I quasi cento anni che separano la prolusione all’anno accademico 1933/34 di Roberto Longhi, tenuta agli studenti dell’Università di Bologna, dall’oggi hanno visto la storia dell’arte bolognese riacquistare vita e sostanza in un fitto addensarsi di ricerche, di studi storici e critici, di scoperte. Un processo che ha dato ragione alle intuizioni del critico d’arte e ai suoi allievi successivi, in particolare Francesco Arcangeli, e ai tanti delle generazioni successive, tra i quali Andrea Emiliani, che negli ultimi decenni hanno contribuito ad accrescere la fama e la gloria di “Felsina pittrice”. Artiste e artisti, scienziati e accademici, teorici e letterati hanno sviluppato la propria attività in età moderna all’ombra delle Due Torri, rimanendo in città o allontanandosene per periodi più o meno estesi, per poi ritornare e importare idee e tendenze nuove, ma sempre rielaborate in chiave marcatamente bolognese. È ormai assodato che la produzione artistica felsinea non possa più essere letta come stretta tra Venezia, Firenze e Roma, secondo uno schema che Longhi aveva già messo in discussione e ribaltato, ma che abbia sviluppato nel corso dei secoli una sua caratteristica autonoma, ben denominata da Arcangeli nel 1970 Natura ed espressione. Da quel momento le diverse stagioni dell’arte felsinea sono state sondate in mille direzioni differenti, attraverso mostre monografiche o relative a un periodo, studi collettivi o individuali, condotti singolarmente o trasversalmente, allargando l’analisi alla società delle arti e ai suoi attori. Scrivere oggi una storia dell’arte bolognese sarebbe impresa difficilissima, tanto è ostico governare un materiale che nel tempo si è enormemente accresciuto per quantità e varietà di presenze. A valle della stagione longhiana si collocano i due poderosi volumi del 1986 grazie ai quali Vera Fortunati valorizza per prima il Cinquecento bolognese come stagione autonoma e non solo come premessa alla riforma dei Carracci. Mettendo in luce tutto quel tessuto artistico che rende possibile l’intervento dei tre cugini, gli studi della Fortunati hanno gettato le basi per ricerche più puntuali e recenti di singoli studiosi, facendo emergere i cataloghi di personalità di rilievo come Lorenzo Sabatini, Bartolomeo Cesi, Prospero Fontana e Bartolomeo Passerotti.
Bologna-Roma. Le arti da Giulio II a Benedetto XIV (1506-1758) / Morselli, Raffaella. - (2026).
Bologna-Roma. Le arti da Giulio II a Benedetto XIV (1506-1758)
Raffaella Morselli
2026
Abstract
I quasi cento anni che separano la prolusione all’anno accademico 1933/34 di Roberto Longhi, tenuta agli studenti dell’Università di Bologna, dall’oggi hanno visto la storia dell’arte bolognese riacquistare vita e sostanza in un fitto addensarsi di ricerche, di studi storici e critici, di scoperte. Un processo che ha dato ragione alle intuizioni del critico d’arte e ai suoi allievi successivi, in particolare Francesco Arcangeli, e ai tanti delle generazioni successive, tra i quali Andrea Emiliani, che negli ultimi decenni hanno contribuito ad accrescere la fama e la gloria di “Felsina pittrice”. Artiste e artisti, scienziati e accademici, teorici e letterati hanno sviluppato la propria attività in età moderna all’ombra delle Due Torri, rimanendo in città o allontanandosene per periodi più o meno estesi, per poi ritornare e importare idee e tendenze nuove, ma sempre rielaborate in chiave marcatamente bolognese. È ormai assodato che la produzione artistica felsinea non possa più essere letta come stretta tra Venezia, Firenze e Roma, secondo uno schema che Longhi aveva già messo in discussione e ribaltato, ma che abbia sviluppato nel corso dei secoli una sua caratteristica autonoma, ben denominata da Arcangeli nel 1970 Natura ed espressione. Da quel momento le diverse stagioni dell’arte felsinea sono state sondate in mille direzioni differenti, attraverso mostre monografiche o relative a un periodo, studi collettivi o individuali, condotti singolarmente o trasversalmente, allargando l’analisi alla società delle arti e ai suoi attori. Scrivere oggi una storia dell’arte bolognese sarebbe impresa difficilissima, tanto è ostico governare un materiale che nel tempo si è enormemente accresciuto per quantità e varietà di presenze. A valle della stagione longhiana si collocano i due poderosi volumi del 1986 grazie ai quali Vera Fortunati valorizza per prima il Cinquecento bolognese come stagione autonoma e non solo come premessa alla riforma dei Carracci. Mettendo in luce tutto quel tessuto artistico che rende possibile l’intervento dei tre cugini, gli studi della Fortunati hanno gettato le basi per ricerche più puntuali e recenti di singoli studiosi, facendo emergere i cataloghi di personalità di rilievo come Lorenzo Sabatini, Bartolomeo Cesi, Prospero Fontana e Bartolomeo Passerotti.I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.


