Con Gennaro Sasso scompare, probabilmente, l’ultimo rappresentante di una generazione che ha fatto onore alla cultura italiana nel secondo dopoguerra. Non un filosofo nel senso tradizionale del termine, ma uno studioso che ha saputo, come pochi altri, unire la filosofia e la filologia, il rigore teoretico e l’indagine storica. Questo è stato, forse, il carattere essenziale della sua personalità. Nato a Roma nel 1928, Sasso aveva iniziato con una tesi di laurea su Machiavelli (relatore Carlo Antoni, correlatore Federico Chabod), che sarebbe diventata, nel 1958, il suo primo libro su Niccolò Machiavelli. Storia del suo pensiero politico. Un libro che, ripubblicato ancora nel 1994 con l’aggiunta del secondo volume sulla storiografia, rinnovò profondamente quel settore di studi, non solo per la nuova lettura del rapporto tra i Discorsi e il Principe (che non sarebbe più stata abbandonata dalla machiavellistica), ma anche per l’immagine complessiva del Segretario fiorentino, che più tardi Sasso avrebbe definito come “figura tragica” e insuperata della modernità. Quindi dedicò, nel 1975, una monografia imponente al pensiero di Benedetto Croce (Benedetto Croce. La ricerca della dialettica), che seguì discussioni memorabili con Carlo Dionisotti, Nicola Matteucci ed Eugenio Garin, e che cominciava a fare i conti con il problema della crisi dell’idealismo, da lui inteso come disgregazione di filosofia e storiografia, come rottura di quella unità che l’idealismo e lo storicismo avevano saputo coniugare in forme originali. Nel grande libro su Croce, lungi dall’assumere la difesa d’ufficio dell’idealismo, Sasso evocava nodi fondamentali, come quelli della dialettica (su cui scrisse uno straordinario Intermezzo hegeliano) e della centralità della categoria dell’utile nel sistema crociano.
Abbandonare il mito del progresso. Questa l’eredità di Gennaro Sasso / Muste, M.. - In: LA STAMPA. - ISSN 1122-1763. - (2026), pp. 25-25.
Abbandonare il mito del progresso. Questa l’eredità di Gennaro Sasso
MUSTE, Marcello
2026
Abstract
Con Gennaro Sasso scompare, probabilmente, l’ultimo rappresentante di una generazione che ha fatto onore alla cultura italiana nel secondo dopoguerra. Non un filosofo nel senso tradizionale del termine, ma uno studioso che ha saputo, come pochi altri, unire la filosofia e la filologia, il rigore teoretico e l’indagine storica. Questo è stato, forse, il carattere essenziale della sua personalità. Nato a Roma nel 1928, Sasso aveva iniziato con una tesi di laurea su Machiavelli (relatore Carlo Antoni, correlatore Federico Chabod), che sarebbe diventata, nel 1958, il suo primo libro su Niccolò Machiavelli. Storia del suo pensiero politico. Un libro che, ripubblicato ancora nel 1994 con l’aggiunta del secondo volume sulla storiografia, rinnovò profondamente quel settore di studi, non solo per la nuova lettura del rapporto tra i Discorsi e il Principe (che non sarebbe più stata abbandonata dalla machiavellistica), ma anche per l’immagine complessiva del Segretario fiorentino, che più tardi Sasso avrebbe definito come “figura tragica” e insuperata della modernità. Quindi dedicò, nel 1975, una monografia imponente al pensiero di Benedetto Croce (Benedetto Croce. La ricerca della dialettica), che seguì discussioni memorabili con Carlo Dionisotti, Nicola Matteucci ed Eugenio Garin, e che cominciava a fare i conti con il problema della crisi dell’idealismo, da lui inteso come disgregazione di filosofia e storiografia, come rottura di quella unità che l’idealismo e lo storicismo avevano saputo coniugare in forme originali. Nel grande libro su Croce, lungi dall’assumere la difesa d’ufficio dell’idealismo, Sasso evocava nodi fondamentali, come quelli della dialettica (su cui scrisse uno straordinario Intermezzo hegeliano) e della centralità della categoria dell’utile nel sistema crociano.| File | Dimensione | Formato | |
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