La guerra cognitiva configura la mente umana come nuovo spazio operativo del conflitto contemporaneo, trasformando percezioni, processi decisionali e costruzioni simboliche in obiettivi strategici delle competizioni geopolitiche e delle operazioni ibride. In tale prospettiva il dominio cognitivo supera la dimensione tradizionale dell’informazione per intervenire direttamente sui meccanismi psicologici, emotivi e culturali che orientano il comportamento individuale e collettivo. La progressiva integrazione tra neuroscienze, psicologia cognitiva, intelligenza artificiale e tecnologie digitali, ha ampliato la capacità degli attori statali e non statali di influenzare credenze, emozioni e processi di attribuzione della realtà attraverso ecosistemi comunicativi adattivi e personalizzati. Come osservato da Michel Foucault nella riflessione sui dispositivi di potere e sui processi di disciplinamento sociale, il controllo delle forme di conoscenza e dei regimi discorsivi costituisce una modalità essenziale di governo delle società contemporanee; analogamente, Manuel Castells ha evidenziato come il potere nelle società in rete si fondi sempre più sulla capacità di programmare e controllare i flussi informativi. Nel quadro della guerra cognitiva tali dinamiche assumono una dimensione strategica poiché la mente diventa il luogo in cui si produce consenso, si altera la percezione del rischio e si modificano le coordinate interpretative della realtà. Le teorie di Daniel Kahneman, poi, sui bias cognitivi e sui sistemi decisionali automatici mostrano, inoltre, come le vulnerabilità cognitive possano essere sfruttate mediante campagne di disinformazione e manipolazione emotiva capaci di agire sulla rapidità dei processi intuitivi e sulla riduzione della capacità critica. Parallelamente, le riflessioni di Jean Baudrillard sulla simulazione e sull’iperrealtà consentono di comprendere come l’ambiente digitale contemporaneo favorisca la sovrapposizione tra reale e rappresentazione, generando così spazi informativi in cui la percezione conta più dell’evento stesso. In questo scenario, la sicurezza nazionale si estende alla protezione della resilienza cognitiva delle popolazioni, mentre la superiorità strategica dipende sempre più dalla capacità di influenzare l’ecosistema mentale degli individui e delle comunità. La mente diventa dunque il principale teatro operativo del conflitto, un ambiente immateriale ma decisivo in cui si combatte per il controllo dell’attenzione, della fiducia e della costruzione del significato politico e sociale.
Superiorità cognitiva. La mente come spazio per la gestione delle operazioni / Zizza, Michele. - (2026), pp. 257-273.
Superiorità cognitiva. La mente come spazio per la gestione delle operazioni
Michele Zizza
2026
Abstract
La guerra cognitiva configura la mente umana come nuovo spazio operativo del conflitto contemporaneo, trasformando percezioni, processi decisionali e costruzioni simboliche in obiettivi strategici delle competizioni geopolitiche e delle operazioni ibride. In tale prospettiva il dominio cognitivo supera la dimensione tradizionale dell’informazione per intervenire direttamente sui meccanismi psicologici, emotivi e culturali che orientano il comportamento individuale e collettivo. La progressiva integrazione tra neuroscienze, psicologia cognitiva, intelligenza artificiale e tecnologie digitali, ha ampliato la capacità degli attori statali e non statali di influenzare credenze, emozioni e processi di attribuzione della realtà attraverso ecosistemi comunicativi adattivi e personalizzati. Come osservato da Michel Foucault nella riflessione sui dispositivi di potere e sui processi di disciplinamento sociale, il controllo delle forme di conoscenza e dei regimi discorsivi costituisce una modalità essenziale di governo delle società contemporanee; analogamente, Manuel Castells ha evidenziato come il potere nelle società in rete si fondi sempre più sulla capacità di programmare e controllare i flussi informativi. Nel quadro della guerra cognitiva tali dinamiche assumono una dimensione strategica poiché la mente diventa il luogo in cui si produce consenso, si altera la percezione del rischio e si modificano le coordinate interpretative della realtà. Le teorie di Daniel Kahneman, poi, sui bias cognitivi e sui sistemi decisionali automatici mostrano, inoltre, come le vulnerabilità cognitive possano essere sfruttate mediante campagne di disinformazione e manipolazione emotiva capaci di agire sulla rapidità dei processi intuitivi e sulla riduzione della capacità critica. Parallelamente, le riflessioni di Jean Baudrillard sulla simulazione e sull’iperrealtà consentono di comprendere come l’ambiente digitale contemporaneo favorisca la sovrapposizione tra reale e rappresentazione, generando così spazi informativi in cui la percezione conta più dell’evento stesso. In questo scenario, la sicurezza nazionale si estende alla protezione della resilienza cognitiva delle popolazioni, mentre la superiorità strategica dipende sempre più dalla capacità di influenzare l’ecosistema mentale degli individui e delle comunità. La mente diventa dunque il principale teatro operativo del conflitto, un ambiente immateriale ma decisivo in cui si combatte per il controllo dell’attenzione, della fiducia e della costruzione del significato politico e sociale.I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.


