La tesi affronta una domanda apparentemente semplice ma tutt'altro che banale: è ancora utile parlare di generazioni per comprendere i cambiamenti sociali contemporanei e, in particolare, le trasformazioni della condizione giovanile? L'obiettivo non è difendere a priori la validità del concetto di generazione, ma riscoprirlo, ricostruirne l'evoluzione storica e definirlo empiricamente, mettendolo alla prova nella realtà sociale italiana attraverso una ricerca con questionario originale. Il lavoro si articola in una parte teorica estesa e in una parte empirica. La parte teorica ripercorre quello che l'autore definisce le "quattro stagioni" della sociologia delle generazioni: dalla prima sistematizzazione di Karl Mannheim (Das Problem der Generationen, 1928) — ancora oggi il riferimento fondamentale del campo — passando per le elaborazioni funzionaliste e i Critical Cultural Studies degli anni Cinquanta-Settanta, fino alle formulazioni più recenti nell'ambito degli Youth Studies internazionali, dove emerge il concetto di Social Generation proposto da Woodman e Wyn (2015). Il quadro teorico è arricchito da una disamina critica del concetto di generazione nelle sue molteplici declinazioni disciplinari: generazione come coorte demografica, come Zeitgeist, come intervallo temporale, come periodizzazione storica. Viene rilevata l'assenza persistente di una definizione univoca e la proliferazione di etichette mediatiche (Boomer, Millennials, Gen Z) prive di fondamento empirico rigoroso, un problema già segnalato in letteratura e mai compiutamente risolto. La seconda macro-area teorica riguarda la sociologia dei giovani. L'autore ricostruisce la storia del concetto di giovinezza dalla modernità a oggi, mostrando come il "giovane" sia una costruzione sociale storicamente e culturalmente situata: da categoria assente o identificata con la devianza (Prima Scuola di Chicago, anni Venti-Trenta), a soggetto centrale della riflessione struttural-funzionalista (Parsons, Eisenstadt, Coleman), fino al ribaltamento operato dai Critical Cultural Studies di Birmingham (Willis, Cohen), che rivalutano le culture giovanili e subculturali come forme di risposta creativa alla struttura di classe. Vengono poi esplorati gli sviluppi post-subculturali degli anni Novanta e Duemila, il tentativo di recuperare Bourdieu negli Youth Studies (habitus, campo, capitali), e le critiche a tale operazione, con un'attenzione specifica al dibattito australiano tra approccio delle Social Generations e approccio per transizioni. La terza area teorica si occupa della transizione all'età adulta, analizzando l'evoluzione del paradigma del corso di vita: dalla standardizzazione alla de-standardizzazione dei percorsi biografici, dai modelli europei comparativi di ingresso all'adultità, ai concetti di Emerging Adulthood, Giovane adultità, New Youth e New Adulthood, fino alle prospettive del Doing Transitions. Viene sottolineata la tensione irrisolta tra struttura e agency, e proposto come soluzione un approccio middle ground di matrice weberiana, che eviti sia le semplificazioni individualistiche sia il determinismo strutturale. Il cuore empirico della ricerca è una survey nazionale somministrata a un campione di giovani italiani, costruita attorno a otto sezioni tematiche: condizione giovanile e fasi di vita, condizioni di vita, nucleo familiare e condizione abitativa, appartenenza generazionale, relazioni sociali, pratiche culturali, politica e religione, attualità e percezioni. La traduzione empirica ha riguardato tre concetti centrali: la condizione giovanile, l'essere giovane e l'essere adulto, e l'appartenenza generazionale. I risultati dell'analisi mostrano che la condizione giovanile in Italia è attraversata da profonde e persistenti disuguaglianze interne — di genere, territoriali (Nord/Sud) e di classe — sia sul piano oggettivo che percettivo. Le giovani donne e i residenti nel Mezzogiorno risultano le categorie più svantaggiate in termini occupazionali, economici e di aspettative future. Una quota significativa di giovani, anche con titoli di studio elevati, percepisce di avere scarse possibilità di realizzazione, vive in condizione di dipendenza economica dalla famiglia e giudica peggiorata la propria situazione strutturale rispetto alla generazione dei genitori. Emerge un individualismo imperante, vissuto come unica strategia di risposta possibile. L'applicazione dell'approccio tipologico mertoniano (anomia e adattamento, basato sulla proposta di Pitti e Tuorto, 2021) rivela che la maggioranza dei giovani si colloca tra conformismo e innovazione, ma con differenze significative per genere, età e territorio. Sul piano della definizione di giovinezza e adultità, l'analisi empirica individua cinque profili distinti: due gruppi di giovani (uno "tradizionale" e uno "in tensione" verso l'adultità) e tre gruppi di adulti (uno "normativo", uno "di relazione" e uno "autodeterminato"). Questi profili mostrano che giovinezza e adultità non sono riducibili a criteri anagrafici, ma dipendono dall'intreccio tra tappe di transizione eteronormative e percezione soggettiva di sé. Infine, l'analisi empirica del concetto di generazione — condotta attraverso una cluster analysis sulle dimensioni di coscienza generazionale, unitarietà e collocazione — individua cinque gruppi: i Convinti radicali, i Convinti moderati, un gruppo intermedio equilibrato, gli Scettici e gli Atomizzati. I risultati mostrano che la grande maggioranza dei giovani italiani non si percepisce come parte di una generazione, pur condividendo condizioni strutturali simili. La coscienza generazionale è più elevata tra chi risiede al Nord, possiede titoli di studio più alti e si attribuisce uno status socio-economico più elevato. La generazione, conclude l'autore, non coincide con una semplice coorte di nascita, ma si configura come un'esperienza posizionale e collettiva: esiste nella misura in cui i soggetti si percepiscono come tali, condividono pratiche e valori, e si interrogano sulla propria posizione nel tempo e nello spazio sociale — confermando in questo senso il nucleo originario dell'intuizione mannheimiana. Il lavoro si chiude con un'affermazione di responsabilità scientifica e sociale: ridefinire con rigore i concetti di giovane e di generazione non è un esercizio di stile, ma uno strumento necessario affinché la sociologia possa leggere il presente con categorie analitiche adeguate e fornire al policy making indicazioni empiricamente fondate per intervenire sulle condizioni di vita dei giovani italiani.

