Un fantasma politico-istituzionale, di origine europea, ha da tempo solcato gli oceani: la tendenza, polimorfa ma ubiquitaria, a forzare gli equilibri costituzionali e accentrare competenze e prerogative in un’unica persona, possibilmente libera di agire senza quella messe di limitazioni e contropoteri utili soltanto a contrastare perversamente l’efficacia del suo salvifico operato. Di questa presenza Schmitt è, con ogni evidenza, l’originario evocatore, e ancor più il fattivo servitore: Il custode della Costituzione non si limita a rimandi, più o meno puntuali, a un qualche antecedente storico-concettuale, bensì mira a riattualizzare uno specifico istituto politico (la previsione costituzionale di un potere neutro) al fine di una sua immediata spendibilità sul piano istituzionale – un’opera di trasfusione che ha come unico comparabile precedente La dittatura (1921), che tuttavia insiste in tutt’altro frangente storico e politico (come sanno i dossografi più accorti, gli anni della Repubblica di Weimar andrebbero computati in quinquenni). Ma per comprendere appieno la radicalità dell’operazione schmittiana, che al tempo fallì per poi avverarsi in forme altre e più sinistre con l’avvento del nazionalsocialismo, è necessario riandare alle origini e alle ragioni di quel potere neutro che Schmitt riesuma proprio per consegnarlo definitivamente, previa tumulante divinizzazione, all’oltretomba giuridico (1). Schmitt non si accontenta di contrapporre la propria visione (di fatto anti-neutralista) alla declinazione (soprattutto) ottocentesca dell’idea di neutralità (2), bensì intende risignificare quest’ultima invertendone senso e segno (3). Resterà allora da vedere, a riappropriazione compiuta, cosa residui, oggi come allora, della terzietà richiesta a chiunque sia chiamato ad assicurare un ordine minacciato da più parti e più attori (4).
Vae neutris! La sfida di Schmitt alla democrazia liberale / Salvatore, Andrea. - (2026), pp. 249-272.
Vae neutris! La sfida di Schmitt alla democrazia liberale
andrea salvatore
2026
Abstract
Un fantasma politico-istituzionale, di origine europea, ha da tempo solcato gli oceani: la tendenza, polimorfa ma ubiquitaria, a forzare gli equilibri costituzionali e accentrare competenze e prerogative in un’unica persona, possibilmente libera di agire senza quella messe di limitazioni e contropoteri utili soltanto a contrastare perversamente l’efficacia del suo salvifico operato. Di questa presenza Schmitt è, con ogni evidenza, l’originario evocatore, e ancor più il fattivo servitore: Il custode della Costituzione non si limita a rimandi, più o meno puntuali, a un qualche antecedente storico-concettuale, bensì mira a riattualizzare uno specifico istituto politico (la previsione costituzionale di un potere neutro) al fine di una sua immediata spendibilità sul piano istituzionale – un’opera di trasfusione che ha come unico comparabile precedente La dittatura (1921), che tuttavia insiste in tutt’altro frangente storico e politico (come sanno i dossografi più accorti, gli anni della Repubblica di Weimar andrebbero computati in quinquenni). Ma per comprendere appieno la radicalità dell’operazione schmittiana, che al tempo fallì per poi avverarsi in forme altre e più sinistre con l’avvento del nazionalsocialismo, è necessario riandare alle origini e alle ragioni di quel potere neutro che Schmitt riesuma proprio per consegnarlo definitivamente, previa tumulante divinizzazione, all’oltretomba giuridico (1). Schmitt non si accontenta di contrapporre la propria visione (di fatto anti-neutralista) alla declinazione (soprattutto) ottocentesca dell’idea di neutralità (2), bensì intende risignificare quest’ultima invertendone senso e segno (3). Resterà allora da vedere, a riappropriazione compiuta, cosa residui, oggi come allora, della terzietà richiesta a chiunque sia chiamato ad assicurare un ordine minacciato da più parti e più attori (4).| File | Dimensione | Formato | |
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