Il saggio ricostruisce la breve e controversa esperienza di Carmelo Bene come direttore artistico del settore Teatro della Biennale di Venezia (1988-1990), uno degli episodi meno indagati della sua parabola artistica. Attingendo a documenti d'archivio dell'ASAC e alla stampa coeva, l'autrice ripercorre le tappe di una direzione fin da subito "scandalosa": una Biennale priva di spettacoli, fondata su laboratori interdetti a pubblico e critica, i cui unici esiti furono due volumi e una documentazione audiovisiva frammentaria. Al centro dell'analisi vi sono il laboratorio del 1989 sul Tamerlano di Marlowe - concepito come tentativo, dichiaratamente impossibile, di replicare la "macchina attoriale" di Bene - e il progetto incompiuto Bafometto con Pierre Klossowski, naufragato per tagli di bilancio e culminato nelle dimissioni anticipate del direttore. La tesi sostenuta è che l'esperienza beniana, lungi dall'essere un corpo estraneo, rappresenti la deflagrazione di una tendenza più che decennale: la radicalizzazione estrema della vocazione laboratoriale e sperimentale assunta dalla Biennale fin dalla fine degli anni Sessanta. Più che cronaca di un fallimento, la vicenda si rivela una soglia critica che mette a nudo le incongruenze strutturali dell'ente - conflitti istituzionali, tensioni politiche, instabilità dei finanziamenti - anticipando il radicale ripensamento sancito dalla riforma del 1998.
Biennale Teatro senza spettacoli: la direzione artistica di Carmelo Bene / Carponi, C.. - 26(2025), pp. 301-312. (I festival teatrali nel Novecento: intersezioni, dialoghi e incontri (1950-1990) Verona ).
Biennale Teatro senza spettacoli: la direzione artistica di Carmelo Bene
Cecilia Carponi
2025
Abstract
Il saggio ricostruisce la breve e controversa esperienza di Carmelo Bene come direttore artistico del settore Teatro della Biennale di Venezia (1988-1990), uno degli episodi meno indagati della sua parabola artistica. Attingendo a documenti d'archivio dell'ASAC e alla stampa coeva, l'autrice ripercorre le tappe di una direzione fin da subito "scandalosa": una Biennale priva di spettacoli, fondata su laboratori interdetti a pubblico e critica, i cui unici esiti furono due volumi e una documentazione audiovisiva frammentaria. Al centro dell'analisi vi sono il laboratorio del 1989 sul Tamerlano di Marlowe - concepito come tentativo, dichiaratamente impossibile, di replicare la "macchina attoriale" di Bene - e il progetto incompiuto Bafometto con Pierre Klossowski, naufragato per tagli di bilancio e culminato nelle dimissioni anticipate del direttore. La tesi sostenuta è che l'esperienza beniana, lungi dall'essere un corpo estraneo, rappresenti la deflagrazione di una tendenza più che decennale: la radicalizzazione estrema della vocazione laboratoriale e sperimentale assunta dalla Biennale fin dalla fine degli anni Sessanta. Più che cronaca di un fallimento, la vicenda si rivela una soglia critica che mette a nudo le incongruenze strutturali dell'ente - conflitti istituzionali, tensioni politiche, instabilità dei finanziamenti - anticipando il radicale ripensamento sancito dalla riforma del 1998.I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.