Definire una generazione: dal concetto sociologico alla verifica empirica. Analisi della condizione giovanile in Italia, dell'essere giovane e dell'essere adulto / Bonanni, Matteo. - (2026 Apr 28).

Definire una generazione: dal concetto sociologico alla verifica empirica. Analisi della condizione giovanile in Italia, dell'essere giovane e dell'essere adulto

BONANNI, MATTEO
28/04/2026

Abstract

La tesi affronta una domanda apparentemente semplice ma tutt'altro che banale: è ancora utile parlare di generazioni per comprendere i cambiamenti sociali contemporanei e, in particolare, le trasformazioni della condizione giovanile? L'obiettivo non è difendere a priori la validità del concetto di generazione, ma riscoprirlo, ricostruirne l'evoluzione storica e definirlo empiricamente, mettendolo alla prova nella realtà sociale italiana attraverso una ricerca con questionario originale. Il lavoro si articola in una parte teorica estesa e in una parte empirica. La parte teorica ripercorre quello che l'autore definisce le "quattro stagioni" della sociologia delle generazioni: dalla prima sistematizzazione di Karl Mannheim (Das Problem der Generationen, 1928) — ancora oggi il riferimento fondamentale del campo — passando per le elaborazioni funzionaliste e i Critical Cultural Studies degli anni Cinquanta-Settanta, fino alle formulazioni più recenti nell'ambito degli Youth Studies internazionali, dove emerge il concetto di Social Generation proposto da Woodman e Wyn (2015). Il quadro teorico è arricchito da una disamina critica del concetto di generazione nelle sue molteplici declinazioni disciplinari: generazione come coorte demografica, come Zeitgeist, come intervallo temporale, come periodizzazione storica. Viene rilevata l'assenza persistente di una definizione univoca e la proliferazione di etichette mediatiche (Boomer, Millennials, Gen Z) prive di fondamento empirico rigoroso, un problema già segnalato in letteratura e mai compiutamente risolto. La seconda macro-area teorica riguarda la sociologia dei giovani. L'autore ricostruisce la storia del concetto di giovinezza dalla modernità a oggi, mostrando come il "giovane" sia una costruzione sociale storicamente e culturalmente situata: da categoria assente o identificata con la devianza (Prima Scuola di Chicago, anni Venti-Trenta), a soggetto centrale della riflessione struttural-funzionalista (Parsons, Eisenstadt, Coleman), fino al ribaltamento operato dai Critical Cultural Studies di Birmingham (Willis, Cohen), che rivalutano le culture giovanili e subculturali come forme di risposta creativa alla struttura di classe. Vengono poi esplorati gli sviluppi post-subculturali degli anni Novanta e Duemila, il tentativo di recuperare Bourdieu negli Youth Studies (habitus, campo, capitali), e le critiche a tale operazione, con un'attenzione specifica al dibattito australiano tra approccio delle Social Generations e approccio per transizioni. La terza area teorica si occupa della transizione all'età adulta, analizzando l'evoluzione del paradigma del corso di vita: dalla standardizzazione alla de-standardizzazione dei percorsi biografici, dai modelli europei comparativi di ingresso all'adultità, ai concetti di Emerging Adulthood, Giovane adultità, New Youth e New Adulthood, fino alle prospettive del Doing Transitions. Viene sottolineata la tensione irrisolta tra struttura e agency, e proposto come soluzione un approccio middle ground di matrice weberiana, che eviti sia le semplificazioni individualistiche sia il determinismo strutturale. Il cuore