La ricerca indaga il rapporto dinamico e reciproco tra architettura, percezione e disabilità, assumendo che lo spazio costruito non costituisca un semplice sfondo neutro delle attività umane, ma agisca come agente attivo capace di facilitare o ostacolare il funzionamento, la partecipazione e la qualità della vita delle persone. Il lavoro muove dalla consapevolezza che l’architettura contemporanea, in particolare quella sanitaria, scolastica, residenziale e pubblica, presenti un significativo divario tra norme, principi progettuali dichiarati e l’esperienza reale degli utenti fragili: ambienti che dovrebbero accogliere o sostenere possono generare disorientamento, sovraccarico sensoriale, ansia o perdita di autonomia. L’obiettivo generale è superare una visione dell’architettura “per la disabilità” limitata a risposte tecniche o adeguamenti normativi, per approdare a un approccio inclusivo fondato sulla percezione incarnata, sulla cognizione situata e sui vissuti corporei. Il quadro teorico della ricerca è interdisciplinare e integra contributi provenienti da neuroscienze, psicologia ambientale, fenomenologia, disability studies e normativa tecnica. La prospettiva dell’ICF dell’OMS viene assunta come cornice interpretativa privilegiata, poiché consente di leggere la disabilità come esito di un’interazione disfunzionale tra persona e contesto, attribuendo allo spazio un ruolo essenziale nella partecipazione e nell’autonomia. Parallelamente, i riferimenti fenomenologici (Merleau-Ponty, Pallasmaa, Bachelard) chiariscono come la percezione architettonica sia un processo multisensoriale e corporeo, mentre la critica all’abilismo mette in luce il carattere normativo e spesso escludente dello “spazio progettato per un corpo standard”, ancora dominante nella disciplina. Su questo impianto si innesta un modello teorico-metodologico basato su quattro strumenti interpretativi - recinto, scala, sezione e pianta - concepiti come dispositivi cognitivi e percettivi attraverso cui leggere la qualità inclusiva dell’architettura. Il recinto permette di comprendere come il limite organizzi soglie, sicurezza e riconoscibilità; la scala misura la relazione tra corpo e ambiente, modulando intimità, distanza e orientamento; la sezione esprime la dimensione atmosferica e luminosa dello spazio; la pianta costruisce il percorso, struttura la leggibilità e orienta la memoria spaziale. A questi strumenti corrispondono specifici metodi grafici di rappresentazione, utili a tradurre in immagini aspetti qualitativi spesso difficili da rendere attraverso le sole norme tecniche. La parte operativa verifica la validità del modello attraverso l’analisi comparata di dodici casi studio internazionali, scelti in relazione a differenti forme di fragilità: motoria, visiva, uditiva, psichiatrica, legata all’Alzheimer e riconducibile al disturbo dello spettro autistico. Attraverso il ridisegno critico degli edifici - tra cui opere di Herzog & de Meuron, OMA/Rem Koolhaas, Sou Fujimoto, Maurizio Rocha e altri - la ricerca evidenzia come lo spazio influenzi orientamento, stress percettivo, possibilità d’azione e qualità dell’esperienza. L’esame trasversale mostra che la fragilità non è eccezione, ma lente privilegiata attraverso cui emergono le qualità percettive necessarie a tutti. I risultati confermano che l’architettura inclusiva non coincide con l’eliminazione delle barriere, bensì con la capacità dello spazio di dialogare con il corpo, modulare la percezione, sostenere l’autonomia e ridurre il carico cognitivo. L’ambiente costruito diventa così un mediatore terapeutico e relazionale, una “pratica di cura” capace di restituire dignità all’abitare. La tesi propone infine una visione dell’architettura come infrastruttura di possibilità, fondata su responsabilità progettuale, etica della differenza e centralità dei vissuti: un contributo che mira a orientare il progetto verso forme più consapevoli, sensibili e realmente inclusive.  

ARCHITETTURA INCLUSIVA, NON ESCLUSIVA. Come lo spazio ci influenza / Pecilli, Chiara. - (2026 Apr 24).

