Negli ultimi decenni, l’uso della tecnologia GPR (Ground Penetrating Radar) si è affermato come una pratica consolidata nello studio dei beni culturali, con le sue prime applicazioni in ambito archeologico per localizzare strutture sotterranee e reperti senza ricorrere allo scavo . A partire dalle prime indagini negli anni ’80 del XX secolo, il segnale GPR si dimostrò particolarmente efficace nel rilevare anomalie nel terreno, come resti di murature nel sottosuolo, cavità e ambienti sotterranei. Le ricerche condotte in quegli anni ottennero ad ottenere due principali vantaggi: la possibilità di pianificare oculatamente gli scavi, predeterminando le aree di interesse con una notevole riduzione dei costi e dei tempi di ricerca, e la riduzione del rischio di danneggiare i reperti, conoscendo orientativamente sia le stratigrafie del sottosuolo che la distribuzione e la profondità degli oggetti sepolti. Ulteriori ricerche e applicazioni portarono nel giro di un decennio a sperimentare la tecnologia georadar anche nel settore della storia e della conservazione del patrimonio architettonico. Oggi, grazie all’evoluzione della strumentazione, che è diventata più leggera, miniaturizzata e tecnologicamente coadiuvata da softweristica di nuova generazione, è possibile effettuare scansioni sia a terra che in verticale, permettendo di analizzare in dettaglio sia le strutture di fondazione e sottofondazione che le strutture di elevazione degli edifici storici. Questa versatilità ha reso il GPR uno strumento prezioso per la conoscenza e la lettura delle strutture architettoniche, agevolando la lettura delle stratificazioni costruttive e l’individuazione di elementi architettonici nascosti senza ricorrere a saggi o scavi invasivi . Come accade nelle applicazioni in campo archeologico, anche nel settore dello studio dell’architettura storica l’utilizzo della tecnologia georadar si riconduce a una conoscenza pregressa degli edifici di interesse. Stratificazioni note possono essere ulteriormente approfondite mediante questo metodo non invasivo andando a dettagliare le relazioni tra le parti, le caratteristiche dei materiali e a volte anche il loro stato conservativo. Particolarmente interessanti sono i casi in cui le stratificazioni siano state ipotizzate sulla base di conoscenze derivanti dallo studio e dall’interpretazione di documenti esistenti, anche riguardanti scavi eseguiti, o sulla base dell’osservazione diretta delle strutture e delle tecniche costruttive, da cui spesso derivano ipotesi ricostruttive di configurazioni architettoniche non più esistenti. Tali configurazioni si possano indagare, usando le tecnologie georadar, alla ricerca di tracce nascoste dalle attuali strutture. Il presente contributo descrive l’applicazione della tecnologia georadar al caso studio della basilica di S. Prassede a Roma, che rappresenta pienamente un edificio particolarmente stratificato, con modifiche degli ambienti, trasformazioni e importanti interventi condotti fino al XX secolo. La basilica fu realizzata ex novo sui resti del precedente titulus Praxaedis nei primi anni del IX secolo, per volontà di papa Pasquale I. L’edificio conserva in buona parte il suo impianto originario, suddiviso in tre navate da colonnati architravati, con transetto, abside semicircolare e cripta sottostante. La facciata, inizialmente preceduta da un vestibolo e un quadriportico, si affaccia oggi su un cortile, che si è venuto a costituire nel tempo con il successivo inserimento di edifici che attualmente inglobano in parte le antiche strutture. Il cortile è una delle tre aree indagate in questo studio, allo scopo di verificare la posizione di alcuni elementi pertinenti allo scomparso quadriportico, ma anche per meglio analizzare altri resti emersi durante gli scavi condotti in occasione del restauro della facciata, nel 1937 e successivamente nel 1953. All’interno della basilica sono state eseguite indagini GPR sull’intera area del pavimento dell’aula e nella zona del presbiterio. Tra il 1915 e il 1918, in occasione di importanti restauri condotti da Antonio Muñoz, il pavimento dell’aula venne integralmente sostituito con l’attuale pavimentazione in stile neo-cosmatesco. All’atto dello smontaggio non furono prodotte relazioni o rilievi grafici e poco si conosce di quanto emerso in quell’occasione. Lo scopo dell’indagine strumentale è stato quindi quello di verificare la presenza di eventuali strutture al di sotto dell’attuale piano di calpestio. Per quanto concerne la zona presbiteriale gli obiettivi perseguiti dal piano di indagine strumentale sono legati allo studio delle numerose trasformazioni dell’ambiente. Fin dall’XI secolo sono documentati interventi che interessarono la cripta, ma fu alla fine del XV secolo che il presbiterio subì una notevole riconfigurazione. L’area liturgica venne infatti prolungata verso la navata, fino a giungere in corrispondenza dell’arco trionfale ove fu realizzata una nuova gradinata di accesso, mentre ai lati lo spazio fu racchiuso da pareti che lo separarono del tutto dalle ali del transetto. La gradinata subì successive modifiche sia nel XVI che nel XVIII secolo, quando si decise di aprire un nuovo accesso alla cripta, assiale alla navata, e di costruire al di sotto dell’altare maggiore una piccola cappella per la sistemazione delle sacre reliquie. Le scansioni GPR sul pavimento dell’area presbiteriale sono quindi state previste in modo da poter rintracciare eventuali discontinuità ascrivibili a strutture riconducibili a una o più fasi storico-costruttive.
Uso della tecnologia georadar alla scala architettonica. Lettura e comprensione delle stratificazioni nella basilica di S. Prassede a Roma / Caperna, Maurizio; Porrovecchio, Chiara. - In: MATERIALI E STRUTTURE. - ISSN 1121-2373. - XIV:27-28(2025), pp. 107-122.
