A quasi quarant’anni dalla pubblicazione dei Six Memos for the Next Millennium, parlare di “molteplicità” non è un semplice auspicio, ma un dato inconfutabile; in un mondo sempre più “aperto” alla globalizzazione, quel mix di idee, linguaggi e valori che Italo Calvino si augurava è divenuto un aspetto fondativo della società del nostro tempo. Tuttavia, per la città (soprattutto quella contemporanea), quest’inno alla pluralità d’espressione non sempre si è rivelato positivo: basti pensare a come, in alcuni casi, l’ingenua ambizione al “modernismo” abbia portato all’ascesa del cosiddetto “progetto debole”, manifestatosi spesso attraverso manufatti astratti e “schizofrenici” privi di legami con il patrimonio e la storia delle forme delle città. Così, ripensando a un preciso momento in cui la città si presentava con un livello di maggiore consistency dal punto di vista morfologico- urbano, sulla pianta di Clarke e Bradley e su una veduta iconografica di metà ‘800 di Guesdon e Rouargue raffigurante una porzione del golfo di Napoli, vengono calati, a mo’ di collage, due architetture riconducibili a una stagione che ha esaltato le potenzialità del progetto urbano: quella di Aldo Rossi per il Molo San Vincenzo1 e quella di Gianugo Polesello per il nuovo Foro marittimo/ Piazza Municipio2. Due progetti ideati, non realizzati – un po’ a richiamare i romanzi “senza conclusione” di Carlo Emilio Gadda e Robert Musil – ma da considerare, secondo Giorgio Grassi, comunque architetture3; due interventi che, per mezzo delle loro forme perentorie affermano, senza alcun timore, la loro imponente idea di città. D’altronde, come Calvino si augurava per la letteratura, anche l’architettura dovrebbe «[…] porsi degli obiettivi smisurati, anche al di là d’ogni possibilità di realizzazione. Solo se poeti e scrittori [gli architetti] si proporranno imprese che nessun altro osa immaginare la letteratura [architettura] continuerà ad avere una funzione [scopo]»4. Le letture ermeneutiche che si determinano sono numerose (molteplici), come le sottotrame de L’amour absolu di Alfred Jarry: la singolare forza evocativa delle forme, le tensioni che queste intraprendono con i monumenti limitrofi, il rapporto dialogico con la città, la “restituzione” del mare alla stessa, il richiamo alle architetture del passato, la profonda comprensione della forma urbana attraverso l’asse “verticale” tra mare e collina. Temi importanti, che emergono sincronicamente senza che l’uno debba necessariamente prevalere sugli altri, determinando una visione plurima (molteplice) che, come un groviglio, cela dietro una visione (apparentemente) caotica, un complesso quanto ricco disegno d’insieme. Ciò che ne scaturisce è un frammento di città non reale, ma verosimile. Un’immagine “inedita”, ottenuta attraverso l’innesto di nuove forme, ma sempre riconducibile alla sua controparte esistente; a tutti gli effetti, direbbe Gadda, una visione “deformata” della realtà o, più semplicemente, “analoga” e, forse, “ideale”. Nella disunita e frammentata “multipli-city”5 del nostro tempo ben venga, per l’architetto, porsi l’“obiettivo smisurato” di trasformare la città attraverso le logiche razionali del progetto urbano: l’unico strumento capace di costruire luoghi e impattare in maniera “trasgressiva” sulla realtà, ma del resto «[…] senza trasgressione l’analogia è statica e improduttiva»6.
Due architetture sul golfo di Napoli. Progetti urbani per una città molteplice / Lombardi, Salvatore Daniele. - (2026), pp. 90-91.
Due architetture sul golfo di Napoli. Progetti urbani per una città molteplice
Lombardi, Salvatore Daniele
2026
Abstract
A quasi quarant’anni dalla pubblicazione dei Six Memos for the Next Millennium, parlare di “molteplicità” non è un semplice auspicio, ma un dato inconfutabile; in un mondo sempre più “aperto” alla globalizzazione, quel mix di idee, linguaggi e valori che Italo Calvino si augurava è divenuto un aspetto fondativo della società del nostro tempo. Tuttavia, per la città (soprattutto quella contemporanea), quest’inno alla pluralità d’espressione non sempre si è rivelato positivo: basti pensare a come, in alcuni casi, l’ingenua ambizione al “modernismo” abbia portato all’ascesa del cosiddetto “progetto debole”, manifestatosi spesso attraverso manufatti astratti e “schizofrenici” privi di legami con il patrimonio e la storia delle forme delle città. Così, ripensando a un preciso momento in cui la città si presentava con un livello di maggiore consistency dal punto di vista morfologico- urbano, sulla pianta di Clarke e Bradley e su una veduta iconografica di metà ‘800 di Guesdon e Rouargue raffigurante una porzione del golfo di Napoli, vengono calati, a mo’ di collage, due architetture riconducibili a una stagione che ha esaltato le potenzialità del progetto urbano: quella di Aldo Rossi per il Molo San Vincenzo1 e quella di Gianugo Polesello per il nuovo Foro marittimo/ Piazza Municipio2. Due progetti ideati, non realizzati – un po’ a richiamare i romanzi “senza conclusione” di Carlo Emilio Gadda e Robert Musil – ma da considerare, secondo Giorgio Grassi, comunque architetture3; due interventi che, per mezzo delle loro forme perentorie affermano, senza alcun timore, la loro imponente idea di città. D’altronde, come Calvino si augurava per la letteratura, anche l’architettura dovrebbe «[…] porsi degli obiettivi smisurati, anche al di là d’ogni possibilità di realizzazione. Solo se poeti e scrittori [gli architetti] si proporranno imprese che nessun altro osa immaginare la letteratura [architettura] continuerà ad avere una funzione [scopo]»4. Le letture ermeneutiche che si determinano sono numerose (molteplici), come le sottotrame de L’amour absolu di Alfred Jarry: la singolare forza evocativa delle forme, le tensioni che queste intraprendono con i monumenti limitrofi, il rapporto dialogico con la città, la “restituzione” del mare alla stessa, il richiamo alle architetture del passato, la profonda comprensione della forma urbana attraverso l’asse “verticale” tra mare e collina. Temi importanti, che emergono sincronicamente senza che l’uno debba necessariamente prevalere sugli altri, determinando una visione plurima (molteplice) che, come un groviglio, cela dietro una visione (apparentemente) caotica, un complesso quanto ricco disegno d’insieme. Ciò che ne scaturisce è un frammento di città non reale, ma verosimile. Un’immagine “inedita”, ottenuta attraverso l’innesto di nuove forme, ma sempre riconducibile alla sua controparte esistente; a tutti gli effetti, direbbe Gadda, una visione “deformata” della realtà o, più semplicemente, “analoga” e, forse, “ideale”. Nella disunita e frammentata “multipli-city”5 del nostro tempo ben venga, per l’architetto, porsi l’“obiettivo smisurato” di trasformare la città attraverso le logiche razionali del progetto urbano: l’unico strumento capace di costruire luoghi e impattare in maniera “trasgressiva” sulla realtà, ma del resto «[…] senza trasgressione l’analogia è statica e improduttiva»6.| File | Dimensione | Formato | |
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