La presente ricerca studia la politica culturale del Partito comunista italiano negli anni Sessanta, concentrandosi soprattutto sul periodo in cui questa venne diretta da Rossana Rossanda, tra il dicembre 1962 e il dicembre 1965. La ricerca si compone di quattro capitoli. Nel primo capitolo si opera una complessiva ricostruzione della politica culturale comunista dall’immediato dopoguerra ai traumatici avvenimenti del 1956, individuando i caratteri che strutturarono il particolare rapporto tra Pci, intellettuali e cultura nazionale; nel secondo capitolo si affrontano i problemi dell’azione culturale del partito dal 1956 ai primi anni Sessanta, una fase di profonda trasformazione della società italiana dovuta alla notevole crescita economica e al contestuale cambiamento dei consumi, anche culturali; nel terzo capitolo viene studiata l’attività della Sezione culturale tra gli orientamenti del IX Congresso (gennaio-febbraio 1960) e la preparazione dell’XI Congresso (gennaio 1966), ed è la parte di lavoro che vede protagonista l’azione di Rossanda come dirigente politico-culturale alternativo alla precedente gestione di Mario Alicata; infine, nel capitolo conclusivo si affronta il tema del riassestamento della Sezione culturale dopo la fine della direzione Rossanda (a cui succederà per un breve periodo Paolo Bufalini) e la sconfitta del gruppo legato a Pietro Ingrao all’XI Congresso, di cui la stessa Rossanda era parte. In ragione di tale suddivisione, la prima parte della ricerca si avvale di un’ampia ricognizione bibliografica al fine di ricostruire il dibattito, i problemi e le soluzioni originali che plasmarono un’azione politico-culturale di grande respiro e innovativa tanto rispetto al panorama comunista internazionale quanto riguardo alla cultura nazionale. Tale ricognizione privilegia le riflessioni coeve al periodo di studio, ovviamente confrontate e problematizzate con la letteratura storiografica più recente e maggiormente distaccata. Nella seconda parte della ricerca, al contrario, i materiali d’indagine insistono sulla documentazione archivistica, soprattutto quella del Pci conservata presso la Fondazione Istituto Gramsci, e in minor parte lo studio dei documenti conservati presso il fondo Rossanda all’Archivio di Stato di Firenze. Documentazione invero di minore interesse per il periodo qui considerato: i documenti collegati all’azione di Rossanda nel partito sono replicati nella documentazione conservata nell’archivio comunista al Gramsci, mentre ciò che di più personale è conservato nell’archivio fiorentino riguarda l’attività giornalistica di Rossanda al manifesto e, più generalmente, epoche successive al contesto qui studiato. Diversi sono gli obiettivi posti e raggiunti dalla ricerca. Su di un piano generale, individuare i caratteri tanto della forza, quanto del successivo indebolimento dell’azione culturale comunista nelle trasformazioni sociali dell’Italia degli anni Sessanta; su di un piano più specifico, comprendere le ragioni della “chiamata a Roma” di Rossanda, una militante e dirigente della Federazione milanese del partito sicuramente ortodossa sul piano politico, ma decisamente aliena agli umori del centro dirigente “romano” sul piano culturale. La formazione banfiana, la direzione intraprendente della Casa della cultura milanese, il rapporto con le filosofie europee e in primo luogo con la fenomenologia e l’esistenzialismo, facevano di Rossanda un profilo critico rispetto allo storicismo gramsciano e togliattiano, al “nazional-popolare” e al meridionalismo di cui si nutriva una parte importante del partito. Eppure la sua promozione è in primo luogo un’operazione voluta da Togliatti, probabilmente con l’intento di arginare la perdita di aderenza tra partito e nuova generazioni, che proprio all’inizio del decennio Sessanta tornavano a mobilitarsi. La morte di Togliatti e la dialettica interna al partito, esacerbata in vista dell’XI Congresso, porteranno infine ad un peggioramento dei rapporti tra Rossanda e il gruppo dirigente, un peggioramento che si concluderà con l’estromissione dalla carica di dirigente culturale avvenuta, in maniera inconsueta, ancor prima della riorganizzazione stabilita in sede congressuale.

Apogeo e crisi della politica culturale comunista. Rossana Rossanda e la Sezione culturale del Pci (1962-1965) / Barile, Alessandro. - (2022 Feb 15).

