Il contributo intende esplorare attraverso il dispositivo cinematografico lo spazio e la società di chi è espulso e disancorato, situandosi nel paradossale e problematico interstizio tra rappresentato e rappresentazione, tra reale e realtà (Cimatti 2021, p. 124). Se la miseria è un impensato e un irrappresentabile, il primo e fondamentale movimento per rapportarsi con le sue presenze nella città è quello semantico legato agli strumenti con i quali pensiamo e raccontiamo. Per fare in modo che “i segni della povertà non siano aggravati dalla povertà dei segni” (Holmes, Paris-Clavel, Pataut 1999, citato in Pataut 2018, pp. 5-8). Il cinema utilizzato nella sua dimensione etimologica di kinema, ovvero “as a means of psychic travel- dwelling, cinema designs cultural voyages” (Bruno 2011, p. 32), può tracciare una diagonale progettuale tra lo spazio, la società e le storie che li sorreggono, costruendo un gemellaggio con i mondi e i modi dell’architettura. La sovraesposizione e l’estetizzazione mediatica della miseria hanno come effetto quello di pietrificare il discorso in una retorica monodirezionale di salvataggio: chi è “fuori” dalla società va fatto rientrare o deve esserne censurato. Forse per agire davvero dentro il problema è urgente costruire relazioni intersezionali, sviluppando “tattiche capaci di creare consenso e mobilitazione in occasioni specifiche, [che] formano poveri e senza tetto a divenire produttori di informazioni, non solo offrendo una lettura diversa della povertà, ma ridefinendo i confini stessi di ciò che viene inteso come povertà e mettendo in crisi il link tra povertà economica e impossibilità di partecipare alla produzione di narrazioni e immaginari” (Pierini 2024, p. 124).
La città della miseria nel cinema senza tetto né legge di Agnès Varda / Anelli-Monti, Michele. - (2026), pp. 82-89. - CAHIERS DI MISERABILIA. [10.7413/1234-1234089].
La città della miseria nel cinema senza tetto né legge di Agnès Varda
Anelli-Monti, Michele
2026
Abstract
Il contributo intende esplorare attraverso il dispositivo cinematografico lo spazio e la società di chi è espulso e disancorato, situandosi nel paradossale e problematico interstizio tra rappresentato e rappresentazione, tra reale e realtà (Cimatti 2021, p. 124). Se la miseria è un impensato e un irrappresentabile, il primo e fondamentale movimento per rapportarsi con le sue presenze nella città è quello semantico legato agli strumenti con i quali pensiamo e raccontiamo. Per fare in modo che “i segni della povertà non siano aggravati dalla povertà dei segni” (Holmes, Paris-Clavel, Pataut 1999, citato in Pataut 2018, pp. 5-8). Il cinema utilizzato nella sua dimensione etimologica di kinema, ovvero “as a means of psychic travel- dwelling, cinema designs cultural voyages” (Bruno 2011, p. 32), può tracciare una diagonale progettuale tra lo spazio, la società e le storie che li sorreggono, costruendo un gemellaggio con i mondi e i modi dell’architettura. La sovraesposizione e l’estetizzazione mediatica della miseria hanno come effetto quello di pietrificare il discorso in una retorica monodirezionale di salvataggio: chi è “fuori” dalla società va fatto rientrare o deve esserne censurato. Forse per agire davvero dentro il problema è urgente costruire relazioni intersezionali, sviluppando “tattiche capaci di creare consenso e mobilitazione in occasioni specifiche, [che] formano poveri e senza tetto a divenire produttori di informazioni, non solo offrendo una lettura diversa della povertà, ma ridefinendo i confini stessi di ciò che viene inteso come povertà e mettendo in crisi il link tra povertà economica e impossibilità di partecipare alla produzione di narrazioni e immaginari” (Pierini 2024, p. 124).| File | Dimensione | Formato | |
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