Ernst Hermann Meyer (1905-1988) fu un compositore, musicologo e funzionario politico della Repubblica Democratica Tedesca. Come tale fu una figura eclettica, atipica e unica nella Germania Est dal punto di vista professionale, con un peso determinante negli equilibri musicali del paese. In vita alcuni lo stimarono e rispettarono, altri lo guardarono con ostilità; dopo la Riunificazione tedesca (1990), una storiografia poco incline a parlare di intellettuali dalla condotta “conciliante” nei confronti della SED (il Partito Socialista Unitario al governo) lo lasciò nel dimenticatoio. Le frizioni ideologiche tra il “prima” e il “dopo” la caduta del Muro, insieme ai tentativi di rimozione o selezione, occultano un problema storiografico più ampio. Meyer vi emerge come perno di una cultura rimossa, oggi nota quasi solo a una nicchia di studi tedeschi. Egli merita attenzione per più ragioni: fu il minimo comun denominatore di esperienze individuali e collettive di intellettuali della Germania Est; si trovò al centro di dinamiche delicate che conosciamo ancora parzialmente – come il rapporto del partito con l’ebraismo (vedi Karin Hartewig) – ma rivelatrici di questioni estetiche e culturali di ampia portata, con effetti anche in ambito musicale. Alcuni aspetti personali della sua paradigmatica biografia ci aiutano ad approfondire il macrotema del musikalisches Erbe (l’eredità/tradizione musicale) nella DDR. Alla fine degli anni Novanta, Maren Köster e Jutta Raab Hansen esortarono con scarso successo ad approfondire la sua personalità, facendo convergere l’attenzione sugli anni dell’esilio in Inghilterra durante la Seconda guerra mondiale, segnati dalla decisiva esperienza formativa nella Freie Deutsche Kulturbund antifascista. Il mio intervento prende le mosse dagli interrogativi e dalle sollecitazioni di queste studiose, largamente rimasti disattesi. Muovendo dai pochi testi disponibili sul personaggio e da materiali inediti depositati nell’archivio Meyer presso l’Akademie der Künste di Berlino, la relazione vuole contestualizzare criticamente le contraddizioni di questo artista e studioso multiforme. Un tema centrale rientra nel problema più ampio del “come affrontare la DDR” e in generale le musiche dei paesi socialisti – tematiche recenti e ancora calde, parzialmente affrontate da Elaine Kelly, Matthias Tischer e Nina Noeske. Intendo mostrare i lati privati della sua personalità a tratti faticosamente combattuta tra desiderio di intimità e necessità politica, ossia tra privato e pubblico. Nel fare questo, evidenzierò possibili punti di intersezione tra il caso Meyer e questioni sull’Erbe tedesco nella DDR come l’identità nazionale, la lettura del passato, la posizione del partito e la collocazione intellettuale della musicologia socialista.
Damnatio memoriae come chiave storiografica? La tradizione musicale nella DDR attraverso il caso di Ernst Hermann Meyer / Pariselli, Federico. - (2025). ( XXXII Convegno annuale della Società Italiana di Musicologia Torino ).
Damnatio memoriae come chiave storiografica? La tradizione musicale nella DDR attraverso il caso di Ernst Hermann Meyer
Federico Pariselli
2025
Abstract
Ernst Hermann Meyer (1905-1988) fu un compositore, musicologo e funzionario politico della Repubblica Democratica Tedesca. Come tale fu una figura eclettica, atipica e unica nella Germania Est dal punto di vista professionale, con un peso determinante negli equilibri musicali del paese. In vita alcuni lo stimarono e rispettarono, altri lo guardarono con ostilità; dopo la Riunificazione tedesca (1990), una storiografia poco incline a parlare di intellettuali dalla condotta “conciliante” nei confronti della SED (il Partito Socialista Unitario al governo) lo lasciò nel dimenticatoio. Le frizioni ideologiche tra il “prima” e il “dopo” la caduta del Muro, insieme ai tentativi di rimozione o selezione, occultano un problema storiografico più ampio. Meyer vi emerge come perno di una cultura rimossa, oggi nota quasi solo a una nicchia di studi tedeschi. Egli merita attenzione per più ragioni: fu il minimo comun denominatore di esperienze individuali e collettive di intellettuali della Germania Est; si trovò al centro di dinamiche delicate che conosciamo ancora parzialmente – come il rapporto del partito con l’ebraismo (vedi Karin Hartewig) – ma rivelatrici di questioni estetiche e culturali di ampia portata, con effetti anche in ambito musicale. Alcuni aspetti personali della sua paradigmatica biografia ci aiutano ad approfondire il macrotema del musikalisches Erbe (l’eredità/tradizione musicale) nella DDR. Alla fine degli anni Novanta, Maren Köster e Jutta Raab Hansen esortarono con scarso successo ad approfondire la sua personalità, facendo convergere l’attenzione sugli anni dell’esilio in Inghilterra durante la Seconda guerra mondiale, segnati dalla decisiva esperienza formativa nella Freie Deutsche Kulturbund antifascista. Il mio intervento prende le mosse dagli interrogativi e dalle sollecitazioni di queste studiose, largamente rimasti disattesi. Muovendo dai pochi testi disponibili sul personaggio e da materiali inediti depositati nell’archivio Meyer presso l’Akademie der Künste di Berlino, la relazione vuole contestualizzare criticamente le contraddizioni di questo artista e studioso multiforme. Un tema centrale rientra nel problema più ampio del “come affrontare la DDR” e in generale le musiche dei paesi socialisti – tematiche recenti e ancora calde, parzialmente affrontate da Elaine Kelly, Matthias Tischer e Nina Noeske. Intendo mostrare i lati privati della sua personalità a tratti faticosamente combattuta tra desiderio di intimità e necessità politica, ossia tra privato e pubblico. Nel fare questo, evidenzierò possibili punti di intersezione tra il caso Meyer e questioni sull’Erbe tedesco nella DDR come l’identità nazionale, la lettura del passato, la posizione del partito e la collocazione intellettuale della musicologia socialista.I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.


