L’articolo indaga il rapporto tra pittura di paesaggio e alterità sociale nella Roma del Seicento, collocando la produzione cosiddetta “bambocciante” entro le dinamiche economiche, culturali e ideologiche del mercato artistico romano. Attraverso un’analisi intrecciata di fonti letterarie, documentarie e figurative, Volpi ricostruisce la condizione sociale dei pittori attivi tra gli anni Venti e Sessanta del secolo – da Cerquozzi a Sweerts, da Mola a Salvator Rosa – evidenziandone la posizione intermedia tra precarietà economica e aspirazione al riconoscimento. Il paesaggio urbano popolato da mendicanti, artigiani e figure marginali diviene così il luogo privilegiato di una riflessione sull’alterità sociale, sospesa tra cronaca, satira e denuncia morale. Centrale è il tema del “dipingere dal vero”, pratica che segna una nuova relazione tra artista e realtà, ma che, a partire dalla metà del secolo, viene progressivamente stigmatizzata dalla critica classicista. Emblematica, in tal senso, è la parabola di Salvator Rosa, il cui atteggiamento polemico culmina nella celebre invettiva contro una società che disprezza il povero vivo ma ne apprezza l’immagine dipinta. Il saggio mostra come il paesaggio diventi specchio delle tensioni sociali e delle contraddizioni del sistema artistico romano barocco.
«Quel ch’aborriscon vivo, aman dipinto»: il paesaggio della Roma seicentesca e il tema dell’alterità sociale / Volpi, Caterina. - (2025), pp. 111-123.
«Quel ch’aborriscon vivo, aman dipinto»: il paesaggio della Roma seicentesca e il tema dell’alterità sociale
Volpi, Caterina
2025
Abstract
L’articolo indaga il rapporto tra pittura di paesaggio e alterità sociale nella Roma del Seicento, collocando la produzione cosiddetta “bambocciante” entro le dinamiche economiche, culturali e ideologiche del mercato artistico romano. Attraverso un’analisi intrecciata di fonti letterarie, documentarie e figurative, Volpi ricostruisce la condizione sociale dei pittori attivi tra gli anni Venti e Sessanta del secolo – da Cerquozzi a Sweerts, da Mola a Salvator Rosa – evidenziandone la posizione intermedia tra precarietà economica e aspirazione al riconoscimento. Il paesaggio urbano popolato da mendicanti, artigiani e figure marginali diviene così il luogo privilegiato di una riflessione sull’alterità sociale, sospesa tra cronaca, satira e denuncia morale. Centrale è il tema del “dipingere dal vero”, pratica che segna una nuova relazione tra artista e realtà, ma che, a partire dalla metà del secolo, viene progressivamente stigmatizzata dalla critica classicista. Emblematica, in tal senso, è la parabola di Salvator Rosa, il cui atteggiamento polemico culmina nella celebre invettiva contro una società che disprezza il povero vivo ma ne apprezza l’immagine dipinta. Il saggio mostra come il paesaggio diventi specchio delle tensioni sociali e delle contraddizioni del sistema artistico romano barocco.I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.


