La tesi tratta di questioni teoriche ancora irrisolte legate alle funzioni sincroniche e diacroniche della particella wo, nonché della loro descrizione nella tradizione grammaticale giapponese, nel quadro del più ampio dibattito circa la classificazione tradizionale delle particelle, che viene attribuita a Yamada (1908), giungendo a mettere in discussione la categoria yamadiana delle "particelle di caso" (kaku joshi). Nel primo capitolo si discute dell'ipotesi secondo la quale wo in giapponese antico e classico avrebbe espresso soltanto enfasi ed emozione (così che potesse essere omessa liberamente) e la funzione di espressione del “caso” si sarebbe sviluppata solo a partire dal X secolo (Matsuo 1938; 1944; Hiroi 1957; Oyama 1958). Si è osservato però che sin dalle prime attestazioni di wo nei testi di epoca Nara, tale particella aveva già una forte connessione con l’oggetto diretto, che non consente di attribuirle una funzione unicamente interiezionale. Il secondo capitolo affronta così l’oscillazione wo ~ Ø, utilizzando come quadro teorico quello della marcatura differenziale dell’oggetto (DOM). In giapponese antico tale oscillazione viene attribuita a parametri pragmatici come la definitezza e la referenzialità (Motohashi 1989) o la specificità (Frellesvig, Horn, Yanagida 2015). Nella tesi si dimostra che tali parametri potrebbero motivare anche l’oscillazione wo ~ Ø nella cosiddetta costruzione in -mi, un costrutto con funzione causale tipico dei testi di epoca Nara. La tesi indaga inoltre l’oscillazione wo ~ Ø dal punto di vista diacronico, analizzando fonti primarie e secondarie che non erano state prese in considerazione negli studi precedenti, ossia le commedie del teatro di farsa giapponese e alcune grammatiche di epoca Edo: tali fonti permettono di confermare l’importanza del livello pragmatico e informativo. Il terzo capitolo è dedicato all'analisi delle funzioni di wo nella classificazione di Yamada (1908), che scrive a wo tre valori distinti (particella di “caso”, interiezionale e di congiunzione), ma non adduce criteri formali che permettano di attribuire il corretto valore a ciascuna occorrenza della particella (ad esempio, in tutte le funzioni wo può seguire nominali e forme attributive). A dimostrazione della non discretezza delle categorie yamadiane, abbiamo identificato una specifica occorrenza di wo alla quale Yamada attribuisce dapprima un valore di congiunzione, in seguito un valore interiezionale (si tratta dell'espressione wa ga mi ‘wo io, me stesso’ lett. ‘il mio corpo’ in Kokinshū 5.276). Tale approccio potrebbe aver poi condotto gli studiosi successivi a classificare ciascuna occorrenza di wo in modo arbitrario e su basi unicamente semantiche. Il quarto capitolo si propone di rintracciare gli influssi ai quali Yamada fu sottoposto, in modo da identificare quali fossero i primi studiosi che riconobbero una funzione enfatica e interiezionale anche quando wo segue nominali e forme attributive del verbo. La tesi rintraccia quindi i momenti salienti dello sviluppo della descrizione di wo, a partire dai trattati poetici (in cui wo ha funzione enfatica se segue gerundi verbali o altre particelle), passando per Motoori Norinaga (identificato come il primo studioso ad ammettere una funzione interiezionale anche quando wo segue nominali e forme attributive del verbo), Tsurumine Shigenobu e Ōtsuki Fumihiko, che avrebbero ampliato l'uso interiezionale di wo ad altre costruzioni, come quella in -mi. I medesimi contesti sintattici sarebbero stati confermati anche da Yamada e avrebbero poi influenzato gli studiosi successivi. Il quinto e ultimo capitolo è ded icato all’analisi della categoria yamadiana di “caso” (kaku o ikaku). Dopo aver offerto una definizione moderna di “caso grammaticale”, come categoria che permette di dar conto del legame che si instaura tra un insieme di forme (allomorfi) e un insieme di contenuti semantici o grammaticali espressi da tali forme, tale definizione è stata applicata alla morfologia del giapponese, dimostrando che il riconoscimento della categoria del “caso” in giapponese non sarebbe necessario. Sono state poi analizzate le interpretazioni che gli studiosi giapponesi hanno offerto della categoria del “caso”, osservando l'interazione negli studi giapponesi tra “caso”, i parametri legati al piano informativo e la struttura tema-rema (topic-comment). Tale sovrapposizione tra il livello semantico e quello pragmatico e il fatto che “caso” sia applicato da Yamada alle relazioni che ciascun elemento intrattiene con gli altri conduce alla necessità di mettere in discussione la definizione di kaku joshi come “particelle di caso” negli studi yamadiani.

Problemi teorici nella descrizione delle particelle giapponesi – il caso di wo / D'Antonio, Corinne. - (2019 Sep 19).

