Non una rincorsa, non una repentina accelerazione, ma una qualità sottile che appartiene al modo in cui le cose si dispongono, e si rendono necessarie. La rapidità – così come formulata nelle Lezioni americane – si rivela come una forma di economia espressiva, che elimina il superfluo e lascia emergere l’imprescindibile, in cui il racconto ha il controllo totale del tempo narrativo che si manifesta come intelligenza del ritmo, qualità intrinseca all’organizzazione delle relazioni. Trasportando questo principio allo spazio dell’architettura, se comporre significa, ‘mettere insieme’, ordinatamente, più cose, come le parole di un discorso, è così che ci si avvicina alla musica, non come metafora lontana, ma come detentrice di una struttura condivisa in cui gli elementi costruttivi, le note, componendo un’alternanza tra pieni e vuoti, tra compressioni e dilatazioni, tra luce e ombra, costruiscono lo spazio, il brano, la melodia. La presenza di soglie, variazioni dimensionali e proporzionali è in grado di produrre sequenza di pause, accelerazioni e rallentamenti rendendo l’architettura un dispositivo capace di scandire l’esperienza dello spazio. È proprio in questo equilibrio e nella chiarezza della struttura che si manifesta quella forma di necessità che rende l’opera leggibile nella sua totalità. Per quanto una composizione possa apparire libera o persino contingente, è sempre preceduta da un insieme di operazioni razionali di selezione e montaggio che ne orientano la costruzione. Non si tratta necessariamente di regole esplicite o normative, quanto piuttosto di dispositivi interni al processo compositivo che agiscono come forme di verifica. È attraverso questa tensione che la composizione acquisisce un carattere di necessità: non assoluta né deterministica, ma sufficiente a conferire al risultato la condizione di inevitabilità, per cui le relazioni tra le parti appaiono coerenti e, in una certa misura, imprescindibili. «Costruire in architettura è dare un ritmo nel tempo ai suoi frammenti architettonici»2. Così, il vuoto, l’assenza di ombra, assume un ruolo analogo al silenzio nella partitura musicale. Se la rapidità calviniana è controllo del ritmo del racconto trascurando i dettagli che non servono insistendo sulle ripetizioni, in architettura essa si esercita attraverso l’alternanza tra pieni e vuoti, che definisce la sequenza della ‘frase architettonica’. È nell’accordo segreto tra la solidità della materia e l’immaterialità della luce che si compie il destino della forma. E non è proprio in questa composizione di opposti e intervalli che l’architettura trova la sua forma più necessaria e, forse, anche la sua più segreta evidenza?
Rhythmus. Lo spartito architettonico tra luci e ombre / Guida, Francesca Angela. - (2026), pp. 54-55.
Rhythmus. Lo spartito architettonico tra luci e ombre
Francesca Angela Guida
2026
Abstract
Non una rincorsa, non una repentina accelerazione, ma una qualità sottile che appartiene al modo in cui le cose si dispongono, e si rendono necessarie. La rapidità – così come formulata nelle Lezioni americane – si rivela come una forma di economia espressiva, che elimina il superfluo e lascia emergere l’imprescindibile, in cui il racconto ha il controllo totale del tempo narrativo che si manifesta come intelligenza del ritmo, qualità intrinseca all’organizzazione delle relazioni. Trasportando questo principio allo spazio dell’architettura, se comporre significa, ‘mettere insieme’, ordinatamente, più cose, come le parole di un discorso, è così che ci si avvicina alla musica, non come metafora lontana, ma come detentrice di una struttura condivisa in cui gli elementi costruttivi, le note, componendo un’alternanza tra pieni e vuoti, tra compressioni e dilatazioni, tra luce e ombra, costruiscono lo spazio, il brano, la melodia. La presenza di soglie, variazioni dimensionali e proporzionali è in grado di produrre sequenza di pause, accelerazioni e rallentamenti rendendo l’architettura un dispositivo capace di scandire l’esperienza dello spazio. È proprio in questo equilibrio e nella chiarezza della struttura che si manifesta quella forma di necessità che rende l’opera leggibile nella sua totalità. Per quanto una composizione possa apparire libera o persino contingente, è sempre preceduta da un insieme di operazioni razionali di selezione e montaggio che ne orientano la costruzione. Non si tratta necessariamente di regole esplicite o normative, quanto piuttosto di dispositivi interni al processo compositivo che agiscono come forme di verifica. È attraverso questa tensione che la composizione acquisisce un carattere di necessità: non assoluta né deterministica, ma sufficiente a conferire al risultato la condizione di inevitabilità, per cui le relazioni tra le parti appaiono coerenti e, in una certa misura, imprescindibili. «Costruire in architettura è dare un ritmo nel tempo ai suoi frammenti architettonici»2. Così, il vuoto, l’assenza di ombra, assume un ruolo analogo al silenzio nella partitura musicale. Se la rapidità calviniana è controllo del ritmo del racconto trascurando i dettagli che non servono insistendo sulle ripetizioni, in architettura essa si esercita attraverso l’alternanza tra pieni e vuoti, che definisce la sequenza della ‘frase architettonica’. È nell’accordo segreto tra la solidità della materia e l’immaterialità della luce che si compie il destino della forma. E non è proprio in questa composizione di opposti e intervalli che l’architettura trova la sua forma più necessaria e, forse, anche la sua più segreta evidenza?I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.


