M. Tedeschini, Il conflitto estetico. Teoria del disgusto, Lithos, Roma 2018, pp. 149, 15 Euro. A partire già dal titolo – Il conflitto estetico. Teoria del disgusto – l’ultimo lavoro di Marco Tedeschini presenta il suo cuore teorico. È in effetti nell’ambito dell’estetica che l’Autore colloca la propria «teoria del disgusto» – esposta principalmente nel terzo e ultimo capitolo dell’opera – la quale è sorretta dalla tesi di fondo per cui «i rapporti umani» sono attraversati da una «conflittualità insopprimibile» (p. 9). Il sentimento del disgusto viene così a configurarsi per Tedeschini come espressione di tale «strutturale inimicizia» e, perciò, parimenti come un «potente strumento d’indagine» nei confronti di questa (ibid.). Un’indagine sul disgusto, dunque, è come si potrebbe definire il libro di Tedeschini, il cui merito è innanzitutto quello di presentare al lettore italiano un quadro esaustivo dello stato dell’arte concernente il tema in oggetto, offrendo approfondimenti di carattere storico e di natura teorica di grande interesse. Il libro è strutturato nella maniera seguente: nel primo capitolo – in cui si fa ricorso principalmente a Freud – l’Autore definisce il disgusto e mette a tema il problema del rapporto tra la natura e la cultura di questo; nel secondo capitolo sono presentate in maniera critica le più influenti posizioni di alcuni scienziati americani (Rozin e Fallon, Angyal, Kelly) sulla natura del disgusto; nel terzo capitolo, da un lato sono trattate le teorie di fenomenologi come Kolnai, Sartre, Schmitz e del filosofo della mente McGinn nell’ottica di far emergere alcuni nodi teorici rilevanti, dall’altro – con un ricorso a Schlegel – Tedeschini colloca definitivamente nell’ambito dell’estetica la propria posizione, per poi farla emerge con ulteriore nettezza in chiusura del testo. Con il suo lavoro, dunque, Tedeschini prende anche una posizione filosoficamente impegnata sulla questione del disgusto. In effetti, è nella natura stessa del tema – specialmente per come esso viene presentato – di richiedere che ci si schieri: espressione di un «conflitto», di un’«inimicizia» e, quindi, di un’irriducibile «differenza» tra parti, il fatto del disgusto implica necessariamente che il soggetto si collochi in una posizione. Anzi, il disgusto deriva proprio dal darsi nel mondo della differenza, una differenza insopprimibile che produce un «disordine» la cui «evidenza» – «dolorosa o inconfessabile» – è all’origine di questo «sentimento intollerabile» (p. 12). Ma questa “intollerabilità” nulla ha a che vedere con il diritto o con la morale: da ciò deriva il «senso estetico» dell’avversione propria del disgusto, secondo Tedeschini. I conflitti «estetici» all’origine del disgusto, infatti, «prescindono da qualsiasi ingiustizia o sgarbo», «non hanno nulla di morale» (ibid.). Questo «sentimento intollerabile», dunque, non sanziona ciò che non deve essere tale a livello universale, bensì – sic et simpliciter – ciò che non è: il “diverso” – appunto – ovvero «ciò che non si è» (p. 17). Il disgusto indagato e restituito da Tedeschini è dunque l’indice di un «limite» svincolato dalla prassi, il quale – paradossalmente – includendo se stesso nell’ambito dell’estetica, amplia i confini di quest’ultima; il che – come chiarisce l’Autore – «almeno dal punto di vista della storia dell’estetica, non va da sé» (p. 13). Si tratta del «limite del gusto» (ibid.), gusto che è «intimamente» legato al sé; si tratta dunque del limite di una «soggettività» che l’analisi di Tedeschini rivela essere connessa in maniera «inscindibile» al sentimento del disgusto (p. 131). Il disgusto è dunque l’indice del limite tra sé e “diverso” da sé, “altro” rispetto a cui il soggetto si ribella con