La modernità liquida, sdoganata quale paradigma interpretativo da Zygmunt Bauman, fatta di legami fragili, identità reversibili e insicurezze strutturali, non è solo una condizione sociale, ma un regime culturale che permea le nostre pratiche quotidiane di consumo, fruizione e produzione simbolica (Bauman 2000; Bauman 2011). In un mondo di abbonamenti illimitati, algoritmi di raccomandazione e flussi personalizzati, “Per tutti i gusti” cessa di essere semplicemente il titolo provocatorio di un saggio per diventare la cifra del sistema culturale contemporaneo: un supermercato globale che promette accesso democratico a repertori teoricamente infiniti, mentre trasforma sistematicamente ogni traccia delle nostre esperienze – ascolti, letture, condivisioni – in dati da estrarre, correlare, monetizzare (Bauman 2016; Couldry 2012; Couldry e Mejias 2019; Zuboff 2019). Questa duplice dinamica – democratizzazione dell’accesso da un lato, colonizzazione estrattiva dall’altro – rappresenta il cuore ambivalente dell’eredità baumaniana per comprendere i mercati mediali digitali odierni (Bauman 2000; Bauman 2002). Lungi dall’essere superata, la prospettiva di Bauman risulta essenziale per interrogare le retoriche europee di inclusione culturale, le narrazioni sulle migrazioni e la rigenerazione delle aree interne, rivelando come la promessa di cultura “per tutti i gusti” si intrecci con nuove forme di sorveglianza e di appropriazione del valore dalle vite marginali e dai territori periferici (Council of Europe 2019; European Commission 2018; UNESCO 2005; Mbembe 2017; Ciofalo e Gavrila 2020). In questo quadro, la figura dell’onnivoro culturale – capace di attraversare generi, formati e contesti, dall’opera lirica alle serie televisive, dai festival internazionali ai contenuti autoprodotti sui social – sembra segnare una rottura rispetto alle gerarchie tradizionali tra “alto” e “basso”, ma finisce per ricodificare le disuguaglianze sotto forma di competenze di navigazione, capacità di selezionare, combinare, performare pubblicamente il proprio gusto in un ambiente strutturato da codici impliciti e dispositivi tecnici opachi (Peterson 1992; Bourdieu 1984; Lahire 2004). L’onnivorismo appare così come la versione culturale di una condizione esistenziale segnata dall’incertezza: la libertà di scelta si espande, ma entro una infrastruttura che misura, ordina e valorizza ogni scelta, trasformando la cultura in laboratorio privilegiato di un capitalismo che trae la propria forza non tanto dall’eliminazione dell’insicurezza, quanto dalla sua gestione permanente (Magatti e Giaccardi 2014; Zuboff 2019). Se la prospettiva di Bauman consente di cogliere la centralità dell’insicurezza e la fluidificazione delle gerarchie culturali, essa risulta meno attrezzata a tematizzare il ruolo infrastrutturale delle piattaforme digitali e dei sistemi algoritmici nella produzione e nel governo delle scelte. La modernità liquida descrive efficacemente un mondo di legami fragili e identità reversibili, ma non coglie fino in fondo la materialità tecnica attraverso cui tali condizioni vengono oggi organizzate, misurate e valorizzate. In questo senso, il dialogo con studi come quelli di Nick Couldry (2019) e Shoshana Zuboff (2019) sul capitalismo dei dati permette di aggiornare Bauman, spostando l’attenzione dalla fluidità delle forme sociali alle infrastrutture che ne orientano concretamente le traiettorie.

Per tutti i gusti? Cultura come bene comune, insicurezza e libertà nel pensiero di Zygmunt Bauman e oltre / Gavrila, Mihaela. - (2026), pp. 173-190.

