Critical edition, commentary and translation of Cordara’s first satire (1729-30). The introduction reconstructs the genesis and history of the text, which was never published by the author. The Sermo was printed posthumously in Cordara’s Carmina (Venice 1804); an author's copy is preserved in Reggio Emilia’s municipal library. The main model of Cordara are Ludovico Sergardi’s Satyrae. Recovering Sergardi thirty years after the last edition of the Satyrae first of all aimed to reaffirm the position of Latin as the preferred language of Italian literature, that could bring Italian poetry back to the heights of the Renaissance; secondly, it would defend a social satire made up of gloomy invectives, irreverent tones, scatological abysses, nauseating pictures, representing the poet as a non-integrated, irremediably involved in a world that he refused, but to which he must try to speak, without, however, finding any interlocutor, and thus reducing himself to a narrator of human atrocities.

Edizione critica, commento e traduzione della prima satira di Cordara, scritta tra il 1729 e il 1730. Si ricostruiscono le vicende compositive del lungo testo, che l’autore non pubblicò mai. Il Sermo uscì postumo nel volume dei Carmina del Cordara (Venezia 1804), mentre a Reggio Emilia si conserva una copia in pulito, proveniente dallo scrittoio dell’autore. Il modello di Cordara sono le Satyrae di Ludovico Sergardi. Ripartire da Sergardi, trenta anni dopo l’ultima edizione delle Satyrae, significava in primo luogo riaffermare la posizione del latino come lingua d’elezione della letteratura italiana; in secondo luogo si ribadiva la validità di una satira sociale che non disdegnasse l’invettiva più tetra, il tono dissacrante, l’abisso scatologico, il quadro nauseante, rappresentando il poeta come un non integrato, immerso in un mondo che rifiutava, ma a cui non poteva non tentar di parlare, senza però trovare interlocutori, e riducendosi quindi a voce narrante delle nefandezze umane.

Far satira sociale nel solco di Settano: il Sermo contro i ficcanaso di Giulio Cesare Cordara / Campanelli, Maurizio. - In: ATTI E MEMORIE DELL'ARCADIA. - ISSN 1127-249X. - 10(2021), pp. 253-304.

Far satira sociale nel solco di Settano. Il Sermo contro i ficcanaso di Giulio Cesare Cordara

Maurizio Campanelli
2021

Abstract

Edizione critica, commento e traduzione della prima satira di Cordara, scritta tra il 1729 e il 1730. Si ricostruiscono le vicende compositive del lungo testo, che l’autore non pubblicò mai. Il Sermo uscì postumo nel volume dei Carmina del Cordara (Venezia 1804), mentre a Reggio Emilia si conserva una copia in pulito, proveniente dallo scrittoio dell’autore. Il modello di Cordara sono le Satyrae di Ludovico Sergardi. Ripartire da Sergardi, trenta anni dopo l’ultima edizione delle Satyrae, significava in primo luogo riaffermare la posizione del latino come lingua d’elezione della letteratura italiana; in secondo luogo si ribadiva la validità di una satira sociale che non disdegnasse l’invettiva più tetra, il tono dissacrante, l’abisso scatologico, il quadro nauseante, rappresentando il poeta come un non integrato, immerso in un mondo che rifiutava, ma a cui non poteva non tentar di parlare, senza però trovare interlocutori, e riducendosi quindi a voce narrante delle nefandezze umane.
Critical edition, commentary and translation of Cordara’s first satire (1729-30). The introduction reconstructs the genesis and history of the text, which was never published by the author. The Sermo was printed posthumously in Cordara’s Carmina (Venice 1804); an author's copy is preserved in Reggio Emilia’s municipal library. The main model of Cordara are Ludovico Sergardi’s Satyrae. Recovering Sergardi thirty years after the last edition of the Satyrae first of all aimed to reaffirm the position of Latin as the preferred language of Italian literature, that could bring Italian poetry back to the heights of the Renaissance; secondly, it would defend a social satire made up of gloomy invectives, irreverent tones, scatological abysses, nauseating pictures, representing the poet as a non-integrated, irremediably involved in a world that he refused, but to which he must try to speak, without, however, finding any interlocutor, and thus reducing himself to a narrator of human atrocities.
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