Guardo al termine partecipazione dalla prospettiva delle politiche urbane. È uno sguardo disincantato, consapevole delle voci critiche che intorno al termine sono state sollevate negli anni. Una di queste – Paolo Fareri – nei primi anni Duemila evidenziava il rischio di ridurre la partecipazione a un mero strumento tecnico per favorire il consenso intorno a decisioni già assunte e sottolineava come i processi partecipativi siano, in sostanza, sempre eventi locali, che si situano in campi strutturati di poteri e di saperi (Fareri 2001). È uno sguardo disincantato, quello delle politiche urbane, che però non può fare a meno di coltivare l’illusione: i processi che consentono di coinvolgere cittadini e cittadine nelle decisioni pubbliche non solo aiutano chi decide a comprendere meglio bisogni e desideri dei territori (e, quindi, a costruire politiche più efficaci), ma soprattutto invitano chi partecipa a costruire processi di democrazia deliberativa, riducendo il più possibile i meccanismi di delega. Questo traguardo è così desiderabile da rendere la partecipazione qualcosa che dovrebbe, teoricamente, riguardare tutti i campi in cui è possibile intravedere un processo decisionale con una qualche ricaduta sulla collettività. Insomma, con questo breve scritto guardo al termine partecipazione dalla prospettiva delle politiche urbane, ma con la speranza che queste riflessioni possano essere utili in altri contesti. Per far ciò, provo a organizzarle intorno a delle domande, più che a delle affermazioni, convinta che una prospettiva critica possa offrirsi in maniera più trasversale a chi lavora in ambiti diversi dal mio. Penso che la partecipazione richieda un’autointerrogazione continua, soprattutto da parte di chi la imbastisce. Ad esempio, intorno al proprio ruolo: chi sono, chi siamo (noi o la realtà che rappresentiamo)? Siamo soggetti esogeni o endogeni rispetto al territorio in cui andremo a lavorare? Con quali relazioni di potere entriamo in campo e come le altereremo nel tempo? Qual è il nostro fine? Facilitare, mediare, interpellare, capacitare, pacificare, sobillare o stimolare? Quali sono i rischi che corriamo? L’avere a che fare con i diversi piani su cui si può strutturare il ‘politico’ comporta una grandissima responsabilità. Interrogarsi costantemente, camminare mano nella mano con il dubbio, possono essere posture utili e necessarie in questo frangente. Con questo scritto, dopo una brevissima introduzione teorica, provo a formulare alcune domande sul riconoscimento dei ‘soggetti rilevanti’ che scegliamo per costruire i percorsi partecipativi. Come scegliamo con chi lavorare è solo una tra le tante questioni che ci dovremmo porre, ma spero che il ragionamento che da questa deriva possa essere un esercizio per affrontarne molte altre.
Con chi fare insieme? Interrogarsi sui soggetti rilevanti nei processi partecipativi / Olcuire, Serena. - (2026), pp. 69-80.
Con chi fare insieme? Interrogarsi sui soggetti rilevanti nei processi partecipativi
Serena Olcuire
2026
Abstract
Guardo al termine partecipazione dalla prospettiva delle politiche urbane. È uno sguardo disincantato, consapevole delle voci critiche che intorno al termine sono state sollevate negli anni. Una di queste – Paolo Fareri – nei primi anni Duemila evidenziava il rischio di ridurre la partecipazione a un mero strumento tecnico per favorire il consenso intorno a decisioni già assunte e sottolineava come i processi partecipativi siano, in sostanza, sempre eventi locali, che si situano in campi strutturati di poteri e di saperi (Fareri 2001). È uno sguardo disincantato, quello delle politiche urbane, che però non può fare a meno di coltivare l’illusione: i processi che consentono di coinvolgere cittadini e cittadine nelle decisioni pubbliche non solo aiutano chi decide a comprendere meglio bisogni e desideri dei territori (e, quindi, a costruire politiche più efficaci), ma soprattutto invitano chi partecipa a costruire processi di democrazia deliberativa, riducendo il più possibile i meccanismi di delega. Questo traguardo è così desiderabile da rendere la partecipazione qualcosa che dovrebbe, teoricamente, riguardare tutti i campi in cui è possibile intravedere un processo decisionale con una qualche ricaduta sulla collettività. Insomma, con questo breve scritto guardo al termine partecipazione dalla prospettiva delle politiche urbane, ma con la speranza che queste riflessioni possano essere utili in altri contesti. Per far ciò, provo a organizzarle intorno a delle domande, più che a delle affermazioni, convinta che una prospettiva critica possa offrirsi in maniera più trasversale a chi lavora in ambiti diversi dal mio. Penso che la partecipazione richieda un’autointerrogazione continua, soprattutto da parte di chi la imbastisce. Ad esempio, intorno al proprio ruolo: chi sono, chi siamo (noi o la realtà che rappresentiamo)? Siamo soggetti esogeni o endogeni rispetto al territorio in cui andremo a lavorare? Con quali relazioni di potere entriamo in campo e come le altereremo nel tempo? Qual è il nostro fine? Facilitare, mediare, interpellare, capacitare, pacificare, sobillare o stimolare? Quali sono i rischi che corriamo? L’avere a che fare con i diversi piani su cui si può strutturare il ‘politico’ comporta una grandissima responsabilità. Interrogarsi costantemente, camminare mano nella mano con il dubbio, possono essere posture utili e necessarie in questo frangente. Con questo scritto, dopo una brevissima introduzione teorica, provo a formulare alcune domande sul riconoscimento dei ‘soggetti rilevanti’ che scegliamo per costruire i percorsi partecipativi. Come scegliamo con chi lavorare è solo una tra le tante questioni che ci dovremmo porre, ma spero che il ragionamento che da questa deriva possa essere un esercizio per affrontarne molte altre.I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.


