Abitare la lentezza per produrre rapidità: questo è ciò che suggerisce la locuzione latina Festina Lente. Tale espressione, trasposta all’ambito dell’architettura, descrive qualcosa di più profondo di un paradosso temporale; è, in effetti, la condizione essenziale affinché questa possa liberarsi da ogni elemento superfluo per raggiungere quella “economia espressiva” che Italo Calvino chiama Rapidità. Nelle sue Lezioni Americane, Calvino descrive questa virtù attraverso la storia di Chuang-Tzu, che impiegò dieci anni di meditazione per tracciare il profilo di un granchio in un unico, istantaneo gesto del pennello. Nel lavoro di Livio Vacchini accade qualcosa di simile. Questo lungo periodo di preparazione si traduce in una discesa nel regno di Vulcano, caratterizzato dalla fatica ctonia del progetto, da un’ossessione quasi artigianale per la verità della materia, dalla stratificazione degli archetipi e dalla precisione del calcolo. Solo attraverso questa lentezza analitica l’opera può finalmente allontanarsi dalla contingenza e apparire con la rapidità di Mercurio. La Palestra di Losone ne è una prova concreta. Osservando l’opera finita, lo sforzo della concezione sembra svanito. Resta un’immagine laconica che si manifesta con la certezza di ciò che non potrebbe essere altrimenti. Questa economia del segno è frutto di un processo di distillazione di forme arcaiche, trasfigurate e riportate alla loro essenza logica e costruttiva. Il punto di partenza è il dolmen, prima costruzione monumentale basata sull’equilibrio elementare di elementi sovrapposti: “una pietra che porta una pietra”. È qui che gli archetipi del recinto e del riparo trovano compimento nel tipo ad Aula. Il richiamo al tempio periptero si manifesta poi in un edificio non orientato, concepito come uno spazio unitario e astratto, introdotto da un dromos, un percorso scavato che ne anticipa e amplifica la dimensione solenne. Il risultato è un’opera di estrema densità logica, dove la materia, la luce e lo spazio collassano in un unico organismo necessario. Ciascun elemento è ponderato con l’urgenza che Jorge Luis Borges riservava a ogni singola parola della sua prosa; una scrittura spaziale serrata, in cui l’omissione di un solo termine comprometterebbe l’intero sistema di significati. È in questa coincidenza perfetta tra l'intuizione dell'idea e l'immediatezza della materia che la Rapidità calviniana trova il suo compimento architettonico, offrendo una risposta al disordine del mondo attraverso la precisione di una costruzione che appare causa sui, la cui ragione d’essere è interamente custodita nel rigore della sua stessa forma.

L’architettura del Festina Lente. La lenta costruzione della Rapidità / Pollicina, Alice. - (2026), pp. 58-59.

L’architettura del Festina Lente. La lenta costruzione della Rapidità

Alice Pollicina
Primo
2026

Abstract

Abitare la lentezza per produrre rapidità: questo è ciò che suggerisce la locuzione latina Festina Lente. Tale espressione, trasposta all’ambito dell’architettura, descrive qualcosa di più profondo di un paradosso temporale; è, in effetti, la condizione essenziale affinché questa possa liberarsi da ogni elemento superfluo per raggiungere quella “economia espressiva” che Italo Calvino chiama Rapidità. Nelle sue Lezioni Americane, Calvino descrive questa virtù attraverso la storia di Chuang-Tzu, che impiegò dieci anni di meditazione per tracciare il profilo di un granchio in un unico, istantaneo gesto del pennello. Nel lavoro di Livio Vacchini accade qualcosa di simile. Questo lungo periodo di preparazione si traduce in una discesa nel regno di Vulcano, caratterizzato dalla fatica ctonia del progetto, da un’ossessione quasi artigianale per la verità della materia, dalla stratificazione degli archetipi e dalla precisione del calcolo. Solo attraverso questa lentezza analitica l’opera può finalmente allontanarsi dalla contingenza e apparire con la rapidità di Mercurio. La Palestra di Losone ne è una prova concreta. Osservando l’opera finita, lo sforzo della concezione sembra svanito. Resta un’immagine laconica che si manifesta con la certezza di ciò che non potrebbe essere altrimenti. Questa economia del segno è frutto di un processo di distillazione di forme arcaiche, trasfigurate e riportate alla loro essenza logica e costruttiva. Il punto di partenza è il dolmen, prima costruzione monumentale basata sull’equilibrio elementare di elementi sovrapposti: “una pietra che porta una pietra”. È qui che gli archetipi del recinto e del riparo trovano compimento nel tipo ad Aula. Il richiamo al tempio periptero si manifesta poi in un edificio non orientato, concepito come uno spazio unitario e astratto, introdotto da un dromos, un percorso scavato che ne anticipa e amplifica la dimensione solenne. Il risultato è un’opera di estrema densità logica, dove la materia, la luce e lo spazio collassano in un unico organismo necessario. Ciascun elemento è ponderato con l’urgenza che Jorge Luis Borges riservava a ogni singola parola della sua prosa; una scrittura spaziale serrata, in cui l’omissione di un solo termine comprometterebbe l’intero sistema di significati. È in questa coincidenza perfetta tra l'intuizione dell'idea e l'immediatezza della materia che la Rapidità calviniana trova il suo compimento architettonico, offrendo una risposta al disordine del mondo attraverso la precisione di una costruzione che appare causa sui, la cui ragione d’essere è interamente custodita nel rigore della sua stessa forma.
2026
Figure per il nostro millennio. SIX MEMOS di Calvino per l'Architettura
9791256870196
rapidità, lentezza, Calvino, Vacchini
02 Pubblicazione su volume::02a Capitolo o Articolo
L’architettura del Festina Lente. La lenta costruzione della Rapidità / Pollicina, Alice. - (2026), pp. 58-59.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11573/1775851
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