Il saggio I referendum costituzionali dal 2001 ricostruisce l’evoluzione del referendum costituzionale nell’ordinamento italiano, analizzandone sia le origini nei lavori dell’Assemblea Costituente sia le concrete applicazioni nella storia repubblicana più recente. Il contributo si concentra in particolare sui quattro referendum costituzionali celebrati tra il 2001 e il 2020, interpretandoli come momenti decisivi per comprendere i mutamenti della forma di governo italiana e il rapporto tra democrazia rappresentativa e partecipazione popolare. Nella prima parte del saggio viene ricostruito il dibattito dell’Assemblea Costituente sull’introduzione del referendum costituzionale. Gli autori mostrano come l’istituto non fosse affatto scontato e come le diverse culture politiche presenti in Assemblea oscillassero tra l’esigenza di garantire la sovranità popolare e il timore di derive plebiscitarie. La soluzione adottata dall’art. 138 Cost. nasce così come un compromesso equilibrato: il referendum costituzionale viene concepito non come alternativa al Parlamento, ma come strumento di garanzia ulteriore nei processi di revisione costituzionale. Il saggio distingue poi tre diverse tipologie di revisioni costituzionali: quelle approvate con maggioranze tali da escludere il referendum; quelle teoricamente referendabili ma mai sottoposte al voto popolare; e infine quelle effettivamente oggetto di referendum confermativo. L’attenzione si concentra soprattutto su questi ultimi casi, considerati emblematici della crescente politicizzazione del referendum costituzionale. Il referendum del 2001 sulla riforma del Titolo V viene interpretato come il primo vero banco di prova dell’istituto. Gli autori sottolineano come la riforma nascesse originariamente da un percorso condiviso di revisione costituzionale, salvo poi trasformarsi progressivamente in una riforma percepita come “di parte”. La campagna referendaria fu tuttavia debole e scarsamente partecipata, con una bassa affluenza che non impedì comunque l’approvazione della riforma. Molto diversa fu invece l’esperienza del referendum del 2006 sulla riforma costituzionale proposta dal centrodestra. In questo caso la revisione nacque fin dall’inizio come progetto della sola maggioranza di governo, determinando una forte contrapposizione politica. Gli autori evidenziano come il referendum si trasformò rapidamente in uno scontro tra schieramenti contrapposti più che in un confronto sul merito delle modifiche costituzionali, conducendo alla netta vittoria del “No”. Analoga dinamica viene riscontrata nel referendum del 2016 sulla riforma Renzi-Boschi. Pur essendo inizialmente frutto di un accordo politico ampio, la riforma divenne progressivamente una riforma identificata con il governo in carica e con la figura del Presidente del Consiglio. La consultazione assunse così un carattere fortemente personalizzato e plebiscitario, trasformandosi di fatto in un giudizio politico sull’esecutivo. La netta vittoria del “No” determinò infatti le dimissioni del governo Renzi immediatamente dopo il voto. Il quarto referendum, celebrato nel 2020 sulla riduzione del numero dei parlamentari, rappresenta invece un caso diverso. Gli autori osservano come la riforma abbia ottenuto un consenso trasversale molto ampio, favorito anche dalla semplificazione simbolica del quesito referendario. Il “Sì” prevalse nettamente, confermando come il referendum costituzionale possa talvolta diventare il luogo di espressione di un sentimento diffuso di critica verso le istituzioni rappresentative. Nelle conclusioni il saggio mette in evidenza alcune criticità strutturali del referendum costituzionale italiano: il rischio di trasformazione della consultazione in un voto sul governo in carica; la crescente personalizzazione del conflitto politico; la debolezza dell’informazione costituzionale; il carattere spesso occasionale e reattivo del processo riformatore. Gli autori sottolineano però anche la funzione positiva del referendum come strumento di bilanciamento tra Parlamento e popolo, capace di rafforzare la legittimazione democratica delle riforme costituzionali quando inserito in un processo partecipativo e consapevole. Il saggio propone dunque una riflessione complessiva sul referendum costituzionale come istituto centrale della democrazia italiana contemporanea: uno strumento prezioso ma delicato, che richiede equilibrio, informazione e responsabilità politica per evitare di trasformarsi in un semplice terreno di scontro plebiscitario.

I Referendum istituzionali dal 2001 / Clementi, Francesco. - (2026), pp. 37-50.

