Nella regione semi-desertica di Querétaro, Casa Tejocote (González Muchow Arquitectura, 2021) si configura come un organismo unitario capace di ridurre la distanza tra costruito e paesaggio, assumendo la rarefazione del contesto e la scarsità di risorse come vincoli generativi del progetto. L’impianto, essenziale e compatto, organizza quattro corpi attorno a una corte/giardino centrale che funziona insieme da matrice spaziale, filtro visivo e dispositivo microclimatico, trasformando il recinto in luogo di relazione e misura dell’abitare; la separazione tra spazi collettivi al piano terreno e ambiti privati al livello superiore è resa leggibile da ponti e terrazze che mantengono continuità percettiva e attraversamenti trasversali. La scelta di un monomateriale rigoroso – calcestruzzo armato per muri, solai e piani di calpestio – concentra l’espressività su massa, luce e tempo: il materiale, pigmentato su cromie prossime al tepetate locale, stabilisce una continuità “geologica” con il suolo, mentre il processo costruttivo in opera, con getti successivi calibrati sulle casseforme riutilizzabili, lascia una stratigrafia leggibile come traccia diretta del cantiere. Le aperture non cercano trasparenza continua ma una sequenza controllata di quadri luminosi, calibrati per ammettere radiazione diffusa e limitare l’irraggiamento nelle ore critiche, così che la luce renda percepibile la grana della materia e organizzi atmosfere misurate. Ne deriva un’architettura in cui logica costruttiva, controllo climatico passivo e qualità percettiva coincidono, facendo della “misura” il principio ordinatore e della casa un frammento di paesaggio abitabile, durevole e verificabile.
Luce e massa per una “geologia” domestica / Vannini, Carlo. - In: INDUSTRIA ITALIANA DEL CEMENTO. - ISSN 0019-7637. - 863, dicembre 2025(2025), pp. 112-113.
Luce e massa per una “geologia” domestica
Carlo Vannini
2025
Abstract
Nella regione semi-desertica di Querétaro, Casa Tejocote (González Muchow Arquitectura, 2021) si configura come un organismo unitario capace di ridurre la distanza tra costruito e paesaggio, assumendo la rarefazione del contesto e la scarsità di risorse come vincoli generativi del progetto. L’impianto, essenziale e compatto, organizza quattro corpi attorno a una corte/giardino centrale che funziona insieme da matrice spaziale, filtro visivo e dispositivo microclimatico, trasformando il recinto in luogo di relazione e misura dell’abitare; la separazione tra spazi collettivi al piano terreno e ambiti privati al livello superiore è resa leggibile da ponti e terrazze che mantengono continuità percettiva e attraversamenti trasversali. La scelta di un monomateriale rigoroso – calcestruzzo armato per muri, solai e piani di calpestio – concentra l’espressività su massa, luce e tempo: il materiale, pigmentato su cromie prossime al tepetate locale, stabilisce una continuità “geologica” con il suolo, mentre il processo costruttivo in opera, con getti successivi calibrati sulle casseforme riutilizzabili, lascia una stratigrafia leggibile come traccia diretta del cantiere. Le aperture non cercano trasparenza continua ma una sequenza controllata di quadri luminosi, calibrati per ammettere radiazione diffusa e limitare l’irraggiamento nelle ore critiche, così che la luce renda percepibile la grana della materia e organizzi atmosfere misurate. Ne deriva un’architettura in cui logica costruttiva, controllo climatico passivo e qualità percettiva coincidono, facendo della “misura” il principio ordinatore e della casa un frammento di paesaggio abitabile, durevole e verificabile.| File | Dimensione | Formato | |
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