si presenta come un progetto autobiografico e metatemporale, in cui architettura, mito e memoria si sovrappongono. Ogni elemento del complesso – dalla “barca di Polifilo” al Theatrum Mundi, dalla Torre dell’Angelo Custode al Tempio di Apollo – è parte di un itinerario simbolico, ispirato all’Hypnerotomachia Poliphili e a una cultura visuale che spazia dal Rinascimento al Désert de Retz (Ippolito, 2005, pp. 54–65). La lettura della Scarzuola come architettura-teatro è centrale in molte analisi: lo spazio scenografico non è solo contenitore, ma dispositivo narrativo che coinvolge lo spettatore in un processo di rivelazione simbolica (Lamberti, S. Lemmi, 2011., pp. 20–25). In tal senso, la città buzziana non va percorsa come un museo, ma come un viaggio interiore, un viaggio spirituale, dove la materia si fa linguaggio dell’anima e la rovina si rivela come architettura del tempo (Ippolito, 2018, pp. 30–35). In opposizione al concetto comune di architettura, Buzzi crea una “architettura eretica” volutamente incompiuta, che rifiuta l’ideale di coerenza stilistica e progettuale. La Scarzuola appare così come una “rovina/giardino anticipata”, un organismo volutamente esposto all’azione del tempo, nel quale il non-finito non è fallimento, ma dimensione poetica del progetto (Fenzi, 2000, pp. 89–90.). La città immaginaria di Buzzi è, in definitiva, il luogo di una visione personale, sospesa tra ironia, esoterismo e nostalgia. Come scrivono Basso e Perticarini, la Scarzuola si configura come “una macchina teatrale della coscienza”, in cui l’architettura diventa rito, maschera e rivelazione (Basso & Perticarini, 2022, pp. 12–17).
La Scarzuola di Tomaso Buzzi. Dall’Idea alla Costruzione / Ippolito, A.. - (2026), pp. 161-172. (Il giardino italiano del novecento. Storia, modernità, identità Roma ).
La Scarzuola di Tomaso Buzzi. Dall’Idea alla Costruzione
Alfonso Ippolito
2026
Abstract
La produzione architettonica italiana del primo Novecento, in particolare tra le due guerre, si presenta come un campo di sperimentazione vivace e multiforme, spesso attraversato da tensioni tra modernità e classicismo, tra razionalismo e ritorno all’ordine. In questo contesto, la figura di Tomaso Buzzi diventa quella di un autore di raffinate architetture borghesi e decorative, Buzzi rimane a lungo marginalizzato dalla critica, forse proprio a causa della sua eccentricità e della sua estraneità ai modelli dominanti (Cassani et al., 2000, pp. 67–76). Lontana da ogni finalità funzionale, la Scarzuola si presenta come un progetto autobiografico e metatemporale, in cui architettura, mito e memoria si sovrappongono. Ogni elemento del complesso – dalla “barca di Polifilo” al Theatrum Mundi, dalla Torre dell’Angelo Custode al Tempio di Apollo – è parte di un itinerario simbolico, ispirato all’Hypnerotomachia Poliphili e a una cultura visuale che spazia dal Rinascimento al Désert de Retz (Ippolito, 2005, pp. 54–65). La lettura della Scarzuola come architettura-teatro è centrale in molte analisi: lo spazio scenografico non è solo contenitore, ma dispositivo narrativo che coinvolge lo spettatore in un processo di rivelazione simbolica (Lamberti, S. Lemmi, 2011., pp. 20–25). In tal senso, la città buzziana non va percorsa come un museo, ma come un viaggio interiore, un viaggio spirituale, dove la materia si fa linguaggio dell’anima e la rovina si rivela come architettura del tempo (Ippolito, 2018, pp. 30–35). In opposizione al concetto comune di architettura, Buzzi crea una “architettura eretica” volutamente incompiuta, che rifiuta l’ideale di coerenza stilistica e progettuale. La Scarzuola appare così come una “rovina/giardino anticipata”, un organismo volutamente esposto all’azione del tempo, nel quale il non-finito non è fallimento, ma dimensione poetica del progetto (Fenzi, 2000, pp. 89–90.). La città immaginaria di Buzzi è, in definitiva, il luogo di una visione personale, sospesa tra ironia, esoterismo e nostalgia. Come scrivono Basso e Perticarini, la Scarzuola si configura come “una macchina teatrale della coscienza”, in cui l’architettura diventa rito, maschera e rivelazione (Basso & Perticarini, 2022, pp. 12–17).| File | Dimensione | Formato | |
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