I Referendum istituzionali dal 2001

clementi, francesco
2026

Abstract

Il saggio I referendum costituzionali dal 2001 ricostruisce l’evoluzione del referendum costituzionale nell’ordinamento italiano, analizzandone sia le origini nei lavori dell’Assemblea Costituente sia le concrete applicazioni nella storia repubblicana più recente. Il contributo si concentra in particolare sui quattro referendum costituzionali celebrati tra il 2001 e il 2020, interpretandoli come momenti decisivi per comprendere i mutamenti della forma di governo italiana e il rapporto tra democrazia rappresentativa e partecipazione popolare. Nella prima parte del saggio viene ricostruito il dibattito dell’Assemblea Costituente sull’introduzione del referendum costituzionale. Gli autori mostrano come l’istituto non fosse affatto scontato e come le diverse culture politiche presenti in Assemblea oscillassero tra l’esigenza di garantire la sovranità popolare e il timore di derive plebiscitarie. La soluzione adottata dall’art. 138 Cost. nasce così come un compromesso equilibrato: il referendum costituzionale viene concepito non come alternativa al Parlamento, ma come strumento di garanzia ulteriore nei processi di revisione costituzionale. Il saggio distingue poi tre diverse tipologie di revisioni costituzionali: quelle approvate con maggioranze tali da escludere il referendum; quelle teoricamente referendabili ma mai sottoposte al voto popolare; e infine quelle effettivamente oggetto di referendum confermativo. L’attenzione si concentra soprattutto su questi ultimi casi, considerati emblematici della crescente politicizzazione del referendum costituzionale. Il referendum del 2001 sulla riforma del Titolo V viene interpretato come il primo vero banco di prova dell’istituto. Gli autori sottolineano come la riforma nascesse originariamente da un percorso condiviso di revisione costituzionale, salvo poi trasformarsi progressivamente in una riforma percepita come “di parte”. La campagna referendaria fu tuttavia debole e scarsamente partecipata, con una bassa affluenza che non impedì comunque l’approvazione della riforma. Molto diversa fu invece l’esperienza del referendum del 2006 sulla riforma costituzionale proposta dal centrodestra. In questo caso la revisione nacque fin dall’inizio come progetto della sola maggioranza di governo, determinando una forte contrapposizione politica. Gli autori evidenziano come il referendum si trasformò rapidamente in uno scontro tra schieramenti contrapposti più che in un confronto sul merito delle modifiche costituzionali, conducendo alla netta vittoria del “No”. Analoga dinamica viene riscontrata nel referendum del 2016 sulla riforma Renzi-Boschi. Pur essendo inizialmente frutto di un accordo politico ampio, la riforma divenne progressivamente una riforma identificata con il governo in carica e con la figura del Presidente del Consiglio. La consultazione assunse così un carattere fortemente personalizzato e plebiscitario, trasformandosi di fatto in un giudizio politico sull’esecutivo. La netta vittoria del “No” determinò infatti le dimissioni del governo Renzi immediatamente dopo il voto. Il quarto referendum, celebrato nel 2020 sulla riduzione del numero dei parlamentari, rappresenta invece un caso diverso. Gli autori osservano come la riforma abbia ottenuto un consenso trasversale molto ampio, favorito anche dalla semplificazione simbolica del quesito referendario. Il “Sì” prevalse nettamente, confermando come il referendum costituzionale possa talvolta diventare il luogo di espressione di un sentimento diffuso di critica verso le istituzioni rappresentative. Nelle conclusioni il saggio mette in evidenza alcune criticità strutturali del referendum costituzionale italiano: il rischio di trasformazione della consultazione in un voto sul governo in carica; la crescente personalizzazione del conflitto politico; la debolezza dell’informazione costituzionale; il carattere spesso occasionale e reattivo del processo riformatore. Gli autori sottolineano però anche la funzione positiva del referendum come strumento di bilanciamento tra Parlamento e popolo, capace di rafforzare la legittimazione democratica delle riforme costituzionali quando inserito in un processo partecipativo e consapevole. Il saggio propone dunque una riflessione complessiva sul referendum costituzionale come istituto centrale della democrazia italiana contemporanea: uno strumento prezioso ma delicato, che richiede equilibrio, informazione e responsabilità politica per evitare di trasformarsi in un semplice terreno di scontro plebiscitario.
2026
Le stagioni del referendum. La democrazia diretta tra populismi e social media
9791221115888
referendum, voto, partecipazione, revisione costituzionale, democrazia
02 Pubblicazione su volume::02a Capitolo o Articolo
I Referendum istituzionali dal 2001 / Clementi, Francesco. - (2026), pp. 37-50.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11573/1768807
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