un’avversione profondamente radicata, allorché quest’alterità – «tanto meno rischiosa, tanto più insopportabile» (p. 136) – esibisce la propria presenza «invadente» (p. 121) nel modo di una «prossimità» (pp. 131 e ss.) che è vissuta dal soggetto (a torto) come minacciosa, in quanto sembra costringerlo all’«esposizione» della propria «intimità», fino a fargli provare addirittura uno sconcertante senso di «nudità» (p. 135). Perciò, secondo Tedeschini, il disgusto ingenera scontri di cui «il conflitto di opinioni e il conflitto tra gli esseri è solo una conseguenza» (p. 136). Il contrasto originario in atto nel soggetto rispetto all’oggetto disgustoso è in effetti di carattere «conservativo» e reagisce al sentimento del «rischio di perversione» del proprio sé (p. 137) causato dal tentativo imputato all’oggetto di voler «abbattere ogni differenza» tra soggetto e oggetto (p. 120). Dunque lo scontro è tra “essere” e “non essere”, tra l’essere e il non essere del soggetto e non tra “essere” e “dover essere”: non si tratta di un conflitto morale – lo abbiamo detto – si tratta di un conflitto estetico e soggettivo che, motivato «né dalla natura né dal sapere, tocca le corde della più oscura intimità» (p. 131). Ora, che il sentimento del disgusto non si origini meramente nella natura e nel processo evolutivo non è cosa scontata; e questa posizione – assieme a quella di carattere “estetico” – costituisce un altro elemento caratterizzante la tesi di Tedeschini. Una larga parte del testo (il secondo capitolo, nello specifico) è in effetti impiegata dall’Autore per criticare le teorie che legano in maniera esclusiva il disgusto a meccanismi di difesa: secondo Tedeschini, la cornice evolutiva necessita di essere «integrata» (p. 89). Integrata e non sostituita o rinnegata, s’intende: per l’Autore infatti, il quadro evoluzionistico si rivela semplicemente insufficiente per spiegare il disgusto, giacché «non è facile risolvere il problema del disgusto nei termini della sua pericolosità per il soggetto» (p. 16). Allo stesso modo, anche l’aver estromesso in prima battuta la morale dalla ricerca sul significato del disgusto non significa che l’una non incroci l’altro e non sia mai in qualche modo connessa a esso; semplicemente, si sta dicendo che la repulsione del disgusto non è necessariamente causata da istanze morali né dev’essere legittimata a motivare sanzioni in questo campo. Ma se né l’istinto di sopravvivenza né la legge morale giustificano il disgusto, è lecito chiedersi – e Tedeschini lo fa – «se il disgusto non sia qualcosa di insensato» (p. 125). Come a chiedersi se ciò che il disgusto intende semplicemente non sia, ovvero sia un che senza ragion d’essere: l’«assurdo» (p. 117). Parimenti, l’insensatezza del disgusto potrebbe anche risiedere nella pretesa normativa esibita dal soggetto, poiché la norma ch’egli fissa allorché – per preservare se stesso – si dissocia dall’oggetto che lo ripugna non può essere universalizzata, ma riguarda solamente il singolo nella sua individualità. In altre parole, i limiti del disgusto variano, sono soggettivi e, dunque, potrebbero non essere indice di alcun senso “oggettivo”: così il disgusto, «più che essere il sentimento del caos o dell’assurdo, diverrebbe esso stesso assurdo e frutto di assurdità» (p. 124). A questa conclusione giunge Tedeschini allorché – sul finire del terzo capitolo – si dissocia della proposta teorica di Schmitz per il quale «disgustosi sono gli esseri deformi poiché rendono confusa la solida determinatezza […] delle categorie biologiche» (p. 123). A questo punto del lavoro, infatti, Tedeschini congeda ogni lettura del disgusto «che non sospenda il riferimento all’essere e/o alla conoscenza» (p. 123). Per Tedeschini «la