The essay proposes a reading of decapitation as a unified historiographical object, capable of bridging fields traditionally kept apart: the history of justice, art history, and the history of science. Three distinct yet interrelated phenomena are identified — the spectacularisation of public executions, the Counter-Reformation proliferation of martyrological imagery, and the iconographic diffusion of decollation in the visual arts — and their mutual interference is analysed, showing how high art systematically avoided the direct representation of capital punishment while drawing on the visual experience of the scaffold to construct scenes of martyrdom. The essay then traces the transformations of the severed head in the transition from the Ancien Régime to the nineteenth century, charting a trajectory that leads from the execution square to the museum: the guillotine, Madame Tussaud's waxworks, Géricault's painted heads, and Tenchini's anatomical collections are read as heterogeneous devices that redistribute the punitive spectacle across new spaces and new regimes of visibility, culminating in its conversion into a scientific specimen by positivist criminology. The essay underscores the constitutive instability of the severed head as a symbolic device: an instrument of sovereign legitimation, it can be overturned into a contestation of that very power, appropriated from below, or transformed into an object of contemplation or unsettling fascination. The interdisciplinary approach adopted makes it possible to move beyond sectoral readings and to restore decapitation to its status as a crossroads between judicial practices, visual production, and scientific knowledge.

Il saggio propone una lettura della decapitazione come oggetto storiografico unitario, capace di tenere insieme ambiti tradizionalmente separati: la storia della giustizia, la storia dell'arte e la storia delle scienze. Vengono individuati tre fenomeni distinti ma correlati — la spettacolarizzazione dei supplizi pubblici, la proliferazione dell'immaginario martirologico controriformistico e la diffusione iconografica della decollazione nelle arti visive — e ne vengono analizzate le reciproche interferenze, mostrando come la produzione artistica colta abbia sistematicamente evitato la rappresentazione diretta dell'esecuzione capitale pur attingendo all'esperienza visiva del patibolo per costruire le scene di martirio. Il saggio segue poi le trasformazioni della testa recisa nel passaggio dall'Antico regime all'Ottocento, tracciando un percorso che conduce dalla piazza del supplizio al museo: la ghigliottina, le cere di Madame Tussaud, le teste dipinte di Géricault e le collezioni anatomiche di Tenchini vengono lette come dispositivi eterogenei che ridistribuiscono lo spettacolo punitivo in nuovi spazi e nuovi regimi di visibilità, fino alla sua conversione in reperto scientifico da parte della criminologia positivista. Il saggio sottolinea la costitutiva instabilità della testa tagliata come dispositivo simbolico: strumento di legittimazione del potere sovrano, essa può rovesciarsi in contestazione di quel medesimo potere, in appropriazione popolare, in oggetto di meditazione o di fascinazione perturbante. L'approccio interdisciplinare adottato consente di superare le letture settoriali del fenomeno e di restituire alla decapitazione il suo statuto di crocevia tra pratiche giudiziarie, produzioni figurative e saperi scientifici.

Decapitazione e giustizia: pratiche, immagini saperi. Una prospettiva storica / Roscioni, Lisa. - (2026), pp. 7-21.

Decapitazione e giustizia: pratiche, immagini saperi. Una prospettiva storica

LIsa Roscioni
2026

Abstract

The essay proposes a reading of decapitation as a unified historiographical object, capable of bridging fields traditionally kept apart: the history of justice, art history, and the history of science. Three distinct yet interrelated phenomena are identified — the spectacularisation of public executions, the Counter-Reformation proliferation of martyrological imagery, and the iconographic diffusion of decollation in the visual arts — and their mutual interference is analysed, showing how high art systematically avoided the direct representation of capital punishment while drawing on the visual experience of the scaffold to construct scenes of martyrdom. The essay then traces the transformations of the severed head in the transition from the Ancien Régime to the nineteenth century, charting a trajectory that leads from the execution square to the museum: the guillotine, Madame Tussaud's waxworks, Géricault's painted heads, and Tenchini's anatomical collections are read as heterogeneous devices that redistribute the punitive spectacle across new spaces and new regimes of visibility, culminating in its conversion into a scientific specimen by positivist criminology. The essay underscores the constitutive instability of the severed head as a symbolic device: an instrument of sovereign legitimation, it can be overturned into a contestation of that very power, appropriated from below, or transformed into an object of contemplation or unsettling fascination. The interdisciplinary approach adopted makes it possible to move beyond sectoral readings and to restore decapitation to its status as a crossroads between judicial practices, visual production, and scientific knowledge.
2026
Perdere la testa. Riti e rappresentazioni della decollazione (XV-XIX secolo)
979-12-5701-115-4
Il saggio propone una lettura della decapitazione come oggetto storiografico unitario, capace di tenere insieme ambiti tradizionalmente separati: la storia della giustizia, la storia dell'arte e la storia delle scienze. Vengono individuati tre fenomeni distinti ma correlati — la spettacolarizzazione dei supplizi pubblici, la proliferazione dell'immaginario martirologico controriformistico e la diffusione iconografica della decollazione nelle arti visive — e ne vengono analizzate le reciproche interferenze, mostrando come la produzione artistica colta abbia sistematicamente evitato la rappresentazione diretta dell'esecuzione capitale pur attingendo all'esperienza visiva del patibolo per costruire le scene di martirio. Il saggio segue poi le trasformazioni della testa recisa nel passaggio dall'Antico regime all'Ottocento, tracciando un percorso che conduce dalla piazza del supplizio al museo: la ghigliottina, le cere di Madame Tussaud, le teste dipinte di Géricault e le collezioni anatomiche di Tenchini vengono lette come dispositivi eterogenei che ridistribuiscono lo spettacolo punitivo in nuovi spazi e nuovi regimi di visibilità, fino alla sua conversione in reperto scientifico da parte della criminologia positivista. Il saggio sottolinea la costitutiva instabilità della testa tagliata come dispositivo simbolico: strumento di legittimazione del potere sovrano, essa può rovesciarsi in contestazione di quel medesimo potere, in appropriazione popolare, in oggetto di meditazione o di fascinazione perturbante. L'approccio interdisciplinare adottato consente di superare le letture settoriali del fenomeno e di restituire alla decapitazione il suo statuto di crocevia tra pratiche giudiziarie, produzioni figurative e saperi scientifici.
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Decapitazione e giustizia: pratiche, immagini saperi. Una prospettiva storica / Roscioni, Lisa. - (2026), pp. 7-21.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11573/1768559
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