Con il termine “Omocausto” si fa riferimento alla persecuzione delle persone omosessuali, e in generale appartenenti alla comunità LGBTQIA+, nella Germania nazista, intensificata dall’applicazione del Paragrafo 175 in un contesto segnato da una crescente omolesbo-bi-transfobia istituzionale. Diversa fu la situazione italiana: nel regime di Benito Mussolini, l’omosessualità non fu oggetto di una politica sistematica di sterminio, ma venne repressa attraverso pratiche di controllo sociale, come il confino. Sebbene non si possa parlare di “Omocausto” come di un progetto genocidario analogo a quello formalizzato durante la Conferenza di Wannsee, furono comunque attivati dispositivi di discriminazione e persecuzione tra cui la medicalizzazione dell’omosessualità. Le riflessioni di Mosse (1996) e Rinaldi (2016) consentono di comprendere il ruolo delle intersezioni tra sapere scientifico e ideologia nella definizione dei confini tra norma e devianza. Alcune testimonianze evidenziano, inoltre, come nei lager nazisti il tasso di mortalità degli omosessuali fosse particolarmente elevato, secondo solo a quello degli ebrei. In prospettiva pedagogica, emergono due direttrici principali di riflessione: da un lato, figurano i processi di classificazione, discriminazione e persecuzione di soggettività LGBTQIA+ come dispositivi di “pulizia sociale” in nome di un principio di tutela della morale pubblica; dall’altro, c’è il ruolo della memoria, che, dalla lezione di Todorov (2018), necessita di farsi “esemplare” per poter connettere il passato al presente, facendosi risorsa per orientare la costruzione del futuro.
Riflessioni pedagogiche sull'"Omocausto". Quale ruolo per la memoria? / Zaffram, Lorenzo. - (2026), pp. 112-113. ( Congresso Internazionale "Educare alla Resistenza". Sostenibilità Pedagogiche contro Odio, Violenza ed Esclusione Viterbo; Italy ).
Riflessioni pedagogiche sull'"Omocausto". Quale ruolo per la memoria?
Zaffram, Lorenzo
2026
Abstract
Con il termine “Omocausto” si fa riferimento alla persecuzione delle persone omosessuali, e in generale appartenenti alla comunità LGBTQIA+, nella Germania nazista, intensificata dall’applicazione del Paragrafo 175 in un contesto segnato da una crescente omolesbo-bi-transfobia istituzionale. Diversa fu la situazione italiana: nel regime di Benito Mussolini, l’omosessualità non fu oggetto di una politica sistematica di sterminio, ma venne repressa attraverso pratiche di controllo sociale, come il confino. Sebbene non si possa parlare di “Omocausto” come di un progetto genocidario analogo a quello formalizzato durante la Conferenza di Wannsee, furono comunque attivati dispositivi di discriminazione e persecuzione tra cui la medicalizzazione dell’omosessualità. Le riflessioni di Mosse (1996) e Rinaldi (2016) consentono di comprendere il ruolo delle intersezioni tra sapere scientifico e ideologia nella definizione dei confini tra norma e devianza. Alcune testimonianze evidenziano, inoltre, come nei lager nazisti il tasso di mortalità degli omosessuali fosse particolarmente elevato, secondo solo a quello degli ebrei. In prospettiva pedagogica, emergono due direttrici principali di riflessione: da un lato, figurano i processi di classificazione, discriminazione e persecuzione di soggettività LGBTQIA+ come dispositivi di “pulizia sociale” in nome di un principio di tutela della morale pubblica; dall’altro, c’è il ruolo della memoria, che, dalla lezione di Todorov (2018), necessita di farsi “esemplare” per poter connettere il passato al presente, facendosi risorsa per orientare la costruzione del futuro.I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.


