L’avvento del lavoro schiavistico e paraschiavistico nelle società contemporanee è una delle trasformazioni più significative che siano avvenute nel corso degli ultimi anni. E si tratta anche di una trasformazione sorprendente se si pensa che tutta la cultura dell’Ottocento e del Novecento è stata incentrata sugli sforzi di normazione, sempre più esplicita ed articolata, del rapporto di lavoro allo scopo di consentire ai lavoratori di accedere ad un sistema delle garanzie finalizzato nei loro confronti. La limitazione oraria della giornata lavorativa, la definizione di un periodo di ferie pagate, la generalizzazione della previdenza e dell’assistenza, la creazione di apparati pubblici di collocamento in regime di monopolio e così via. In questo quadro si è sviluppa una grande battaglia per cercare di fare emergere le sacche di lavoro irregolare e sommerso, rendendo il più possibile trasparenti le relazioni lavorative. Non sempre si è avuta una sufficiente determinazione, talora vi è stato un certo affievolirsi della volontà politica, ma ovunque in Europa il passaggio dal lavoro sommerso e irregolare al lavoro regolare, garantito contrattualmente, ha rappresentato una conquista di base dello stato di diritto. E’ per questa ragione che intere generazioni di lavoratori, per quasi due secoli sono cresciute nella totale convinzione che il lavoro schiavistico e paraschiavistico non potesse che rappresentare un triste ricordo di un mondo ormai relegato nel dimenticatoio della storia. Hanno un bel dire i nostri colleghi antropologi e storici che vi sono società in cui lo schiavismo non è mai andato in crisi e non ha mai smesso di essere il modo tradizionale di organizzare le attività produttive, anche in quelle più collegate ai mercati industriali moderni. Per un secolo e mezzo sicuramente, ma forse anche per un periodo storico un poco più lungo, in tutti i paesi industriali moderni lo schiavismo è stato archiviato come una forma di produzione caratteristica del passato pre-industriale. Non è un caso che nella letteratura specialistica vi sia una vera e propria lacuna, colmata solo da qualche pubblicazione di taglio storico, che analizza lo schiavismo dal XVI al XVIII secolo . L’intento di questo nostro lavoro è quello di analizzare come sia stato possibile che il lavoro schiavistico e paraschavistco sia diventato una componente strutturale del mercato del lavoro italiano, con un grado di accettazione sociale sorprendentemente abbastanza elevato, e va comunque ben al di là di quanto non sia possibile riconoscere esplicitamente. Siccome si tratta di una questione politicamente molto delicata dobbiamo partire da molto lontano, da questioni che non hanno a che fare in prima battuta con il mercato del lavoro, quanto piuttosto con la politica migratoria del nostro paese.

L'avvento del lavoro paraschiavistico e le trasformazioni del mercato del lavoro in Italia

NOCIFORA, Vincenzo Francesco
2014

Abstract

L’avvento del lavoro schiavistico e paraschiavistico nelle società contemporanee è una delle trasformazioni più significative che siano avvenute nel corso degli ultimi anni. E si tratta anche di una trasformazione sorprendente se si pensa che tutta la cultura dell’Ottocento e del Novecento è stata incentrata sugli sforzi di normazione, sempre più esplicita ed articolata, del rapporto di lavoro allo scopo di consentire ai lavoratori di accedere ad un sistema delle garanzie finalizzato nei loro confronti. La limitazione oraria della giornata lavorativa, la definizione di un periodo di ferie pagate, la generalizzazione della previdenza e dell’assistenza, la creazione di apparati pubblici di collocamento in regime di monopolio e così via. In questo quadro si è sviluppa una grande battaglia per cercare di fare emergere le sacche di lavoro irregolare e sommerso, rendendo il più possibile trasparenti le relazioni lavorative. Non sempre si è avuta una sufficiente determinazione, talora vi è stato un certo affievolirsi della volontà politica, ma ovunque in Europa il passaggio dal lavoro sommerso e irregolare al lavoro regolare, garantito contrattualmente, ha rappresentato una conquista di base dello stato di diritto. E’ per questa ragione che intere generazioni di lavoratori, per quasi due secoli sono cresciute nella totale convinzione che il lavoro schiavistico e paraschiavistico non potesse che rappresentare un triste ricordo di un mondo ormai relegato nel dimenticatoio della storia. Hanno un bel dire i nostri colleghi antropologi e storici che vi sono società in cui lo schiavismo non è mai andato in crisi e non ha mai smesso di essere il modo tradizionale di organizzare le attività produttive, anche in quelle più collegate ai mercati industriali moderni. Per un secolo e mezzo sicuramente, ma forse anche per un periodo storico un poco più lungo, in tutti i paesi industriali moderni lo schiavismo è stato archiviato come una forma di produzione caratteristica del passato pre-industriale. Non è un caso che nella letteratura specialistica vi sia una vera e propria lacuna, colmata solo da qualche pubblicazione di taglio storico, che analizza lo schiavismo dal XVI al XVIII secolo . L’intento di questo nostro lavoro è quello di analizzare come sia stato possibile che il lavoro schiavistico e paraschavistco sia diventato una componente strutturale del mercato del lavoro italiano, con un grado di accettazione sociale sorprendentemente abbastanza elevato, e va comunque ben al di là di quanto non sia possibile riconoscere esplicitamente. Siccome si tratta di una questione politicamente molto delicata dobbiamo partire da molto lontano, da questioni che non hanno a che fare in prima battuta con il mercato del lavoro, quanto piuttosto con la politica migratoria del nostro paese.
978-88-916-0527-6
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