Problemi teorici nella descrizione delle particelle giapponesi – il caso di wo

D'ANTONIO, CORINNE
19/09/2019

Abstract

La tesi tratta di questioni teoriche ancora irrisolte legate alle funzioni sincroniche e diacroniche della particella wo, nonché della loro descrizione nella tradizione grammaticale giapponese, nel quadro del più ampio dibattito circa la classificazione tradizionale delle particelle, che viene attribuita a Yamada (1908), giungendo a mettere in discussione la categoria yamadiana delle "particelle di caso" (kaku joshi). Nel primo capitolo si discute dell'ipotesi secondo la quale wo in giapponese antico e classico avrebbe espresso soltanto enfasi ed emozione (così che potesse essere omessa liberamente) e la funzione di espressione del “caso” si sarebbe sviluppata solo a partire dal X secolo (Matsuo 1938; 1944; Hiroi 1957; Oyama 1958). Si è osservato però che sin dalle prime attestazioni di wo nei testi di epoca Nara, tale particella aveva già una forte connessione con l’oggetto diretto, che non consente di attribuirle una funzione unicamente interiezionale. Il secondo capitolo affronta così l’oscillazione wo ~ Ø, utilizzando come quadro teorico quello della marcatura differenziale dell’oggetto (DOM). In giapponese antico tale oscillazione viene attribuita a parametri pragmatici come la definitezza e la referenzialità (Motohashi 1989) o la specificità (Frellesvig, Horn, Yanagida 2015). Nella tesi si dimostra che tali parametri potrebbero motivare anche l’oscillazione wo ~ Ø nella cosiddetta costruzione in -mi, un costrutto con funzione causale tipico dei testi di epoca Nara. La tesi indaga inoltre l’oscillazione wo ~ Ø dal punto di vista diacronico, analizzando fonti primarie e secondarie che non erano state prese in considerazione negli studi precedenti, ossia le commedie del teatro di farsa giapponese e alcune grammatiche di epoca Edo: tali fonti permettono di confermare l’importanza del livello pragmatico e informativo. Il terzo capitolo è dedicato all'analisi delle funzioni di wo nella classificazione di Yamada (1908), che scrive a wo tre valori distinti (particella di “caso”, interiezionale e di congiunzione), ma non adduce criteri formali che permettano di attribuire il corretto valore a ciascuna occorrenza della particella (ad esempio, in tutte le funzioni wo può seguire nominali e forme attributive). A dimostrazione della non discretezza delle categorie yamadiane, abbiamo identificato una specifica occorrenza di wo alla quale Yamada attribuisce dapprima un valore di congiunzione, in seguito un valore interiezionale (si tratta dell'espressione wa ga mi ‘wo io, me stesso’ lett. ‘il mio corpo’ in Kokinshū 5.276). Tale approccio potrebbe aver poi condotto gli studiosi successivi a classificare ciascuna occorrenza di wo in modo arbitrario e su basi unicamente semantiche. Il quarto capitolo si propone di rintracciare gli influssi ai quali Yamada fu sottoposto, in modo da identificare quali fossero i primi studiosi che riconobbero una funzione enfatica e interiezionale anche quando wo segue nominali e forme attributive del verbo. La tesi rintraccia quindi i momenti salienti dello sviluppo della descrizione di wo, a partire dai trattati poetici (in cui wo ha funzione enfatica se segue gerundi verbali o altre particelle), passando per Motoori Norinaga (identificato come il primo studioso ad ammettere una funzione interiezionale anche quando wo segue nominali e forme attributive del verbo), Tsurumine Shigenobu e Ōtsuki Fumihiko, che avrebbero ampliato l'uso interiezionale di wo ad altre costruzioni, come quella in -mi. I medesimi contesti sintattici sarebbero stati confermati anche da Yamada e avrebbero poi influenzato gli studiosi successivi. Il quinto e ultimo capitolo è ded icato all’analisi della categoria yamadiana di “caso” (kaku o ikaku). Dopo aver offerto una definizione moderna di “caso grammaticale”, come categoria che permette di dar conto del legame che si instaura tra un insieme di forme (allomorfi) e un insieme di contenuti semantici o grammaticali espressi da tali forme, tale definizione è stata applicata alla morfologia del giapponese, dimostrando che il riconoscimento della categoria del “caso” in giapponese non sarebbe necessario. Sono state poi analizzate le interpretazioni che gli studiosi giapponesi hanno offerto della categoria del “caso”, osservando l'interazione negli studi giapponesi tra “caso”, i parametri legati al piano informativo e la struttura tema-rema (topic-comment). Tale sovrapposizione tra il livello semantico e quello pragmatico e il fatto che “caso” sia applicato da Yamada alle relazioni che ciascun elemento intrattiene con gli altri conduce alla necessità di mettere in discussione la definizione di kaku joshi come “particelle di caso” negli studi yamadiani.
19-set-2019
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11573/1436673
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