ARCHITETTURA INCLUSIVA, NON ESCLUSIVA. Come lo spazio ci influenza

PECILLI, CHIARA
24/04/2026

Abstract

La ricerca indaga il rapporto dinamico e reciproco tra architettura, percezione e disabilità, assumendo che lo spazio costruito non costituisca un semplice sfondo neutro delle attività umane, ma agisca come agente attivo capace di facilitare o ostacolare il funzionamento, la partecipazione e la qualità della vita delle persone. Il lavoro muove dalla consapevolezza che l’architettura contemporanea, in particolare quella sanitaria, scolastica, residenziale e pubblica, presenti un significativo divario tra norme, principi progettuali dichiarati e l’esperienza reale degli utenti fragili: ambienti che dovrebbero accogliere o sostenere possono generare disorientamento, sovraccarico sensoriale, ansia o perdita di autonomia. L’obiettivo generale è superare una visione dell’architettura “per la disabilità” limitata a risposte tecniche o adeguamenti normativi, per approdare a un approccio inclusivo fondato sulla percezione incarnata, sulla cognizione situata e sui vissuti corporei. Il quadro teorico della ricerca è interdisciplinare e integra contributi provenienti da neuroscienze, psicologia ambientale, fenomenologia, disability studies e normativa tecnica. La prospettiva dell’ICF dell’OMS viene assunta come cornice interpretativa privilegiata, poiché consente di leggere la disabilità come esito di un’interazione disfunzionale tra persona e contesto, attribuendo allo spazio un ruolo essenziale nella partecipazione e nell’autonomia. Parallelamente, i riferimenti fenomenologici (Merleau-Ponty, Pallasmaa, Bachelard) chiariscono come la percezione architettonica sia un processo multisensoriale e corporeo, mentre la critica all’abilismo mette in luce il carattere normativo e spesso escludente dello “spazio progettato per un corpo standard”, ancora dominante nella disciplina. Su questo impianto si innesta un modello teorico-metodologico basato su quattro strumenti interpretativi - recinto, scala, sezione e pianta - concepiti come dispositivi cognitivi e percettivi attraverso cui leggere la qualità inclusiva dell’architettura. Il recinto permette di comprendere come il limite organizzi soglie, sicurezza e riconoscibilità; la scala misura la relazione tra corpo e ambiente, modulando intimità, distanza e orientamento; la sezione esprime la dimensione atmosferica e luminosa dello spazio; la pianta costruisce il percorso, struttura la leggibilità e orienta la memoria spaziale. A questi strumenti corrispondono specifici metodi grafici di rappresentazione, utili a tradurre in immagini aspetti qualitativi spesso difficili da rendere attraverso le sole norme tecniche. La parte operativa verifica la validità del modello attraverso l’analisi comparata di dodici casi studio internazionali, scelti in relazione a differenti forme di fragilità: motoria, visiva, uditiva, psichiatrica, legata all’Alzheimer e riconducibile al disturbo dello spettro autistico. Attraverso il ridisegno critico degli edifici - tra cui opere di Herzog & de Meuron, OMA/Rem Koolhaas, Sou Fujimoto, Maurizio Rocha e altri - la ricerca evidenzia come lo spazio influenzi orientamento, stress percettivo, possibilità d’azione e qualità dell’esperienza. L’esame trasversale mostra che la fragilità non è eccezione, ma lente privilegiata attraverso cui emergono le qualità percettive necessarie a tutti. I risultati confermano che l’architettura inclusiva non coincide con l’eliminazione delle barriere, bensì con la capacità dello spazio di dialogare con il corpo, modulare la percezione, sostenere l’autonomia e ridurre il carico cognitivo. L’ambiente costruito diventa così un mediatore terapeutico e relazionale, una “pratica di cura” capace di restituire dignità all’abitare. La tesi propone infine una visione dell’architettura come infrastruttura di possibilità, fondata su responsabilità progettuale, etica della differenza e centralità dei vissuti: un contributo che mira a orientare il progetto verso forme più consapevoli, sensibili e realmente inclusive.  
24-apr-2026
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11573/1767149
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