deformità che disgusta non ha a che vedere con l’oggettività della biologia e delle sue categorie» (p. 125). Citando Montaigne – via de Saint-Hilaire – Tedeschini dichiara che «ciò che chiamiamo “mostri non lo sono per Dio”» (p. 124) e non lo sono nemmeno per la biologia – che è «oggettiva, razionale», «di Dio» (p. 125) – il che costringe a svincolare l’indagine sul disgusto dalla scienza e dalla conoscenza. Del tutto non banale e di assoluta attualità – stante che le interrogazioni sulle variazioni possibili rispetto a una pretesa “norma” riguardante l’umano sono all’ordine del giorno – la questione ricorda a chi scrive lo scrutatore calviniano il quale, interrogandosi sulla soglia di ciò che possa dirsi “umano”, giunge alla conclusione che «l’umano arriva dove arriva l’amore; non ha confini se non quelli che gli diamo», apportando apparentemente più domande che risposte, o forse semplicemente esaltando i limiti del teoreticismo. Allo stesso modo, il libro di Tedeschini si configura come l’apertura di un problema ampio e complesso, più che come la risoluzione dello stesso in una semplice presa di posizione. Pur esponendo la sua linea teorica, infatti, l’Autore stesso dichiara che il suo testo spiana la strada a «un programma di lavoro ancora da sviluppare» (p. 9), purtuttavia non presentandosi né come «mutilo» né come «mancante» (p. 15). Un lavoro, dunque, che può essere di grande interesse per coloro i quali si interrogano su questa conflittualità propria dell’animo umano e intendono portare avanti – come Tedeschini – la riflessione su questa intrigante e complessa questione, la cui portata filosofica è non solo attuale, ma anche urgente.

M. Tedeschini, Il conflitto estetico. Teoria del disgusto, Lithos, Roma 2018 / Vasari, Giorgia. - In: BOLLETTINO DELLA SOCIETÀ FILOSOFICA ITALIANA. - ISSN 1129-5643. - :3(2018), pp. 101-104.

M. Tedeschini, Il conflitto estetico. Teoria del disgusto, Lithos, Roma 2018

VASARI, GIORGIA
Primo
Writing – Original Draft Preparation
2018

Abstract

M. Tedeschini, Il conflitto estetico. Teoria del disgusto, Lithos, Roma 2018, pp. 149, 15 Euro. A partire già dal titolo – Il conflitto estetico. Teoria del disgusto – l’ultimo lavoro di Marco Tedeschini presenta il suo cuore teorico. È in effetti nell’ambito dell’estetica che l’Autore colloca la propria «teoria del disgusto» – esposta principalmente nel terzo e ultimo capitolo dell’opera – la quale è sorretta dalla tesi di fondo per cui «i rapporti umani» sono attraversati da una «conflittualità insopprimibile» (p. 9). Il sentimento del disgusto viene così a configurarsi per Tedeschini come espressione di tale «strutturale inimicizia» e, perciò, parimenti come un «potente strumento d’indagine» nei confronti di questa (ibid.). Un’indagine sul disgusto, dunque, è come si potrebbe definire il libro di Tedeschini, il cui merito è innanzitutto quello di presentare al lettore italiano un quadro esaustivo dello stato dell’arte concernente il tema in oggetto, offrendo approfondimenti di carattere storico e di natura teorica di grande interesse. Il libro è strutturato nella maniera seguente: nel primo capitolo – in cui si fa ricorso principalmente a Freud – l’Autore definisce il disgusto e mette a tema il problema del rapporto tra la natura e la cultura di questo; nel secondo capitolo sono presentate in maniera critica le più influenti posizioni di alcuni scienziati americani (Rozin e Fallon, Angyal, Kelly) sulla natura del disgusto; nel terzo capitolo, da un lato sono trattate le teorie di fenomenologi come Kolnai, Sartre, Schmitz e del filosofo della mente McGinn nell’ottica di far emergere alcuni nodi teorici rilevanti, dall’altro – con un ricorso a Schlegel – Tedeschini colloca definitivamente