Esiste un momento, nell’esperienza di certa architettura, in cui il peso dimentica sé stesso. Non una illusione ottica né un artificio strutturale ma qualcosa di più sottile o addirittura più antico. Italo Calvino, nella prima delle Lezioni americane, lo chiama Leggerezza, e si affretta a precisare che non ha nulla a che fare con la frivolezza, né con l’assenza di materia. È piuttosto una trasfigurazione: la capacità di portare il peso del mondo senza esserne schiacciati, di guardare metaforicamente Medusa attraverso il riflesso senza restare pietrificati. Luigi Moretti lavorava su questa tensione. La lastra che aggetta su Corso Italia a Milano rappresenta il gesto con cui l’architettura dichiara la propria intenzione di sottrarsi alla condizione che la definisce: eccedere la gravità fino al punto esatto in cui essa si rovescia. Chi percorre quella strada e alza gli occhi avverte qualcosa che la ragione non riesce del tutto a nominare, un peso enorme che non grava, una massa che sovrasta senza opprimere, una nave sospesa sulla città come trattenuta da un filo invisibile e precario. Non è l’edificio che si sottrae al suolo: è la gravità che ha ceduto, almeno per un istante, almeno lì, nel punto dove il peso, terza e più importante delle categorie con cui Franco Purini legge la scrittura architettonica, rivela di contenere al proprio interno il suo contrario. L’immagine prova a catturare quell’istante. La lastra morettiana appare come strappata al suo contesto urbano e restituita alla nudità della pura forma: posata su un’isola che si appresta a staccarsi da terra, deriva su un mare in tempesta, indifferente alle leggi che dovrebbero governarla. Intorno, figure umane tendono funi in un tentativo tanto disperato quanto commovente di ricondurla al suolo, di ancorare il sogno alla realtà, di fare ciò che sempre si tenta di fronte a ciò che la mente fatica a contenere: ridurre, arginare, trattenere. La cognizione umana, di fronte all’eccedenza del reale, attua inesorabilmente processi di semplificazione. Ma le funi non bastano. Non possono bastare. Il sogno prende corpo: gli elefanti daliani avanzano con le loro zampe filiformi e impossibili, creature del paradosso, testimoni di un universo in cui la massa non obbedisce più alle proprie leggi, in cui il peso è diventato visione e la visione ha preso corpo e consistenza. Come in un dolce naufragio quella perdita di sé nell’immenso è al tempo stesso vertigine e beatitudine, la percezione dell’infinito non transita attraverso il possesso, ma attraverso lo smarrimento. L’osservatore sperimenta un istante in cui l’architettura diventa il mezzo attraverso cui perdersi. L’isola è già altrove. Chi stringe ancora le funi lo sa, dalla tensione delle braccia, dalla certezza silenziosa che ciò che si trattiene è ormai lontano. Si può solo seguirlo. O restare a guardare.

Dolce naufragio. Fenomenologia della leggerezza in architettura / Cappuccino, Francesco. - (2026), pp. 44-45.

Dolce naufragio. Fenomenologia della leggerezza in architettura

Francesco Cappuccino
2026

Abstract

Esiste un momento, nell’esperienza di certa architettura, in cui il peso dimentica sé stesso. Non una illusione ottica né un artificio strutturale ma qualcosa di più sottile o addirittura più antico. Italo Calvino, nella prima delle Lezioni americane, lo chiama Leggerezza, e si affretta a precisare che non ha nulla a che fare con la frivolezza, né con l’assenza di materia. È piuttosto una trasfigurazione: la capacità di portare il peso del mondo senza esserne schiacciati, di guardare metaforicamente Medusa attraverso il riflesso senza restare pietrificati. Luigi Moretti lavorava su questa tensione. La lastra che aggetta su Corso Italia a Milano rappresenta il gesto con cui l’architettura dichiara la propria intenzione di sottrarsi alla condizione che la definisce: eccedere la gravità fino al punto esatto in cui essa si rovescia. Chi percorre quella strada e alza gli occhi avverte qualcosa che la ragione non riesce del tutto a nominare, un peso enorme che non grava, una massa che sovrasta senza opprimere, una nave sospesa sulla città come trattenuta da un filo invisibile e precario. Non è l’edificio che si sottrae al suolo: è la gravità che ha ceduto, almeno per un istante, almeno lì, nel punto dove il peso, terza e più importante delle categorie con cui Franco Purini legge la scrittura architettonica, rivela di contenere al proprio interno il suo contrario. L’immagine prova a catturare quell’istante. La lastra morettiana appare come strappata al suo contesto urbano e restituita alla nudità della pura forma: posata su un’isola che si appresta a staccarsi da terra, deriva su un mare in tempesta, indifferente alle leggi che dovrebbero governarla. Intorno, figure umane tendono funi in un tentativo tanto disperato quanto commovente di ricondurla al suolo, di ancorare il sogno alla realtà, di fare ciò che sempre si tenta di fronte a ciò che la mente fatica a contenere: ridurre, arginare, trattenere. La cognizione umana, di fronte all’eccedenza del reale, attua inesorabilmente processi di semplificazione. Ma le funi non bastano. Non possono bastare. Il sogno prende corpo: gli elefanti daliani avanzano con le loro zampe filiformi e impossibili, creature del paradosso, testimoni di un universo in cui la massa non obbedisce più alle proprie leggi, in cui il peso è diventato visione e la visione ha preso corpo e consistenza. Come in un dolce naufragio quella perdita di sé nell’immenso è al tempo stesso vertigine e beatitudine, la percezione dell’infinito non transita attraverso il possesso, ma attraverso lo smarrimento. L’osservatore sperimenta un istante in cui l’architettura diventa il mezzo attraverso cui perdersi. L’isola è già altrove. Chi stringe ancora le funi lo sa, dalla tensione delle braccia, dalla certezza silenziosa che ciò che si trattiene è ormai lontano. Si può solo seguirlo. O restare a guardare.
2026
Figure per il nostro millennio. SIX MEMOS di Calvino per l'Architettura
9791256870196
leggerezza; Calvino; Moretti
02 Pubblicazione su volume::02a Capitolo o Articolo
Dolce naufragio. Fenomenologia della leggerezza in architettura / Cappuccino, Francesco. - (2026), pp. 44-45.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11573/1770142
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