Although traditionally perceived as peripheral, the papal province of Romagna played de facto a pivotal role in the dissemination of Baroque architectural language throughout the Papal States. During the first half of the eighteenth century, the region emerged as a fertile ground for the activity of numerous distinguished architects. Some were local, including Giuseppe Merenda (1687-1767), Carlo Cesare Scaletta (1666-1748), Giovan Francesco Buonamici (1692-1759), Pietro Carlo Borboni (c.1720-1773), and the monk Giuseppe Antonio Soratini (1682-1762). Some others were Roman, such as Carlo Fontana (1638-1714), his son Francesco (1668-1708), Abraham Paris (c.1641-1716), Sebastiano Cipriani (1660-1740), Luigi Vanvitelli (1700-1773), and Ferdinando Fuga (1699-1782). The architectural strategies adopted by these designers reveal a deliberate effort to reinterpret and moderate the avant-garde innovations developed in Rome during the High Baroque period, recalibrating them to suit the distinctive cultural and administrative milieu of Romagna. This architectural development was enabled by favourable political conjunctures, marked by the election of pontiffs either native to Romagna or otherwise committed to reinvigorating papal commerce through expansive infrastructural investment. In this context, various local administrations embarked on ambitious modernization programs aimed at enhancing public amenities and extending civic services. These initiatives were overseen by the Congregatio boni regiminis, which ensured an equitable and strategic distribution of resources—an administrative framework that further reinforced the province’s institutional integration with Rome. Equally consequential was the role of religious orders, which proved instrumental in the reaffirmation and prop- agation of Catholic doctrine. Through the calculated use of artistic and architectural media, these institutions promoted the construction of numerous sacred edifices and facilitated a significant reconfiguration of Counter- Reformation aesthetics, aligning them with the expressive idioms of the Baroque. This volume undertakes a critical investigation of the multifaceted relationship between papal architectural poli- cies and its local articulations, both in the urban fabric and in the religious sphere. It offers a clear analysis of Ba- roque development in Romagna through the interpretive lens of power and institutional agency.

Spesso sottovalutata per via della sua posizione geograficamente periferica, la legazione di Romagna ricoprì in realtà un ruolo centrale nella diffusione e sviluppo del linguaggio barocco all’interno dello Stato Pontificio. E questo perché durante la prima metà del Settecento operarono nella provincia non solo esperti locali come Giuseppe Merenda (1687-1767), Carlo Cesare Scaletta (1666-1748), Giovan Francesco Buonamici (1692-1759), Pietro Carlo Borboni (c.1720-1773) e il converso camaldolese Giuseppe Antonio Soratini (1682-1762) ma, altresì, rinomati periti papali quali Carlo Fontana (1638-1714), suo figlio Francesco (1668-1708), Abraham Paris (c.1641-1716), Sebastiano Cipriani (1660-1740), Luigi Vanvitelli (1700-1773) e Ferdinando Fuga (1699-1782): valenti progettisti che hanno lasciato ai posteri prodotti di qualità, esiti di un tentativo di declinazione razionale delle straordinarie acquisizioni dell’architettura romana del XVII secolo. Merito fu della favorevole congiuntura politica che, nonostante le difficoltà finanziarie sempre più evidenti, vide succedersi al soglio petrino sovrani interessati alla regione o, comunque, impegnati in un rilancio generalizzato dei commerci attraverso massicci investimenti statali: una disponibilità economica inaspettata di cui le amministrazioni romagnole approfittarono per aggiornare le infrastrutture pubbliche ed edificare al contempo efficienti costruzioni di servizio alla cittadinanza. La Congregazione del Buon Governo sovraintese a tutte queste trasformazioni, facendosi garante di un’equa distribuzione delle risorse e di un adeguato coordinamento dei locali. Nondimeno importante fu però il contributo delle realtà religiose, le quali agirono nel consolidamento della dottrina cristiano-cattolica, servendosi tanto dell’arte quanto – soprattutto – dell’architettura quali efficaci veicoli di catechesi e di “instrumentum regni”. A loro si devono le numerose fabbriche sacre elevate durante tutto il secolo e la volontà di un adeguamento della tradizionale impostazione controriformista a quei canoni allora comunemente noti come «alla moderna».

Roma e la Romagna nel Settecento. Edilizia pubblica e architettura sacra in una legazione dello Stato della Chiesa / Benincampi, Iacopo. - (2025), pp. 1-663.