Apogeo e crisi della politica culturale comunista. Rossana Rossanda e la Sezione culturale del Pci (1962-1965)

BARILE, ALESSANDRO
15/02/2022

Abstract

La presente ricerca studia la politica culturale del Partito comunista italiano negli anni Sessanta, concentrandosi soprattutto sul periodo in cui questa venne diretta da Rossana Rossanda, tra il dicembre 1962 e il dicembre 1965. La ricerca si compone di quattro capitoli. Nel primo capitolo si opera una complessiva ricostruzione della politica culturale comunista dall’immediato dopoguerra ai traumatici avvenimenti del 1956, individuando i caratteri che strutturarono il particolare rapporto tra Pci, intellettuali e cultura nazionale; nel secondo capitolo si affrontano i problemi dell’azione culturale del partito dal 1956 ai primi anni Sessanta, una fase di profonda trasformazione della società italiana dovuta alla notevole crescita economica e al contestuale cambiamento dei consumi, anche culturali; nel terzo capitolo viene studiata l’attività della Sezione culturale tra gli orientamenti del IX Congresso (gennaio-febbraio 1960) e la preparazione dell’XI Congresso (gennaio 1966), ed è la parte di lavoro che vede protagonista l’azione di Rossanda come dirigente politico-culturale alternativo alla precedente gestione di Mario Alicata; infine, nel capitolo conclusivo si affronta il tema del riassestamento della Sezione culturale dopo la fine della direzione Rossanda (a cui succederà per un breve periodo Paolo Bufalini) e la sconfitta del gruppo legato a Pietro Ingrao all’XI Congresso, di cui la stessa Rossanda era parte. In ragione di tale suddivisione, la prima parte della ricerca si avvale di un’ampia ricognizione bibliografica al fine di ricostruire il dibattito, i problemi e le soluzioni originali che plasmarono un’azione politico-culturale di grande respiro e innovativa tanto rispetto al panorama comunista internazionale quanto riguardo alla cultura nazionale. Tale ricognizione privilegia le riflessioni coeve al periodo di studio, ovviamente confrontate e problematizzate con la letteratura storiografica più recente e maggiormente distaccata. Nella seconda parte della ricerca, al contrario, i materiali d’indagine insistono sulla documentazione archivistica, soprattutto quella del Pci conservata presso la Fondazione Istituto Gramsci, e in minor parte lo studio dei documenti conservati presso il fondo Rossanda all’Archivio di Stato di Firenze. Documentazione invero di minore interesse per il periodo qui considerato: i documenti collegati all’azione di Rossanda nel partito sono replicati nella documentazione conservata nell’archivio comunista al Gramsci, mentre ciò che di più personale è conservato nell’archivio fiorentino riguarda l’attività giornalistica di Rossanda al manifesto e, più generalmente, epoche successive al contesto qui studiato. Diversi sono gli obiettivi posti e raggiunti dalla ricerca. Su di un piano generale, individuare i caratteri tanto della forza, quanto del successivo indebolimento dell’azione culturale comunista nelle trasformazioni sociali dell’Italia degli anni Sessanta; su di un piano più specifico, comprendere le ragioni della “chiamata a Roma” di Rossanda, una militante e dirigente della Federazione milanese del partito sicuramente ortodossa sul piano politico, ma decisamente aliena agli umori del centro dirigente “romano” sul piano culturale. La formazione banfiana, la direzione intraprendente della Casa della cultura milanese, il rapporto con le filosofie europee e in primo luogo con la fenomenologia e l’esistenzialismo, facevano di Rossanda un profilo critico rispetto allo storicismo gramsciano e togliattiano, al “nazional-popolare” e al meridionalismo di cui si nutriva una parte importante del partito. Eppure la sua promozione è in primo luogo un’operazione voluta da Togliatti, probabilmente con l’intento di arginare la perdita di aderenza tra partito e nuova generazioni, che proprio all’inizio del decennio Sessanta tornavano a mobilitarsi. La morte di Togliatti e la dialettica interna al partito, esacerbata in vista dell’XI Congresso, porteranno infine ad un peggioramento dei rapporti tra Rossanda e il gruppo dirigente, un peggioramento che si concluderà con l’estromissione dalla carica di dirigente culturale avvenuta, in maniera inconsueta, ancor prima della riorganizzazione stabilita in sede congressuale.
15-feb-2022
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11573/1611223
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