Il contributo esamina la relazione tra esperienza manicomiale e funzione salvifica della scrittura nell’opera di Alda Merini. L’internamento della poetessa nel 1965 segna l’avvio di una frattura biografica e letteraria, accompagnata da un prolungato silenzio editoriale. Tale silenzio risulta tuttavia solo apparente, poiché la produzione poetica prosegue clandestinamente durante la reclusione. La scrittura si configura come elemento identitario stabile, non annullato dalle condizioni di marginalizzazione. Nel periodo successivo all’internamento, l’esperienza manicomiale diviene uno dei nuclei tematici della mutata poetica meriniana di cui “La Terra Santa”, curata da Maria Corti, costituisce l’esito più significativo. In essa il manicomio è rappresentato attraverso un sistema simbolico di matrice biblica e sacrale e si realizza una trasposizione metaforica che sovrappone lo spazio manicomiale alla “Terra promessa”: i degenti sono trasfigurati in figure mistiche, configurando una semantica della follia come conoscenza altra. Il testo costruisce così un paradigma interpretativo in cui l’alienazione diventa dispositivo di accesso al sacro. La dimensione spaziale del manicomio è caratterizzata da tratti inferi e claustrofobici, in opposizione al mondo esterno. Parallelamente, emerge una tensione ascensionale dello spirito, condivisa nella pratica poetica. La poesia assume, dunque, una funzione ambivalente, oscillando tra dimensione oppressiva e valore salvifico.
"Poeta anche all'inferno": rappresentazione manicomiale e valenza salvifica della poesia nell'opera di Alda Merini / Sabia, Mara. - (2026). ( Le parole per dirlo. Forme e temi della poesia delle donne del secondo Novecento LUMSA Università; Roma; Italy ).
"Poeta anche all'inferno": rappresentazione manicomiale e valenza salvifica della poesia nell'opera di Alda Merini
Mara Sabia
2026
Abstract
Il contributo esamina la relazione tra esperienza manicomiale e funzione salvifica della scrittura nell’opera di Alda Merini. L’internamento della poetessa nel 1965 segna l’avvio di una frattura biografica e letteraria, accompagnata da un prolungato silenzio editoriale. Tale silenzio risulta tuttavia solo apparente, poiché la produzione poetica prosegue clandestinamente durante la reclusione. La scrittura si configura come elemento identitario stabile, non annullato dalle condizioni di marginalizzazione. Nel periodo successivo all’internamento, l’esperienza manicomiale diviene uno dei nuclei tematici della mutata poetica meriniana di cui “La Terra Santa”, curata da Maria Corti, costituisce l’esito più significativo. In essa il manicomio è rappresentato attraverso un sistema simbolico di matrice biblica e sacrale e si realizza una trasposizione metaforica che sovrappone lo spazio manicomiale alla “Terra promessa”: i degenti sono trasfigurati in figure mistiche, configurando una semantica della follia come conoscenza altra. Il testo costruisce così un paradigma interpretativo in cui l’alienazione diventa dispositivo di accesso al sacro. La dimensione spaziale del manicomio è caratterizzata da tratti inferi e claustrofobici, in opposizione al mondo esterno. Parallelamente, emerge una tensione ascensionale dello spirito, condivisa nella pratica poetica. La poesia assume, dunque, una funzione ambivalente, oscillando tra dimensione oppressiva e valore salvifico.I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.


