Le attuali normative in merito alle attività di medicina trasfusionale ribadiscono il ruolo della tutela della salute dei donatori, garantito anche attraverso l’effettuazione regolare di esami di laboratorio, al fine di assicurare un elevato livello di protezione della salute umana. Anche se non previsto tra gli esami per la validazione biologica degli emocomponenti, l’esame emocromocitometrico rientra tra gli esami obbligatori ad ogni donazione; d’altra parte le linee guida nazionali e comunitarie richiedono che gli emocomponenti soddisfino requisiti di qualità, strettamente connessi con le caratteristiche del donatore e condizionanti l’efficacia della terapia trasfusionale nel ricevente. L’esame emocromocitometrico rappresenta senza dubbio l’indagine da richiedere in prima istanza per verificare lo stato di salute di un individuo e rappresenta sicuramente un criterio di protezione del donatore di sangue, consentendo da un lato di evidenziare precocemente le manifestazioni di effetti collaterali connessi alla periodicità del dono, dall’altro potendo rappresentare la spia di un eventuale danno ematologico primitivo o secondario a patologie di organi o apparati extra-emopoietici. Uno dei principali effetti collaterali della donazione di sangue è rappresentato dall’insorgenza di alterazioni del metabolismo del ferro, dal momento che la perdita di 200 mL di eritrociti con una donazione di sangue intero comporta la perdita di circa 225 mg di ferro. In condizioni di compenso delle perdite marziali e di una normale funzionalità dei meccanismi fisiologici di risposta all’ipossia, il sistema ematopoietico riesce a rigenerare un normale contenuto di emoglobina. Tuttavia, in condizioni di bilancio marziale in equilibrio instabile, come nel caso di donne in età fertile o anche in donatori di sesso maschile in relazione alla frequenza delle donazioni, la concentrazione di emoglobina nel sangue può progressivamente ridursi. La determinazione dell’emoglobina, obbligatoria in fase di selezione del donatore, è stata giustamente considerata dal legislatore determinante per il giudizio di idoneità del donatore. Tuttavia succede che individui con valori di emoglobina anche superiori rispetto ai limiti stabiliti presentino una carenza marziale latente ed è dovere del medico di medicina trasfusionale intervenire, dal momento che “possono sussistere motivi per i quali è necessario, ai fini della protezione della salute del candidato donatore, rinviare la donazione” (Allegato, 3 DM 3 Marzo 2005). In questo contesto la sola determinazione dell’emoglobina è inadeguata nell’evidenziare precocemente condizioni carenziali mentre maggiori informazioni possono essere fornite da altri parametri emocromocitometrici (MCV, MCH, MCHC, RDW). Inoltre problemi di natura etica sorgono sia in caso di carenza di ferro legata alle frequenti donazioni, sia nel caso, meno frequente ma più grave, in cui la carenza marziale sia legata a patologie ancora asintomatiche. Altri parametri forniti dall’emocromo possono segnalare condizioni che impongono l’esclusione, anche solo temporanea, del donatore: alterazione dei leucociti e delle popolazioni leucocitarie o della conta piastrinica potrebbero essere associate a patologie infettive, ematologiche o immunologiche, meritevoli di maggiori approfondimenti diagnostici. Pertanto è auspicabile che il processo di arruolamento del donatore di sangue ed emocomponenti preveda l’esecuzione di un esame emocromocitometrico preliminarmente alla donazione, al fine della tutela dello stesso donatore dall’effettuazione di una donazione in condizioni di salute non sempre ottimali che impongono, in fase di validazione, l’eliminazione dell’unità donata a causa di alterazioni anche importanti di parametri emometrici.

ESAME EMOCROMOCITOMETRICO COME TEST DI VALUTAZIONE CLINICA DEL DONATORE / Coluzzi, S.; De Nicolò, M. C.. - In: BLOOD TRANSFUSION. - ISSN 1723-2007. - (2008). ((Intervento presentato al convegno XXXVIII CONVEGNO NAZIONALE DI STUDI DI MEDICINA TRASFUSIONALE tenutosi a rimini.