Per tutti i gusti? Cultura come bene comune, insicurezza e libertà nel pensiero di Zygmunt Bauman e oltre

Mihaela Gavrila
2026

Abstract

La modernità liquida, sdoganata quale paradigma interpretativo da Zygmunt Bauman, fatta di legami fragili, identità reversibili e insicurezze strutturali, non è solo una condizione sociale, ma un regime culturale che permea le nostre pratiche quotidiane di consumo, fruizione e produzione simbolica (Bauman 2000; Bauman 2011). In un mondo di abbonamenti illimitati, algoritmi di raccomandazione e flussi personalizzati, “Per tutti i gusti” cessa di essere semplicemente il titolo provocatorio di un saggio per diventare la cifra del sistema culturale contemporaneo: un supermercato globale che promette accesso democratico a repertori teoricamente infiniti, mentre trasforma sistematicamente ogni traccia delle nostre esperienze – ascolti, letture, condivisioni – in dati da estrarre, correlare, monetizzare (Bauman 2016; Couldry 2012; Couldry e Mejias 2019; Zuboff 2019). Questa duplice dinamica – democratizzazione dell’accesso da un lato, colonizzazione estrattiva dall’altro – rappresenta il cuore ambivalente dell’eredità baumaniana per comprendere i mercati mediali digitali odierni (Bauman 2000; Bauman 2002). Lungi dall’essere superata, la prospettiva di Bauman risulta essenziale per interrogare le retoriche europee di inclusione culturale, le narrazioni sulle migrazioni e la rigenerazione delle aree interne, rivelando come la promessa di cultura “per tutti i gusti” si intrecci con nuove forme di sorveglianza e di appropriazione del valore dalle vite marginali e dai territori periferici (Council of Europe 2019; European Commission 2018; UNESCO 2005; Mbembe 2017; Ciofalo e Gavrila 2020). In questo quadro, la figura dell’onnivoro culturale – capace di attraversare generi, formati e contesti, dall’opera lirica alle serie televisive, dai festival internazionali ai contenuti autoprodotti sui social – sembra segnare una rottura rispetto alle gerarchie tradizionali tra “alto” e “basso”, ma finisce per ricodificare le disuguaglianze sotto forma di competenze di navigazione, capacità di selezionare, combinare, performare pubblicamente il proprio gusto in un ambiente strutturato da codici impliciti e dispositivi tecnici opachi (Peterson 1992; Bourdieu 1984; Lahire 2004). L’onnivorismo appare così come la versione culturale di una condizione esistenziale segnata dall’incertezza: la libertà di scelta si espande, ma entro una infrastruttura che misura, ordina e valorizza ogni scelta, trasformando la cultura in laboratorio privilegiato di un capitalismo che trae la propria forza non tanto dall’eliminazione dell’insicurezza, quanto dalla sua gestione permanente (Magatti e Giaccardi 2014; Zuboff 2019). Se la prospettiva di Bauman consente di cogliere la centralità dell’insicurezza e la fluidificazione delle gerarchie culturali, essa risulta meno attrezzata a tematizzare il ruolo infrastrutturale delle piattaforme digitali e dei sistemi algoritmici nella produzione e nel governo delle scelte. La modernità liquida descrive efficacemente un mondo di legami fragili e identità reversibili, ma non coglie fino in fondo la materialità tecnica attraverso cui tali condizioni vengono oggi organizzate, misurate e valorizzate. In questo senso, il dialogo con studi come quelli di Nick Couldry (2019) e Shoshana Zuboff (2019) sul capitalismo dei dati permette di aggiornare Bauman, spostando l’attenzione dalla fluidità delle forme sociali alle infrastrutture che ne orientano concretamente le traiettorie.
2026
ZYGMUNT BAUMAN IN DIALOGO SUL FUTURO
9791255684749
Democratizzazione dell'accesso; culture; colonizzazione simbolica; soft power
02 Pubblicazione su volume::02a Capitolo o Articolo
Per tutti i gusti? Cultura come bene comune, insicurezza e libertà nel pensiero di Zygmunt Bauman e oltre / Gavrila, Mihaela. - (2026), pp. 173-190.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11573/1769109
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