La modernità è attraversata ad oggi da due grandi fenomeni: il primo, la crisi climatica, un processo complesso che sta mutando il volto geoclimatico del pianeta e il secondo, fenomeno prettamente connesso al primo, le dense migrazioni che stanno trasformando il volto socio-geografico del pianeta. I due fenomeni seppur fortemente connessi ad oggi sono ancora spesso affrontati politicamente come emergenze particolari svuotandoli del loro carattere sistemico e conseguenziale. Ciò è visibile sia nelle narrazioni che nelle decisioni politiche e amministrative adottate in risposta ad essi. In particolare, nel contesto europeo la linea seguita è stata la scelta di interventi mirati di carattere tecnico a diminuire entrambi i fenomeni attraverso regolamenti particolari come nel caso dell’emanazione del Green Deal nel 2019. Un progetto ambizioso da oltre 1 trilione di euro che annunciava l’obiettivo di rendere l’UE climaticamente neutra entro il 2050 posizionando l’UE come uno standard setter globale. Ad oggi, sette anni dopo, i dati ci parlano di un progetto che nella sua ambizione universalistica si è dimostrato claudicante e poco preparato, gli obiettivi raggiunti sono meno di quelli previsti e già si parla di una concreta possibilità che il resto dei traguardi non si raggiunga né entro il 2050 né nei successivi dieci anni. Tale quadro non sorprende alla luce delle nuove dichiarazioni dei leader UE che dimostrano come il focus delle politiche ambientali si è man mano spostato su altre c.d. urgenze, quali il riarmo e la guerra globale e soprattutto la crisi energetica che minaccia tutti gli stati membri manifestandosi come l’allarme più sonoro del fallimento del Green Deal. Tuttavia, è possibile definire il fallimento del Green Deal solo in termini percentuali, si tratta solamente di un problema di carattere quantitativo o c’è qualcosa di più? Questa è la domanda che ha mosso l’inizio del mio percorso di indagine permettendomi attraverso un lavoro congiunto che chiama in causa diritto, semiotica e antropologia di investigare il fenomeno da più angolature, la prima quella dell’universo simbolico e semantico, il secondo riguardante l’aspetto normativo ed infine delle pratiche sociali. Partendo dal primo livello posso dire che ad oggi la crisi climatica è prima di tutto una crisi di senso e le cause sono da ricercare proprio nel carattere universalistico della propria ambizione. Il Green Deal si propone infatti come un insieme di regolamenti e interventi di natura tecnica, volti a regolare un problema oggettivo e per questo universalmente validi e applicabili. Tuttavia, guardare alla natura come ad un oggetto da regolare non è affatto un approccio neutrale né tanto meno universale. In molte realtà indigene tra cui il popolo degli Achuar in Amazzonia come scritto da Descola non vi è una distinzione netta tra individuo e ambiente, anzi al contrario siamo di fronte ad una cosmologia che mette in forte continuità ontologica l’essere umano con la natura. Ma non è necessario guardare oltreoceano e forse questo è uno degli elementi innovativi proposti nel mio lavoro, per scoprire che l’articolazione del rapporto essere umano ambiente non viene scandito secondo la dicotomia soggetto e oggetto neanche negli Stati membri fratelli dell'UE. In Romania, contesto in cui ho svolto ricerca etnografica negli ultimi anni, il rapporto essere umano ambiente segue regole molto più vicine all’animismo degli Achuar che all’approccio oggettivante del legislatore europeo. Ciò è dovuto al fatto che gli universi simbolici che informano il nostro modo di categorizzare l’ambiente sono molto diversi anche nella stessa Europa che crede di condividere medesime radici culturali e crede di gettare uno sguardo normativo da nessun luogo, in una pretesa di neutralità giuridica che risulta epistemologicamente impossibile. Questo perché il diritto è un prodotto socioculturale e ha un carattere fortemente situato. Nel caso del diritto positivo moderno l’illusione di essersi staccato dalle proprie radici Cristiano cattoliche grazie al processo di secolarizzazione ha generato un sistema aprioristico che ha reso il diritto un processo quasi meccanico; riscontrabile nel funzionamento del sillogisma giuridico in cui la norma (premessa maggiore) si applica al fatto (premessa minore) quasi in maniera automatica sulla base di una falsa credenza che ogni fattispecie sia leggibile dal legislatore secondo modelli di incidenza universalmente condivisi. Ciò produce una sorta di cecità da parte del legislatore specialmente quando si trova di fronte a fenomeni complessi e sfaccettati come quello della c.d. crisi climatica. La mancata consapevolezza dei propri limiti categoriali produce un diritto sordo alle rivendicazioni sociali locali generando inevitabilmente eterogenesi dei fini. L’approccio formalistico di stampo kelseniano del legislatore UE può produrre obbedienza ma di certo non partecipazione da parte dei cittadini, gettando inevitabilmente il Green Deal in una traiettoria di ineffettività nonché di grande perdita economica. Ciò che propongo dunque in questa tesi è una metodologia in grado di co-costruire in una prospettiva di nomotetica interculturale il feedback locale indispensabile alla legittimazione degli interventi di politica del diritto in materia ambientale poichè senza tener conto delle necessità e delle specificità culturali/religiose locali, non è possibile prevedere gli effetti di interventi normativi diretti a incidere profondamente sul rapporto soggetto umano/spazio.

Confini di Sostenibilità, Ecologia e Religione Transizione energetica europea e paradigmi ambientali nella tradizione ortodossa romena / Girneata, Simona Fabiola. - (2026 May 07).

