Gli algoritmi proprietari dei software commerciali operano come forza terraformante che stratifica nei designer una condizione di dipendenza ed alienazione strumentale, costringendo la pratica progettuale in esecuzione di workflow predeterminati dove ogni gesto creativo transita attraverso architetture decisionali predeterminate ma opache (Zhao et al., 2023), generando un'illusoria condizione di controllo del processo creativo. Processing, p5.js, Hydra, OpenFrameworks si configurano come protesi – tecniche ma anche cognitive – alternative in grado di riportare il progettista al centro del progetto, evidenziando l'anatomia nascosta del software: dal codice sorgente accessibile ai parametri modificabili, dalla logica algoritmica trasparente ai processi computazionali tracciabili. Essi operano come infrastrutture di resistenza riattivando la dimensione materiale del codice attraverso pratiche di commons-based peer production, dissolvendo la separazione tra tool users e tool creators (Noel et al., 2021). Il piano di incidenza è duplice. In primo luogo cognitivo, in quanto il designer-coder emerge come figura ibrida capace di tradurre concetti non-materiali della programmazione in pratica creativa materiale, trasformando – parafrasando Sennett (2009) – il codice da dispositivo estraneo a medium espressivo. Il digital sketching e il live coding rilevano dimensioni estetiche e potenzialità progettuali inaccessibili alle applicazioni commerciali, configurando il coding come pratica piuttosto che strumento. In secondo luogo infrastrutturale, poiché le piattaforme open-source sottraggono risorse computazionali al regime di concentrazione proprietaria, redistribuendo capacità elaborativa, dimostrando come la programmazione individuale possa tradursi in produzione collettiva di conoscenza, la filosofia dell'artigianato in materialità digitale praticabile, la dipendenza commerciale in modelli di innovazione community-driven (Repenning et al., 2011). L'analisi di figure come Casey Reas, Lauren McCarthy, Olivia Jack evidenzia come questi designer-programmers fungano da mediatori tra sapere artigianale tradizionale e competenza digitale contemporanea, costruendo modelli di responsabilità collettiva che riconciliano espressione artistica individuale e progresso tecnologico sociale. Questa transizione non rappresenta l'acquisizione di una competenza tecnica ma una rifondazione epistemologica del design: dal tool mastery al tool making, da strumenti – precondizionati da altri – per designer a strumenti – open di designer – per designer (Aitamurto et al., 2015).

Dal tool mastery al tool making: Creative coding e design computazionale / Caccamo, Alessio; Bonfiglio, Mirko; Vettraino, Caterina. - (2026).

Dal tool mastery al tool making: Creative coding e design computazionale

Alessio Caccamo
;
Mirko Bonfiglio
;
Caterina Vettraino
2026

Abstract

Gli algoritmi proprietari dei software commerciali operano come forza terraformante che stratifica nei designer una condizione di dipendenza ed alienazione strumentale, costringendo la pratica progettuale in esecuzione di workflow predeterminati dove ogni gesto creativo transita attraverso architetture decisionali predeterminate ma opache (Zhao et al., 2023), generando un'illusoria condizione di controllo del processo creativo. Processing, p5.js, Hydra, OpenFrameworks si configurano come protesi – tecniche ma anche cognitive – alternative in grado di riportare il progettista al centro del progetto, evidenziando l'anatomia nascosta del software: dal codice sorgente accessibile ai parametri modificabili, dalla logica algoritmica trasparente ai processi computazionali tracciabili. Essi operano come infrastrutture di resistenza riattivando la dimensione materiale del codice attraverso pratiche di commons-based peer production, dissolvendo la separazione tra tool users e tool creators (Noel et al., 2021). Il piano di incidenza è duplice. In primo luogo cognitivo, in quanto il designer-coder emerge come figura ibrida capace di tradurre concetti non-materiali della programmazione in pratica creativa materiale, trasformando – parafrasando Sennett (2009) – il codice da dispositivo estraneo a medium espressivo. Il digital sketching e il live coding rilevano dimensioni estetiche e potenzialità progettuali inaccessibili alle applicazioni commerciali, configurando il coding come pratica piuttosto che strumento. In secondo luogo infrastrutturale, poiché le piattaforme open-source sottraggono risorse computazionali al regime di concentrazione proprietaria, redistribuendo capacità elaborativa, dimostrando come la programmazione individuale possa tradursi in produzione collettiva di conoscenza, la filosofia dell'artigianato in materialità digitale praticabile, la dipendenza commerciale in modelli di innovazione community-driven (Repenning et al., 2011). L'analisi di figure come Casey Reas, Lauren McCarthy, Olivia Jack evidenzia come questi designer-programmers fungano da mediatori tra sapere artigianale tradizionale e competenza digitale contemporanea, costruendo modelli di responsabilità collettiva che riconciliano espressione artistica individuale e progresso tecnologico sociale. Questa transizione non rappresenta l'acquisizione di una competenza tecnica ma una rifondazione epistemologica del design: dal tool mastery al tool making, da strumenti – precondizionati da altri – per designer a strumenti – open di designer – per designer (Aitamurto et al., 2015).
2026
BLOB #1
979-12-80884-70-1
Creative Coding, Commons-Based Production, Computational Materiality
02 Pubblicazione su volume::02a Capitolo o Articolo
Dal tool mastery al tool making: Creative coding e design computazionale / Caccamo, Alessio; Bonfiglio, Mirko; Vettraino, Caterina. - (2026).
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11573/1776920
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