nell’ambito dell’estetica la propria posizione, per poi farla emerge con ulteriore nettezza in chiusura del testo. Con il suo lavoro, dunque, Tedeschini prende anche una posizione filosoficamente impegnata sulla questione del disgusto. In effetti, è nella natura stessa del tema – specialmente per come esso viene presentato – di richiedere che ci si schieri: espressione di un «conflitto», di un’«inimicizia» e, quindi, di un’irriducibile «differenza» tra parti, il fatto del disgusto implica necessariamente che il soggetto si collochi in una posizione. Anzi, il disgusto deriva proprio dal darsi nel mondo della differenza, una differenza insopprimibile che produce un «disordine» la cui «evidenza» – «dolorosa o inconfessabile» – è all’origine di questo «sentimento intollerabile» (p. 12). Ma questa “intollerabilità” nulla ha a che vedere con il diritto o con la morale: da ciò deriva il «senso estetico» dell’avversione propria del disgusto, secondo Tedeschini. I conflitti «estetici» all’origine del disgusto, infatti, «prescindono da qualsiasi ingiustizia o sgarbo», «non hanno nulla di morale» (ibid.). Questo «sentimento intollerabile», dunque, non sanziona ciò che non deve essere tale a livello universale, bensì – sic et simpliciter – ciò che non è: il “diverso” – appunto – ovvero «ciò che non si è» (p. 17). Il disgusto indagato e restituito da Tedeschini è dunque l’indice di un «limite» svincolato dalla prassi, il quale – paradossalmente – includendo se stesso nell’ambito dell’estetica, amplia i confini di quest’ultima; il che – come chiarisce l’Autore – «almeno dal punto di vista della storia dell’estetica, non va da sé» (p. 13). Si tratta del «limite del gusto» (ibid.), gusto che è «intimamente» legato al sé; si tratta dunque del limite di una «soggettività» che l’analisi di Tedeschini rivela essere connessa in maniera «inscindibile» al sentimento del disgusto (p. 131). Il disgusto è dunque l’indice del limite tra sé e “diverso” da sé, “altro” rispetto a cui il soggetto si ribella con un’avversione profondamente radicata, allorché quest’alterità – «tanto meno rischiosa, tanto più insopportabile» (p. 136) – esibisce la propria presenza «invadente» (p. 121) nel modo di una «prossimità» (pp. 131 e ss.) che è vissuta dal soggetto (a torto) come minacciosa, in quanto sembra costringerlo all’«esposizione» della propria «intimità», fino a fargli provare addirittura uno sconcertante senso di «nudità» (p. 135). Perciò, secondo Tedeschini, il disgusto ingenera scontri di cui «il conflitto di opinioni e il conflitto tra gli esseri è solo una conseguenza» (p. 136). Il contrasto originario in atto nel soggetto rispetto all’oggetto disgustoso è in effetti di carattere «conservativo» e reagisce al sentimento del «rischio di perversione» del proprio sé (p. 137) causato dal tentativo imputato all’oggetto di voler «abbattere ogni differenza» tra soggetto e oggetto (p. 120). Dunque lo scontro è tra “essere” e “non essere”, tra l’essere e il non essere del soggetto e non tra “essere” e “dover essere”: non si tratta di un conflitto morale – lo abbiamo detto – si tratta di un conflitto estetico e soggettivo che, motivato «né dalla natura né dal sapere, tocca le corde della più oscura intimità» (p. 131). Ora, che il sentimento del disgusto non si origini meramente nella natura e nel processo evolutivo non è cosa scontata; e questa posizione – assieme a quella di carattere “estetico” – costituisce un altro elemento caratterizzante la tesi di Tedeschini. Una larga parte del testo (il secondo capitolo, nello specifico) è in effetti impiegata dall’Autore per criticare le teorie che legano in maniera esclusiva il disgusto a meccanismi di difesa: secondo Tedeschini, la cornice evolutiva necessita di