ESAME EMOCROMOCITOMETRICO COME TEST DI VALUTAZIONE CLINICA DEL DONATORE

Coluzzi S.;
2008

Abstract

Le attuali normative in merito alle attività di medicina trasfusionale ribadiscono il ruolo della tutela della salute dei donatori, garantito anche attraverso l’effettuazione regolare di esami di laboratorio, al fine di assicurare un elevato livello di protezione della salute umana. Anche se non previsto tra gli esami per la validazione biologica degli emocomponenti, l’esame emocromocitometrico rientra tra gli esami obbligatori ad ogni donazione; d’altra parte le linee guida nazionali e comunitarie richiedono che gli emocomponenti soddisfino requisiti di qualità, strettamente connessi con le caratteristiche del donatore e condizionanti l’efficacia della terapia trasfusionale nel ricevente. L’esame emocromocitometrico rappresenta senza dubbio l’indagine da richiedere in prima istanza per verificare lo stato di salute di un individuo e rappresenta sicuramente un criterio di protezione del donatore di sangue, consentendo da un lato di evidenziare precocemente le manifestazioni di effetti collaterali connessi alla periodicità del dono, dall’altro potendo rappresentare la spia di un eventuale danno ematologico primitivo o secondario a patologie di organi o apparati extra-emopoietici. Uno dei principali effetti collaterali della donazione di sangue è rappresentato dall’insorgenza di alterazioni del metabolismo del ferro, dal momento che la perdita di 200 mL di eritrociti con una donazione di sangue intero comporta la perdita di circa 225 mg di ferro. In condizioni di compenso delle perdite marziali e di una normale funzionalità dei meccanismi fisiologici di risposta all’ipossia, il sistema ematopoietico riesce a rigenerare un normale contenuto di emoglobina. Tuttavia, in condizioni di bilancio marziale in equilibrio instabile, come nel caso di donne in età fertile o anche in donatori di sesso maschile in relazione alla frequenza delle donazioni, la concentrazione di emoglobina nel sangue può progressivamente ridursi. La determinazione dell’emoglobina, obbligatoria in fase di selezione del donatore, è stata giustamente considerata dal legislatore determinante per il giudizio di idoneità del donatore. Tuttavia succede che individui con valori di emoglobina anche superiori rispetto ai limiti stabiliti presentino una carenza marziale latente ed è dovere del medico di medicina trasfusionale intervenire, dal momento che “possono sussistere motivi per i quali è necessario, ai fini della protezione della salute del candidato donatore, rinviare la donazione” (Allegato, 3 DM 3 Marzo 2005). In questo contesto la sola determinazione dell’emoglobina è inadeguata nell’evidenziare precocemente condizioni carenziali mentre maggiori informazioni possono essere fornite da altri parametri emocromocitometrici (MCV, MCH, MCHC, RDW). Inoltre problemi di natura etica sorgono sia in caso di carenza di ferro legata alle frequenti donazioni, sia nel caso, meno frequente ma più grave, in cui la carenza marziale sia legata a patologie ancora asintomatiche. Altri parametri forniti dall’emocromo possono segnalare condizioni che impongono l’esclusione, anche solo temporanea, del donatore: alterazione dei leucociti e delle popolazioni leucocitarie o della conta piastrinica potrebbero essere associate a patologie infettive, ematologiche o immunologiche, meritevoli di maggiori approfondimenti diagnostici. Pertanto è auspicabile che il processo di arruolamento del donatore di sangue ed emocomponenti preveda l’esecuzione di un esame emocromocitometrico preliminarmente alla donazione, al fine della tutela dello stesso donatore dall’effettuazione di una donazione in condizioni di salute non sempre ottimali che impongono, in fase di validazione, l’eliminazione dell’unità donata a causa di alterazioni anche importanti di parametri emometrici.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11573/1385605
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