empirico della ricerca è una survey nazionale somministrata a un campione di giovani italiani, costruita attorno a otto sezioni tematiche: condizione giovanile e fasi di vita, condizioni di vita, nucleo familiare e condizione abitativa, appartenenza generazionale, relazioni sociali, pratiche culturali, politica e religione, attualità e percezioni. La traduzione empirica ha riguardato tre concetti centrali: la condizione giovanile, l'essere giovane e l'essere adulto, e l'appartenenza generazionale. I risultati dell'analisi mostrano che la condizione giovanile in Italia è attraversata da profonde e persistenti disuguaglianze interne — di genere, territoriali (Nord/Sud) e di classe — sia sul piano oggettivo che percettivo. Le giovani donne e i residenti nel Mezzogiorno risultano le categorie più svantaggiate in termini occupazionali, economici e di aspettative future. Una quota significativa di giovani, anche con titoli di studio elevati, percepisce di avere scarse possibilità di realizzazione, vive in condizione di dipendenza economica dalla famiglia e giudica peggiorata la propria situazione strutturale rispetto alla generazione dei genitori. Emerge un individualismo imperante, vissuto come unica strategia di risposta possibile. L'applicazione dell'approccio tipologico mertoniano (anomia e adattamento, basato sulla proposta di Pitti e Tuorto, 2021) rivela che la maggioranza dei giovani si colloca tra conformismo e innovazione, ma con differenze significative per genere, età e territorio. Sul piano della definizione di giovinezza e adultità, l'analisi empirica individua cinque profili distinti: due gruppi di giovani (uno "tradizionale" e uno "in tensione" verso l'adultità) e tre gruppi di adulti (uno "normativo", uno "di relazione" e uno "autodeterminato"). Questi profili mostrano che giovinezza e adultità non sono riducibili a criteri anagrafici, ma dipendono dall'intreccio tra tappe di transizione eteronormative e percezione soggettiva di sé. Infine, l'analisi empirica del concetto di generazione — condotta attraverso una cluster analysis sulle dimensioni di coscienza generazionale, unitarietà e collocazione — individua cinque gruppi: i Convinti radicali, i Convinti moderati, un gruppo intermedio equilibrato, gli Scettici e gli Atomizzati. I risultati mostrano che la grande maggioranza dei giovani italiani non si percepisce come parte di una generazione, pur condividendo condizioni strutturali simili. La coscienza generazionale è più elevata tra chi risiede al Nord, possiede titoli di studio più alti e si attribuisce uno status socio-economico più elevato. La generazione, conclude l'autore, non coincide con una semplice coorte di nascita, ma si configura come un'esperienza posizionale e collettiva: esiste nella misura in cui i soggetti si percepiscono come tali, condividono pratiche e valori, e si interrogano sulla propria posizione nel tempo e nello spazio sociale — confermando in questo senso il nucleo originario dell'intuizione mannheimiana. Il lavoro si chiude con un'affermazione di responsabilità scientifica e sociale: ridefinire con rigore i concetti di giovane e di generazione non è un esercizio di stile, ma uno strumento necessario affinché la sociologia possa leggere il presente con categorie analitiche adeguate e fornire al policy making indicazioni empiricamente fondate per intervenire sulle condizioni di vita dei giovani italiani.
28-apr-2026
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Tipologia: Tesi di dottorato
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