Il contributo propone una rilettura del pensiero politico di Emmanuel Levinas alla luce del confronto con Jacques Derrida, sviluppando l'ipotesi di una necessaria «conversione» del politico a partire dal primato dell'etica. Muovendo dalla diagnosi levinasiana della «cattiva coscienza» dell'Europa e dalla crisi delle categorie politiche moderne, il saggio ricostruisce il percorso che conduce dalla critica dell'identità e della sovranità all'elaborazione di un paradigma politico fondato sulla responsabilità per l'altro, sulla giustizia e sulla pace. Particolare attenzione è dedicata alla nozione levinasiana di «difficile universalità», interpretata attraverso la metafora delle «settanta nazioni» e della traduzione, nonché alla sua rielaborazione derridiana nei concetti di ospitalità incondizionata, democrazia a venire e invenzione del politico. L'analisi mostra come la traduzione non rappresenti soltanto un'operazione linguistica, ma il paradigma stesso di una politica capace di oltrepassare le logiche identitarie, nazionali e sovraniste. Ne emerge una concezione del politico costitutivamente aperta all'alterità, nella quale etica e politica non si oppongono, ma si contaminano reciprocamente, delineando un universalismo critico fondato sulla responsabilità, sulla giustizia sempre da rinnovare e sull'esigenza di un'incessante trasformazione delle istituzioni democratiche.
Per una dilatazione delle frontiere e una “conversione” del politico / Ombrosi, Orietta. - (2026), pp. 9-40.
Per una dilatazione delle frontiere e una “conversione” del politico
Orietta Ombrosi
2026
Abstract
Il contributo propone una rilettura del pensiero politico di Emmanuel Levinas alla luce del confronto con Jacques Derrida, sviluppando l'ipotesi di una necessaria «conversione» del politico a partire dal primato dell'etica. Muovendo dalla diagnosi levinasiana della «cattiva coscienza» dell'Europa e dalla crisi delle categorie politiche moderne, il saggio ricostruisce il percorso che conduce dalla critica dell'identità e della sovranità all'elaborazione di un paradigma politico fondato sulla responsabilità per l'altro, sulla giustizia e sulla pace. Particolare attenzione è dedicata alla nozione levinasiana di «difficile universalità», interpretata attraverso la metafora delle «settanta nazioni» e della traduzione, nonché alla sua rielaborazione derridiana nei concetti di ospitalità incondizionata, democrazia a venire e invenzione del politico. L'analisi mostra come la traduzione non rappresenti soltanto un'operazione linguistica, ma il paradigma stesso di una politica capace di oltrepassare le logiche identitarie, nazionali e sovraniste. Ne emerge una concezione del politico costitutivamente aperta all'alterità, nella quale etica e politica non si oppongono, ma si contaminano reciprocamente, delineando un universalismo critico fondato sulla responsabilità, sulla giustizia sempre da rinnovare e sull'esigenza di un'incessante trasformazione delle istituzioni democratiche.| File | Dimensione | Formato | |
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