Il capitolo indaga la relazione contraddittoria tra carcere e città, mostrando come architettura e urbanistica abbiano storicamente trascurato lo spazio detentivo, salvo rare eccezioni (come il Giardino degli Incontri di Michelucci a Sollicciano). Richiamando i paradigmi foucaultiani della lebbra e della peste e appoggiandosi a un questionario diffuso tra realtà associative legate ai penitenziari italiani, il testo evidenzia come il dibattito tra carcere dentro o fuori la città non ammetta soluzioni univoche: le strutture urbane, pur soffrendo di ristrettezza spaziale, favoriscono il contatto con l'esterno e l'accesso dei familiari, mentre quelle decentrate, spesso isolate in aree rurali o insulari, aggravano l'isolamento nonostante la retorica del reinserimento. Il carcere viene così definito come dispositivo strutturalmente liminale, capace di generare esclusione anche quando animato da intenti inclusivi. Attraverso un metodo progettuale sperimentale basato sulla produzione di trentasei ipotesi "aporetiche", il testo confuta la possibilità di risposte pianificatorie definitive, proponendo invece di abitare criticamente la contraddizione stessa come forma di conoscenza e come contributo alla ricerca collettiva di un superamento del paradigma carcerario.
Carcere e città, una relazione aporetica / Agati, Natalia; Olcuire, Serena. - (2026), pp. 19-42.
Carcere e città, una relazione aporetica
Natalia Agati;Serena Olcuire.
2026
Abstract
Il capitolo indaga la relazione contraddittoria tra carcere e città, mostrando come architettura e urbanistica abbiano storicamente trascurato lo spazio detentivo, salvo rare eccezioni (come il Giardino degli Incontri di Michelucci a Sollicciano). Richiamando i paradigmi foucaultiani della lebbra e della peste e appoggiandosi a un questionario diffuso tra realtà associative legate ai penitenziari italiani, il testo evidenzia come il dibattito tra carcere dentro o fuori la città non ammetta soluzioni univoche: le strutture urbane, pur soffrendo di ristrettezza spaziale, favoriscono il contatto con l'esterno e l'accesso dei familiari, mentre quelle decentrate, spesso isolate in aree rurali o insulari, aggravano l'isolamento nonostante la retorica del reinserimento. Il carcere viene così definito come dispositivo strutturalmente liminale, capace di generare esclusione anche quando animato da intenti inclusivi. Attraverso un metodo progettuale sperimentale basato sulla produzione di trentasei ipotesi "aporetiche", il testo confuta la possibilità di risposte pianificatorie definitive, proponendo invece di abitare criticamente la contraddizione stessa come forma di conoscenza e come contributo alla ricerca collettiva di un superamento del paradigma carcerario.I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.