Uso della tecnologia georadar alla scala architettonica. Lettura e comprensione delle stratificazioni nella basilica di S. Prassede a Roma
Maurizio Caperna;Chiara Porrovecchio
2025
Abstract
Negli ultimi decenni, l’uso della tecnologia GPR (Ground Penetrating Radar) si è affermato come una pratica consolidata nello studio dei beni culturali, con le sue prime applicazioni in ambito archeologico per localizzare strutture sotterranee e reperti senza ricorrere allo scavo . A partire dalle prime indagini negli anni ’80 del XX secolo, il segnale GPR si dimostrò particolarmente efficace nel rilevare anomalie nel terreno, come resti di murature nel sottosuolo, cavità e ambienti sotterranei. Le ricerche condotte in quegli anni ottennero ad ottenere due principali vantaggi: la possibilità di pianificare oculatamente gli scavi, predeterminando le aree di interesse con una notevole riduzione dei costi e dei tempi di ricerca, e la riduzione del rischio di danneggiare i reperti, conoscendo orientativamente sia le stratigrafie del sottosuolo che la distribuzione e la profondità degli oggetti sepolti. Ulteriori ricerche e applicazioni portarono nel giro di un decennio a sperimentare la tecnologia georadar anche nel settore della storia e della conservazione del patrimonio architettonico. Oggi, grazie all’evoluzione della strumentazione, che è diventata più leggera, miniaturizzata e tecnologicamente coadiuvata da softweristica di nuova generazione, è possibile effettuare scansioni sia a terra che in verticale, permettendo di analizzare in dettaglio sia le strutture di fondazione e sottofondazione che le strutture di elevazione degli edifici storici. Questa versatilità ha reso il GPR uno strumento prezioso per la conoscenza e la lettura delle strutture architettoniche, agevolando la lettura delle stratificazioni costruttive e l’individuazione di elementi architettonici nascosti senza ricorrere a saggi o scavi invasivi . Come accade nelle applicazioni in campo archeologico, anche nel settore dello studio dell’architettura storica l’utilizzo della tecnologia georadar si riconduce a una conoscenza pregressa degli edifici di interesse. Stratificazioni note possono essere ulteriormente approfondite mediante questo metodo non invasivo andando a dettagliare le relazioni tra le parti, le caratteristiche dei materiali e a volte anche il loro stato conservativo. Particolarmente interessanti sono i casi in cui le stratificazioni siano state ipotizzate sulla base di conoscenze derivanti dallo studio e dall’interpretazione di documenti esistenti, anche riguardanti scavi eseguiti, o sulla base dell’osservazione diretta delle strutture e delle tecniche costruttive, da cui spesso derivano ipotesi ricostruttive di configurazioni architettoniche non più esistenti. Tali configurazioni si possano indagare, usando le tecnologie georadar, alla ricerca di tracce nascoste dalle attuali strutture. Il presente contributo descrive l’applicazione della tecnologia georadar al caso studio della basilica di S. Prassede a Roma, che rappresenta pienamente un edificio particolarmente stratificato, con modifiche degli ambienti, trasformazioni e importanti interventi condotti fino al XX secolo. La basilica fu realizzata ex novo sui resti del precedente titulus Praxaedis nei primi anni del IX secolo, per volontà di papa Pasquale I. L’edificio conserva in buona parte il suo impianto originario, suddiviso in tre navate da colonnati architravati, con transetto, abside semicircolare e cripta sottostante. La facciata, inizialmente preceduta da un vestibolo e un quadriportico, si affaccia oggi su un cortile, che si è venuto a costituire nel tempo con il successivo inserimento di edifici che attualmente inglobano in parte le antiche strutture. Il cortile è una delle tre aree indagate in questo studio, allo scopo di verificare la posizione di alcuni elementi pertinenti allo scomparso quadriportico, ma anche per meglio analizzare altri resti emersi durante gli scavi condotti in occasione del restauro della facciata, nel 1937 e successivamente nel 1953. All’interno della basilica sono state eseguite indagini GPR sull’intera area del pavimento dell’aula e nella zona del presbiterio. Tra il 1915 e il 1918, in occasione di importanti restauri condotti da Antonio Muñoz, il pavimento dell’aula venne integralmente sostituito con l’attuale pavimentazione in stile neo-cosmatesco. All’atto dello smontaggio non furono prodotte relazioni o rilievi grafici e poco si conosce di quanto emerso in quell’occasione. Lo scopo dell’indagine strumentale è stato quindi quello di verificare la presenza di eventuali strutture al di sotto dell’attuale piano di calpestio. Per quanto concerne la zona presbiteriale gli obiettivi perseguiti dal piano di indagine strumentale sono legati allo studio delle numerose trasformazioni dell’ambiente. Fin dall’XI secolo sono documentati interventi che interessarono la cripta, ma fu alla fine del XV secolo che il presbiterio subì una notevole riconfigurazione. L’area liturgica venne infatti prolungata verso la navata, fino a giungere in corrispondenza dell’arco trionfale ove fu realizzata una nuova gradinata di accesso, mentre ai lati lo spazio fu racchiuso da pareti che lo separarono del tutto dalle ali del transetto. La gradinata subì successive modifiche sia nel XVI che nel XVIII secolo, quando si decise di aprire un nuovo accesso alla cripta, assiale alla navata, e di costruire al di sotto dell’altare maggiore una piccola cappella per la sistemazione delle sacre reliquie. Le scansioni GPR sul pavimento dell’area presbiteriale sono quindi state previste in modo da poter rintracciare eventuali discontinuità ascrivibili a strutture riconducibili a una o più fasi storico-costruttive.| File | Dimensione | Formato | |
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