Abstract (English version) Fabrizia Giuliani's essay situates itself at the intersection of philosophy of language and feminist theory, proposing an interpretive framework for the relationship between "woke culture" and feminist thought through the category of language. The author begins from a methodological premise: the notion of "woke" constitutes a semantically unstable "umbrella" signifier, whose indeterminacy should be explicitly taken up as a critical premise rather than elided in favor of functional definitions serving public debate. The essay's central thesis is that understanding the relationship between woke culture and feminism(s) requires tracing a genealogy of the political centrality of the linguistic-symbolic dimension, a theoretical acquisition proper to the so-called "second wave" of the women's movement. Retracing a theoretical lineage that includes Cavarero, Irigaray, Muraro, and Sabatini's Recommendations for Non-Sexist Language Use (1986), the author shows how this reflection overcame the classical opposition between logos and bios, challenging a philosophical subject presumed neutral and universal that in fact conceals a specifically masculine configuration. The essay critically examines two paradigms it deems equally inadequate: "referentialism," which presupposes a transparent, direct relationship between linguistic sign and reality, and the Foucauldian-Butlerian "discursivist dogma," according to which reality would be entirely constituted by discursive practices. Drawing on Wittgenstein, Austin, and De Mauro's notion of language's "thing-like weight" (peso cosale), the author defends a middle position: language produces real effects (illocutionary and perlocutionary) without, however, fully absorbing or replacing the experience it seeks to express. The paradigmatic case discussed is the Italian term femminicidio ("femicide"), whose trajectory — from resistance by intellectual elites to its recognition as Treccani's word of the year in 2023 — is offered as evidence for the thesis that the absence of a dedicated linguistic form keeps a shared area of experience undifferentiated, barring its full access to social and legal meaning. The essay closes by linking this dynamic to the historical entry of women into the public sphere, presented not as a merely nominal claim but as an ongoing process of gaining access to meaning for experiences historically removed from dominant discourse.

Il saggio si colloca all'incrocio tra filosofia del linguaggio e teoria femminista, proponendo una cornice interpretativa per il rapporto tra woke culture e pensiero femminista attraverso la categoria del linguaggio. L'autrice muove da una premessa metodologica: la nozione di woke costituisce un significante "ombrello" semanticamente instabile, la cui problematicità va assunta esplicitamente come premessa critica, anziché rimossa a favore di definizioni funzionali al dibattito pubblico. Tesi centrale del contributo è che la comprensione del rapporto tra cultura woke e femminismi richieda il passaggio attraverso una ricostruzione genealogica della centralità politica del piano linguistico-simbolico, quale acquisizione teorica propria della cosiddetta "seconda ondata" del movimento delle donne. Ripercorrendo un asse teorico che include Cavarero, Irigaray, Muraro e le Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua di Sabatini (1986), l'autrice mostra come tale riflessione abbia operato un superamento dell'opposizione classica tra logos e bios, mettendo in discussione un soggetto filosofico presunto neutro e universale che, in realtà, occulta una specifica declinazione maschile. Il saggio si sofferma criticamente su due paradigmi ritenuti egualmente inadeguati: il "referenzialismo", che presuppone un rapporto trasparente e diretto tra segno linguistico e realtà, e il "dogma discorsivistico" di matrice foucaultiano-butleriana, secondo cui la realtà sarebbe interamente costituita dalle pratiche discorsive. Facendo leva su Wittgenstein, Austin e sulla nozione demauriana di "peso cosale" del linguaggio, l'autrice sostiene una posizione intermedia, per cui il linguaggio produce effetti reali (illocutori e perlocutori) senza tuttavia risolvere in sé l'esperienza che intende esprimere. Il caso paradigmatico discusso è quello del lessema "femminicidio", la cui storia — dalla resistenza delle élite intellettuali alla sua consacrazione come parola dell'anno 2023 (Treccani) — viene assunta a riprova della tesi secondo cui l'assenza di una forma linguistica dedicata mantiene un'area di esperienza collettiva nell'indistinto, precludendone il pieno accesso al piano del significato sociale e giuridico. Il saggio si chiude ricollegando tale dinamica all'ingresso storico delle donne nella sfera pubblica, presentato non come mera rivendicazione nominalistica, ma come processo, tuttora aperto, di accesso al senso per esperienze storicamente rimosse dal discorso dominante.

I femminismi di fronte alla cultura woke / Giuliani, Fabrizia. - (2025), pp. 73-87.

