The story of Bait ur Rouf mosque in Dhaka is uncommon. At first, the mosque was a votive building thought by Sufia Khatun, grandmother of Bangladeshi architect Marina Tabassum. She donated a plot of land in the suburban quarter of Faydabad to design a space for Islamic cult and religious instruction. Secondly, its realisation, which took several years (2006-2012), is the expression of a shared commitment and the outcome of a choral work. It was made possible by the support of builders, master artisans and all those who, in some form, have provided their economic contribution or skills and expertise to complete a community place to celebrate the sacred spirit of living together, of nature and of the Divine. Finally, the poetic dimension that identifies the mosque is the product of the awareness of Tabassum, who captures the essence of things and shows it with simplicity through her works. Such as the Bait ur Rouf mosque, where the evocative quality of space, the realism of materials, the accuracy of details, and the richness of light modulations tell about the authentic value of Bangladeshi culture and the self-determination community’s ability to reveal the extraordinary, hidden in the everyday things.

Quella della moschea Bait ur Rouf a Dacca è una storia fuori dal comune. L’edificio nasce come opera votiva per iniziativa di Sufia Khatun, nonna della progettista bengalese Marina Tabassum, che dona alla sua comunità di appartenenza un lotto di terreno nel quartiere suburbano Faydabad per la realizzazione di uno spazio per il culto islamico e l’insegnamento religioso. Il suo cantiere, durato diversi anni (2006-2012), coinvolge l’intera comunità locale; la sua costruzione è espressione di una volontà condivisa e frutto di un lavoro corale in cui s’intersecano gli apporti di costruttori, mastri artigiani, gente del posto, tutti coloro che, in qualche forma, hanno messo a disposizione quanto potevano, un contributo economico o la propria manualità e competenza, per realizzare un luogo comunitario che celebra lo spirito sacro del vivere comunitario, della natura e del divino. La dimensione poetica che la contraddistingue è il prodotto della sensibilità di Marina Tabassum, capace di cogliere l’essenza delle cose e di mostrarla con semplicità attraverso le sue opere. Come la moschea Bait ur Rouf, in cui la capacità evocativa dello spazio, il realismo dei materiali, la cura dei dettagli costruttivi e la ricchezza delle modulazioni luminose parlano del valore autentico della civiltà del Bangladesh e della capacità di autodeterminazione di una comunità per rivelare lo straordinario che si nasconde nell’ordinarietà delle cose.

Sacralità del quotidiano. La moschea Bait ur Rouf a Dacca / The Sacredness of the Everyday. The Bait ur Rouf Mosque in Dhaka

Maura Percoco
2022

Abstract

Quella della moschea Bait ur Rouf a Dacca è una storia fuori dal comune. L’edificio nasce come opera votiva per iniziativa di Sufia Khatun, nonna della progettista bengalese Marina Tabassum, che dona alla sua comunità di appartenenza un lotto di terreno nel quartiere suburbano Faydabad per la realizzazione di uno spazio per il culto islamico e l’insegnamento religioso. Il suo cantiere, durato diversi anni (2006-2012), coinvolge l’intera comunità locale; la sua costruzione è espressione di una volontà condivisa e frutto di un lavoro corale in cui s’intersecano gli apporti di costruttori, mastri artigiani, gente del posto, tutti coloro che, in qualche forma, hanno messo a disposizione quanto potevano, un contributo economico o la propria manualità e competenza, per realizzare un luogo comunitario che celebra lo spirito sacro del vivere comunitario, della natura e del divino. La dimensione poetica che la contraddistingue è il prodotto della sensibilità di Marina Tabassum, capace di cogliere l’essenza delle cose e di mostrarla con semplicità attraverso le sue opere. Come la moschea Bait ur Rouf, in cui la capacità evocativa dello spazio, il realismo dei materiali, la cura dei dettagli costruttivi e la ricchezza delle modulazioni luminose parlano del valore autentico della civiltà del Bangladesh e della capacità di autodeterminazione di una comunità per rivelare lo straordinario che si nasconde nell’ordinarietà delle cose.
The story of Bait ur Rouf mosque in Dhaka is uncommon. At first, the mosque was a votive building thought by Sufia Khatun, grandmother of Bangladeshi architect Marina Tabassum. She donated a plot of land in the suburban quarter of Faydabad to design a space for Islamic cult and religious instruction. Secondly, its realisation, which took several years (2006-2012), is the expression of a shared commitment and the outcome of a choral work. It was made possible by the support of builders, master artisans and all those who, in some form, have provided their economic contribution or skills and expertise to complete a community place to celebrate the sacred spirit of living together, of nature and of the Divine. Finally, the poetic dimension that identifies the mosque is the product of the awareness of Tabassum, who captures the essence of things and shows it with simplicity through her works. Such as the Bait ur Rouf mosque, where the evocative quality of space, the realism of materials, the accuracy of details, and the richness of light modulations tell about the authentic value of Bangladeshi culture and the self-determination community’s ability to reveal the extraordinary, hidden in the everyday things.
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