Perspective as symbolic form, Erwin Panofsky, is a wise man who has had great importance in the history and art criticism as in scientific historiography. As is well known, the central theme of this essay is the perspective and, in particular, its relationship with art. It must, therefore, be considered the prospect, in the context of art as a system of rules exactly, since the geometry that provides the theoretical framework, or rather as a style element, and therefore subject to free interpretation and constant reinvention? The application, which implicitly is given to the player, it is not trivial, because if you were to accept the first definition, correct geometric perspective may come as a criterion to measure the quality of the artwork. And 'this, in essence, the principle that disputes Panofsky, replacing it with a breath of something else: the prospect is an element of style, every time and every artist interprets and elaborates in his way. We can not share this thought and we must also recognize how much it has permeated our understanding of artistic expression and its libertà.C 'is, however, in the essay of Panofsky, even a less edifying, and is the ch 'he follows to reach the conclusion that we remembered. This way is to demolish the ability of legitimate prospect to reproduce human perception of space, to demonstrate, then, that other perspectives, based on different assumptions, can far better make the space visually. But, as the legitimate perspective is supported by a substantial scientific apparatus, if you want to criticize his credibility, it must do so with scientific arguments, and it is here that the author, in my opinion, blatantly wrong. He is wrong in the first place, method and logic, but also wrong because it relies on the essay task entirely improper: to undermine the concepts that no longer belong to art, but to science and its history.

La prospettiva come forma simbolica, di Erwin Panofsky, è un saggio che ha avuto grande importanza nella storiografia e nella critica artistica come nella storiografia scientifica. Com’è noto, il tema centrale di questo saggio è la prospettiva e, in particolare, il suo rapporto con l’arte. Deve, dunque, la prospettiva essere considerata, nel contesto artistico, come un sistema di regole esatto, quanto la geometria che le fornisce l’impalcatura teorica, o piuttosto come un elemento di stile, e perciò soggetta ad una libera interpretazione e ad una continua reinvenzione? La domanda, che implicitamente viene posta al lettore, non è di poco conto, perché, se si dovesse accettare la prima definizione, la correttezza geometrica della prospettiva potrebbe entrare tra i criteri di misura della qualità dell’opera d’arte. E’ questo, in sostanza, il principio che Panofsky contesta, sostituendolo con uno di ben altro respiro: la prospettiva è un elemento di stile, che ogni tempo e ogni artista interpreta e rielabora a suo modo. Non possiamo non condividere questo pensiero e dobbiamo altresì riconoscere quanto esso abbia permeato il nostro modo d’intendere l’espressione artistica e la sua libertà. C’è tuttavia, nel saggio di Panofsky, anche un aspetto meno edificante, ed è il modo ch’egli segue per arrivare alla conclusione che abbiamo ricordato. Questo modo consiste nel demolire la capacità della prospettiva legittima di riprodurre la percezione umana dello spazio, per dimostrare, poi, che altre prospettive, fondate su diverse premesse, possono assai meglio rendere lo spazio visivo. Ma, poiché la prospettiva legittima è supportata da un notevole apparato scientifico, se si vuole criticare la sua credibilità, si deve farlo con argomenti scientifici, ed è qui che l’Autore, a mio avviso, clamorosamente sbaglia. Sbaglia, in primo luogo, nel metodo e nella logica, ma sbaglia anche perché affida al suo saggio un compito del tutto improprio: quello di scardinare concetti che appartengono non più all’arte, ma alla scienza e alla sua storia.

La digradazione delle grandezze apparenti nella prospettiva degli antichi

MIGLIARI, Riccardo
2006

Abstract

La prospettiva come forma simbolica, di Erwin Panofsky, è un saggio che ha avuto grande importanza nella storiografia e nella critica artistica come nella storiografia scientifica. Com’è noto, il tema centrale di questo saggio è la prospettiva e, in particolare, il suo rapporto con l’arte. Deve, dunque, la prospettiva essere considerata, nel contesto artistico, come un sistema di regole esatto, quanto la geometria che le fornisce l’impalcatura teorica, o piuttosto come un elemento di stile, e perciò soggetta ad una libera interpretazione e ad una continua reinvenzione? La domanda, che implicitamente viene posta al lettore, non è di poco conto, perché, se si dovesse accettare la prima definizione, la correttezza geometrica della prospettiva potrebbe entrare tra i criteri di misura della qualità dell’opera d’arte. E’ questo, in sostanza, il principio che Panofsky contesta, sostituendolo con uno di ben altro respiro: la prospettiva è un elemento di stile, che ogni tempo e ogni artista interpreta e rielabora a suo modo. Non possiamo non condividere questo pensiero e dobbiamo altresì riconoscere quanto esso abbia permeato il nostro modo d’intendere l’espressione artistica e la sua libertà. C’è tuttavia, nel saggio di Panofsky, anche un aspetto meno edificante, ed è il modo ch’egli segue per arrivare alla conclusione che abbiamo ricordato. Questo modo consiste nel demolire la capacità della prospettiva legittima di riprodurre la percezione umana dello spazio, per dimostrare, poi, che altre prospettive, fondate su diverse premesse, possono assai meglio rendere lo spazio visivo. Ma, poiché la prospettiva legittima è supportata da un notevole apparato scientifico, se si vuole criticare la sua credibilità, si deve farlo con argomenti scientifici, ed è qui che l’Autore, a mio avviso, clamorosamente sbaglia. Sbaglia, in primo luogo, nel metodo e nella logica, ma sbaglia anche perché affida al suo saggio un compito del tutto improprio: quello di scardinare concetti che appartengono non più all’arte, ma alla scienza e alla sua storia.
9788860550545
Perspective as symbolic form, Erwin Panofsky, is a wise man who has had great importance in the history and art criticism as in scientific historiography. As is well known, the central theme of this essay is the perspective and, in particular, its relationship with art. It must, therefore, be considered the prospect, in the context of art as a system of rules exactly, since the geometry that provides the theoretical framework, or rather as a style element, and therefore subject to free interpretation and constant reinvention? The application, which implicitly is given to the player, it is not trivial, because if you were to accept the first definition, correct geometric perspective may come as a criterion to measure the quality of the artwork. And 'this, in essence, the principle that disputes Panofsky, replacing it with a breath of something else: the prospect is an element of style, every time and every artist interprets and elaborates in his way. We can not share this thought and we must also recognize how much it has permeated our understanding of artistic expression and its libertà.C 'is, however, in the essay of Panofsky, even a less edifying, and is the ch 'he follows to reach the conclusion that we remembered. This way is to demolish the ability of legitimate prospect to reproduce human perception of space, to demonstrate, then, that other perspectives, based on different assumptions, can far better make the space visually. But, as the legitimate perspective is supported by a substantial scientific apparatus, if you want to criticize his credibility, it must do so with scientific arguments, and it is here that the author, in my opinion, blatantly wrong. He is wrong in the first place, method and logic, but also wrong because it relies on the essay task entirely improper: to undermine the concepts that no longer belong to art, but to science and its history.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: http://hdl.handle.net/11573/186980
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