Roma e la Romagna nel Settecento. Edilizia pubblica e architettura sacra in una legazione dello Stato della Chiesa

Iacopo Benincampi
2025

Abstract

Although traditionally perceived as peripheral, the papal province of Romagna played de facto a pivotal role in the dissemination of Baroque architectural language throughout the Papal States. During the first half of the eighteenth century, the region emerged as a fertile ground for the activity of numerous distinguished architects. Some were local, including Giuseppe Merenda (1687-1767), Carlo Cesare Scaletta (1666-1748), Giovan Francesco Buonamici (1692-1759), Pietro Carlo Borboni (c.1720-1773), and the monk Giuseppe Antonio Soratini (1682-1762). Some others were Roman, such as Carlo Fontana (1638-1714), his son Francesco (1668-1708), Abraham Paris (c.1641-1716), Sebastiano Cipriani (1660-1740), Luigi Vanvitelli (1700-1773), and Ferdinando Fuga (1699-1782). The architectural strategies adopted by these designers reveal a deliberate effort to reinterpret and moderate the avant-garde innovations developed in Rome during the High Baroque period, recalibrating them to suit the distinctive cultural and administrative milieu of Romagna. This architectural development was enabled by favourable political conjunctures, marked by the election of pontiffs either native to Romagna or otherwise committed to reinvigorating papal commerce through expansive infrastructural investment. In this context, various local administrations embarked on ambitious modernization programs aimed at enhancing public amenities and extending civic services. These initiatives were overseen by the Congregatio boni regiminis, which ensured an equitable and strategic distribution of resources—an administrative framework that further reinforced the province’s institutional integration with Rome. Equally consequential was the role of religious orders, which proved instrumental in the reaffirmation and prop- agation of Catholic doctrine. Through the calculated use of artistic and architectural media, these institutions promoted the construction of numerous sacred edifices and facilitated a significant reconfiguration of Counter- Reformation aesthetics, aligning them with the expressive idioms of the Baroque. This volume undertakes a critical investigation of the multifaceted relationship between papal architectural poli- cies and its local articulations, both in the urban fabric and in the religious sphere. It offers a clear analysis of Ba- roque development in Romagna through the interpretive lens of power and institutional agency.
2025
978-88-913-3323-0
Spesso sottovalutata per via della sua posizione geograficamente periferica, la legazione di Romagna ricoprì in realtà un ruolo centrale nella diffusione e sviluppo del linguaggio barocco all’interno dello Stato Pontificio. E questo perché durante la prima metà del Settecento operarono nella provincia non solo esperti locali come Giuseppe Merenda (1687-1767), Carlo Cesare Scaletta (1666-1748), Giovan Francesco Buonamici (1692-1759), Pietro Carlo Borboni (c.1720-1773) e il converso camaldolese Giuseppe Antonio Soratini (1682-1762) ma, altresì, rinomati periti papali quali Carlo Fontana (1638-1714), suo figlio Francesco (1668-1708), Abraham Paris (c.1641-1716), Sebastiano Cipriani (1660-1740), Luigi Vanvitelli (1700-1773) e Ferdinando Fuga (1699-1782): valenti progettisti che hanno lasciato ai posteri prodotti di qualità, esiti di un tentativo di declinazione razionale delle straordinarie acquisizioni dell’architettura romana del XVII secolo. Merito fu della favorevole congiuntura politica che, nonostante le difficoltà finanziarie sempre più evidenti, vide succedersi al soglio petrino sovrani interessati alla regione o, comunque, impegnati in un rilancio generalizzato dei commerci attraverso massicci investimenti statali: una disponibilità economica inaspettata di cui le amministrazioni romagnole approfittarono per aggiornare le infrastrutture pubbliche ed edificare al contempo efficienti costruzioni di servizio alla cittadinanza. La Congregazione del Buon Governo sovraintese a tutte queste trasformazioni, facendosi garante di un’equa distribuzione delle risorse e di un adeguato coordinamento dei locali. Nondimeno importante fu però il contributo delle realtà religiose, le quali agirono nel consolidamento della dottrina cristiano-cattolica, servendosi tanto dell’arte quanto – soprattutto – dell’architettura quali efficaci veicoli di catechesi e di “instrumentum regni”. A loro si devono le numerose fabbriche sacre elevate durante tutto il secolo e la volontà di un adeguamento della tradizionale impostazione controriformista a quei canoni allora comunemente noti come «alla moderna».
Romagna; Settecento; edilizia pubblica; architettura sacra; disegno urbano
03 Monografia::03a Saggio, Trattato Scientifico
Roma e la Romagna nel Settecento. Edilizia pubblica e architettura sacra in una legazione dello Stato della Chiesa / Benincampi, Iacopo. - (2025), pp. 1-663.
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