essere «integrata» (p. 89). Integrata e non sostituita o rinnegata, s’intende: per l’Autore infatti, il quadro evoluzionistico si rivela semplicemente insufficiente per spiegare il disgusto, giacché «non è facile risolvere il problema del disgusto nei termini della sua pericolosità per il soggetto» (p. 16). Allo stesso modo, anche l’aver estromesso in prima battuta la morale dalla ricerca sul significato del disgusto non significa che l’una non incroci l’altro e non sia mai in qualche modo connessa a esso; semplicemente, si sta dicendo che la repulsione del disgusto non è necessariamente causata da istanze morali né dev’essere legittimata a motivare sanzioni in questo campo. Ma se né l’istinto di sopravvivenza né la legge morale giustificano il disgusto, è lecito chiedersi – e Tedeschini lo fa – «se il disgusto non sia qualcosa di insensato» (p. 125). Come a chiedersi se ciò che il disgusto intende semplicemente non sia, ovvero sia un che senza ragion d’essere: l’«assurdo» (p. 117). Parimenti, l’insensatezza del disgusto potrebbe anche risiedere nella pretesa normativa esibita dal soggetto, poiché la norma ch’egli fissa allorché – per preservare se stesso – si dissocia dall’oggetto che lo ripugna non può essere universalizzata, ma riguarda solamente il singolo nella sua individualità. In altre parole, i limiti del disgusto variano, sono soggettivi e, dunque, potrebbero non essere indice di alcun senso “oggettivo”: così il disgusto, «più che essere il sentimento del caos o dell’assurdo, diverrebbe esso stesso assurdo e frutto di assurdità» (p. 124). A questa conclusione giunge Tedeschini allorché – sul finire del terzo capitolo – si dissocia della proposta teorica di Schmitz per il quale «disgustosi sono gli esseri deformi poiché rendono confusa la solida determinatezza […] delle categorie biologiche» (p. 123). A questo punto del lavoro, infatti, Tedeschini congeda ogni lettura del disgusto «che non sospenda il riferimento all’essere e/o alla conoscenza» (p. 123). Per Tedeschini «la deformità che disgusta non ha a che vedere con l’oggettività della biologia e delle sue categorie» (p. 125). Citando Montaigne – via de Saint-Hilaire – Tedeschini dichiara che «ciò che chiamiamo “mostri non lo sono per Dio”» (p. 124) e non lo sono nemmeno per la biologia – che è «oggettiva, razionale», «di Dio» (p. 125) – il che costringe a svincolare l’indagine sul disgusto dalla scienza e dalla conoscenza. Del tutto non banale e di assoluta attualità – stante che le interrogazioni sulle variazioni possibili rispetto a una pretesa “norma” riguardante l’umano sono all’ordine del giorno – la questione ricorda a chi scrive lo scrutatore calviniano il quale, interrogandosi sulla soglia di ciò che possa dirsi “umano”, giunge alla conclusione che «l’umano arriva dove arriva l’amore; non ha confini se non quelli che gli diamo», apportando apparentemente più domande che risposte, o forse semplicemente esaltando i limiti del teoreticismo. Allo stesso modo, il libro di Tedeschini si configura come l’apertura di un problema ampio e complesso, più che come la risoluzione dello stesso in una semplice presa di posizione. Pur esponendo la sua linea teorica, infatti, l’Autore stesso dichiara che il suo testo spiana la strada a «un programma di lavoro ancora da sviluppare» (p. 9), purtuttavia non presentandosi né come «mutilo» né come «mancante» (p. 15). Un lavoro, dunque, che può essere di grande interesse per coloro i quali si interrogano su questa conflittualità propria dell’animo umano e intendono portare avanti – come Tedeschini – la riflessione su questa intrigante e complessa questione, la cui portata filosofica è non solo attuale, ma anche urgente.
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