Confini di Sostenibilità, Ecologia e Religione Transizione energetica europea e paradigmi ambientali nella tradizione ortodossa romena

GIRNEATA, SIMONA FABIOLA
07/05/2026

Abstract

La modernità è attraversata ad oggi da due grandi fenomeni: il primo, la crisi climatica, un processo complesso che sta mutando il volto geoclimatico del pianeta e il secondo, fenomeno prettamente connesso al primo, le dense migrazioni che stanno trasformando il volto socio-geografico del pianeta. I due fenomeni seppur fortemente connessi ad oggi sono ancora spesso affrontati politicamente come emergenze particolari svuotandoli del loro carattere sistemico e conseguenziale. Ciò è visibile sia nelle narrazioni che nelle decisioni politiche e amministrative adottate in risposta ad essi. In particolare, nel contesto europeo la linea seguita è stata la scelta di interventi mirati di carattere tecnico a diminuire entrambi i fenomeni attraverso regolamenti particolari come nel caso dell’emanazione del Green Deal nel 2019. Un progetto ambizioso da oltre 1 trilione di euro che annunciava l’obiettivo di rendere l’UE climaticamente neutra entro il 2050 posizionando l’UE come uno standard setter globale. Ad oggi, sette anni dopo, i dati ci parlano di un progetto che nella sua ambizione universalistica si è dimostrato claudicante e poco preparato, gli obiettivi raggiunti sono meno di quelli previsti e già si parla di una concreta possibilità che il resto dei traguardi non si raggiunga né entro il 2050 né nei successivi dieci anni. Tale quadro non sorprende alla luce delle nuove dichiarazioni dei leader UE che dimostrano come il focus delle politiche ambientali si è man mano spostato su altre c.d. urgenze, quali il riarmo e la guerra globale e soprattutto la crisi energetica che minaccia tutti gli stati membri manifestandosi come l’allarme più sonoro del fallimento del Green Deal. Tuttavia, è possibile definire il fallimento del Green Deal solo in termini percentuali, si tratta solamente di un problema di carattere quantitativo o c’è qualcosa di più? Questa è la domanda che ha mosso l’inizio del mio percorso di indagine permettendomi attraverso un lavoro congiunto che chiama in causa diritto, semiotica e antropologia di investigare il fenomeno da più angolature, la prima quella dell’universo simbolico e semantico, il secondo riguardante l’aspetto normativo ed infine delle pratiche sociali. Partendo dal primo livello posso dire che ad oggi la crisi climatica è prima di tutto una crisi di senso e le cause sono da ricercare proprio nel carattere universalistico della propria ambizione. Il Green Deal si propone infatti come un insieme di regolamenti e interventi di natura tecnica, volti a regolare un problema oggettivo e per questo universalmente validi e applicabili. Tuttavia, guardare alla natura come ad un oggetto da regolare non è affatto un approccio neutrale né tanto meno universale. In molte realtà indigene tra cui il popolo degli Achuar in Amazzonia come scritto da Descola non vi è una distinzione netta tra individuo e ambiente, anzi al contrario siamo di fronte ad una cosmologia che mette in forte continuità ontologica l’essere umano con la natura. Ma non è necessario guardare oltreoceano e forse questo è uno degli elementi innovativi proposti nel mio lavoro, per scoprire che l’articolazione del rapporto essere umano ambiente non viene scandito secondo la dicotomia soggetto e oggetto neanche negli Stati membri fratelli dell'UE. In Romania, contesto in cui ho svolto ricerca etnografica negli ultimi anni, il rapporto essere umano ambiente segue regole molto più vicine all’animismo degli Achuar che all’approccio oggettivante del legislatore europeo. Ciò è dovuto al fatto che gli universi simbolici che informano il nostro modo di categorizzare l’ambiente sono molto diversi anche nella stessa Europa che crede di condividere medesime radici culturali e crede di gettare uno sguardo normativo da nessun luogo, in una pretesa di neutralità giuridica che risulta epistemologicamente impossibile. Questo perché il diritto è un prodotto socioculturale e ha un carattere fortemente situato. Nel caso del diritto positivo moderno l’illusione di essersi staccato dalle proprie radici Cristiano cattoliche grazie al processo di secolarizzazione ha generato un sistema aprioristico che ha reso il diritto un processo quasi meccanico; riscontrabile nel funzionamento del sillogisma giuridico in cui la norma (premessa maggiore) si applica al fatto (premessa minore) quasi in maniera automatica sulla base di una falsa credenza che ogni fattispecie sia leggibile dal legislatore secondo modelli di incidenza universalmente condivisi. Ciò produce una sorta di cecità da parte del legislatore specialmente quando si trova di fronte a fenomeni complessi e sfaccettati come quello della c.d. crisi climatica. La mancata consapevolezza dei propri limiti categoriali produce un diritto sordo alle rivendicazioni sociali locali generando inevitabilmente eterogenesi dei fini. L’approccio formalistico di stampo kelseniano del legislatore UE può produrre obbedienza ma di certo non partecipazione da parte dei cittadini, gettando inevitabilmente il Green Deal in una traiettoria di ineffettività nonché di grande perdita economica. Ciò che propongo dunque in questa tesi è una metodologia in grado di co-costruire in una prospettiva di nomotetica interculturale il feedback locale indispensabile alla legittimazione degli interventi di politica del diritto in materia ambientale poichè senza tener conto delle necessità e delle specificità culturali/religiose locali, non è possibile prevedere gli effetti di interventi normativi diretti a incidere profondamente sul rapporto soggetto umano/spazio.
7-mag-2026
RICCA MARIO
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11573/1768821
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