I femminismi di fronte alla cultura woke

Fabrizia Giuliani
2025

Abstract

Abstract (English version) Fabrizia Giuliani's essay situates itself at the intersection of philosophy of language and feminist theory, proposing an interpretive framework for the relationship between "woke culture" and feminist thought through the category of language. The author begins from a methodological premise: the notion of "woke" constitutes a semantically unstable "umbrella" signifier, whose indeterminacy should be explicitly taken up as a critical premise rather than elided in favor of functional definitions serving public debate. The essay's central thesis is that understanding the relationship between woke culture and feminism(s) requires tracing a genealogy of the political centrality of the linguistic-symbolic dimension, a theoretical acquisition proper to the so-called "second wave" of the women's movement. Retracing a theoretical lineage that includes Cavarero, Irigaray, Muraro, and Sabatini's Recommendations for Non-Sexist Language Use (1986), the author shows how this reflection overcame the classical opposition between logos and bios, challenging a philosophical subject presumed neutral and universal that in fact conceals a specifically masculine configuration. The essay critically examines two paradigms it deems equally inadequate: "referentialism," which presupposes a transparent, direct relationship between linguistic sign and reality, and the Foucauldian-Butlerian "discursivist dogma," according to which reality would be entirely constituted by discursive practices. Drawing on Wittgenstein, Austin, and De Mauro's notion of language's "thing-like weight" (peso cosale), the author defends a middle position: language produces real effects (illocutionary and perlocutionary) without, however, fully absorbing or replacing the experience it seeks to express. The paradigmatic case discussed is the Italian term femminicidio ("femicide"), whose trajectory — from resistance by intellectual elites to its recognition as Treccani's word of the year in 2023 — is offered as evidence for the thesis that the absence of a dedicated linguistic form keeps a shared area of experience undifferentiated, barring its full access to social and legal meaning. The essay closes by linking this dynamic to the historical entry of women into the public sphere, presented not as a merely nominal claim but as an ongoing process of gaining access to meaning for experiences historically removed from dominant discourse.
2025
Quel che resta del femminismo
9791280447159
Il saggio si colloca all'incrocio tra filosofia del linguaggio e teoria femminista, proponendo una cornice interpretativa per il rapporto tra woke culture e pensiero femminista attraverso la categoria del linguaggio. L'autrice muove da una premessa metodologica: la nozione di woke costituisce un significante "ombrello" semanticamente instabile, la cui problematicità va assunta esplicitamente come premessa critica, anziché rimossa a favore di definizioni funzionali al dibattito pubblico. Tesi centrale del contributo è che la comprensione del rapporto tra cultura woke e femminismi richieda il passaggio attraverso una ricostruzione genealogica della centralità politica del piano linguistico-simbolico, quale acquisizione teorica propria della cosiddetta "seconda ondata" del movimento delle donne. Ripercorrendo un asse teorico che include Cavarero, Irigaray, Muraro e le Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua di Sabatini (1986), l'autrice mostra come tale riflessione abbia operato un superamento dell'opposizione classica tra logos e bios, mettendo in discussione un soggetto filosofico presunto neutro e universale che, in realtà, occulta una specifica declinazione maschile. Il saggio si sofferma criticamente su due paradigmi ritenuti egualmente inadeguati: il "referenzialismo", che presuppone un rapporto trasparente e diretto tra segno linguistico e realtà, e il "dogma discorsivistico" di matrice foucaultiano-butleriana, secondo cui la realtà sarebbe interamente costituita dalle pratiche discorsive. Facendo leva su Wittgenstein, Austin e sulla nozione demauriana di "peso cosale" del linguaggio, l'autrice sostiene una posizione intermedia, per cui il linguaggio produce effetti reali (illocutori e perlocutori) senza tuttavia risolvere in sé l'esperienza che intende esprimere. Il caso paradigmatico discusso è quello del lessema "femminicidio", la cui storia — dalla resistenza delle élite intellettuali alla sua consacrazione come parola dell'anno 2023 (Treccani) — viene assunta a riprova della tesi secondo cui l'assenza di una forma linguistica dedicata mantiene un'area di esperienza collettiva nell'indistinto, precludendone il pieno accesso al piano del significato sociale e giuridico. Il saggio si chiude ricollegando tale dinamica all'ingresso storico delle donne nella sfera pubblica, presentato non come mera rivendicazione nominalistica, ma come processo, tuttora aperto, di accesso al senso per esperienze storicamente rimosse dal discorso dominante.
Femminismo, semantica, filosofia del linguaggio, gender based violence
02 Pubblicazione su volume::02a Capitolo o Articolo
I femminismi di fronte alla cultura woke / Giuliani, Fabrizia. - (2025), pp. 73-87.
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