Il saggio prende le mosse da una ricerca etnografica condotta a Seveso e nei comuni limitrofi tra luglio 2023 e gennaio 2024, basata su interviste orali e consultazione di archivi locali, per interrogare ciò che oggi permane delle memorie della fuoriuscita di TCDD dallo stabilimento Icmesa. La vicenda viene interpretata attraverso due temporalità intrecciate: da un lato l'evento catastrofico del 10 luglio 1976, dall'altro la violenza lenta dell'inquinamento cronico, che precede l'incidente, affondando le proprie radici nel 1947, e continua a dispiegare i propri effetti ben oltre di esso. Alla controversia tra memoria e rimozione si affianca una controversia epistemica. Non si tratta soltanto di un conflitto sull'interpretazione dei dati relativi alla contaminazione, ma di una disputa riguardante la legittimità stessa della loro produzione: chi è autorizzato a definire l'inquinamento, attraverso quali strumenti conoscitivi e secondo quali criteri di validazione. Alla mappatura istituzionale del territorio, articolata nelle zone A, B e di Rispetto sulla base delle concentrazioni soglia di diossina nel suolo, si contrappone la contro-expertise elaborata dal Comitato tecnico-scientifico popolare. Quest'ultima ricostruisce dal basso il ciclo produttivo del triclorofenolo, promuove inchieste sanitarie per gruppi omogenei, valorizza l'analisi dello spettro porfirinico come indicatore biologico dell'esposizione e rifiuta qualsiasi soglia di contaminazione diversa dal principio del «MAC zero». Si configura così una forma di epidemiologia popolare, che mette in discussione la presunta neutralità della produzione scientifica e rivendica la natura inevitabilmente politica dei processi di costruzione della prova. Questa frattura si riflette anche sul terreno della memoria. Fin dall'immediato post-disastro, infatti, le memorie dell'Icmesa si presentano come frammentate e prevalentemente privatizzate, affidate ai racconti familiari, alle esperienze individuali e a circuiti locali di trasmissione, senza consolidarsi in una memoria pubblica condivisa. A partire dagli anni Duemila, tuttavia, emergono due distinti percorsi di riscoperta e riattivazione di queste memorie sociali, che cercano di sottrarle alla dimensione esclusivamente privata e di restituire loro una rilevanza collettiva. Tale processo trova una nuova espressione nelle mobilitazioni critiche verso la realizzazione di nuove infrastrutture nel territorio interessato dal disastro, nelle quali il passato dell'Icmesa viene riattualizzato come chiave interpretativa delle trasformazioni del territorio.
Note sul “disastro” dell’Icmesa di Meda-Seveso del 1976: memoria, oblio e conflitto epistemico / Morfino, V; Pozzoni, G; Giorgi, C; Fidelibus, F; Gristina, S; De Toni, S. - (2026), pp. 115-147. [10.7413/1234-1234098].
Note sul “disastro” dell’Icmesa di Meda-Seveso del 1976: memoria, oblio e conflitto epistemico
Morfino, V
;De Toni, S
2026
Abstract
Il saggio prende le mosse da una ricerca etnografica condotta a Seveso e nei comuni limitrofi tra luglio 2023 e gennaio 2024, basata su interviste orali e consultazione di archivi locali, per interrogare ciò che oggi permane delle memorie della fuoriuscita di TCDD dallo stabilimento Icmesa. La vicenda viene interpretata attraverso due temporalità intrecciate: da un lato l'evento catastrofico del 10 luglio 1976, dall'altro la violenza lenta dell'inquinamento cronico, che precede l'incidente, affondando le proprie radici nel 1947, e continua a dispiegare i propri effetti ben oltre di esso. Alla controversia tra memoria e rimozione si affianca una controversia epistemica. Non si tratta soltanto di un conflitto sull'interpretazione dei dati relativi alla contaminazione, ma di una disputa riguardante la legittimità stessa della loro produzione: chi è autorizzato a definire l'inquinamento, attraverso quali strumenti conoscitivi e secondo quali criteri di validazione. Alla mappatura istituzionale del territorio, articolata nelle zone A, B e di Rispetto sulla base delle concentrazioni soglia di diossina nel suolo, si contrappone la contro-expertise elaborata dal Comitato tecnico-scientifico popolare. Quest'ultima ricostruisce dal basso il ciclo produttivo del triclorofenolo, promuove inchieste sanitarie per gruppi omogenei, valorizza l'analisi dello spettro porfirinico come indicatore biologico dell'esposizione e rifiuta qualsiasi soglia di contaminazione diversa dal principio del «MAC zero». Si configura così una forma di epidemiologia popolare, che mette in discussione la presunta neutralità della produzione scientifica e rivendica la natura inevitabilmente politica dei processi di costruzione della prova. Questa frattura si riflette anche sul terreno della memoria. Fin dall'immediato post-disastro, infatti, le memorie dell'Icmesa si presentano come frammentate e prevalentemente privatizzate, affidate ai racconti familiari, alle esperienze individuali e a circuiti locali di trasmissione, senza consolidarsi in una memoria pubblica condivisa. A partire dagli anni Duemila, tuttavia, emergono due distinti percorsi di riscoperta e riattivazione di queste memorie sociali, che cercano di sottrarle alla dimensione esclusivamente privata e di restituire loro una rilevanza collettiva. Tale processo trova una nuova espressione nelle mobilitazioni critiche verso la realizzazione di nuove infrastrutture nel territorio interessato dal disastro, nelle quali il passato dell'Icmesa viene riattualizzato come chiave interpretativa delle trasformazioni del territorio.I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.


